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Von der Leyen, parte il nuovo corso della “marziana” del Ppe: sogna il bis ma perde consensi e deve fare i conti con le destre

(afp)
Il suo passato era considerato troppo “di sinistra” tra i popolari. Ora la spitzenkandidatin riceve un’investitura senza plebiscito: dovrà pescare tra i conservatori
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BUCAREST - Ursula von der Leyen correrà per un secondo mandato alla presidenza della Commissione europea. E intorno al voto del congresso dei Popolari europei che l’ha incoronata spitzenkandidatin è scoppiato ieri un piccolo giallo. Non tanto per gli 89 contrari, ampiamente previsti, tra gollisti francesi, sloveni e arrabbiati vari. Come ha ricostruito l’Agi, degli aventi diritto si erano iscritti 591 delegati. Al momento dell’elezione, 92 sono spariti nel nulla, forse inghiottiti dai colossali spazi semi bui del Romexpo. Alla fine, 489 hanno detto sì su 737. Non proprio un plebiscito per la “lady di ferro” della Bassa Sassonia. Che ha vinto comunque una faticosa scommessa dribblando gli sgambetti del leader del Ppe, Manfred Weber, superando le perplessità del suo partito, la Cdu di Friedrich Merz, e cercando di far dimenticare il suo passato considerato troppo “di sinistra”. E non solo per la sua lunga fedeltà alla cancelliera cui deve la sua carriera, Angela Merkel.

Ad ascoltare Urs…

BUCAREST - Ursula von der Leyen correrà per un secondo mandato alla presidenza della Commissione europea. E intorno al voto del congresso dei Popolari europei che l’ha incoronata spitzenkandidatin è scoppiato ieri un piccolo giallo. Non tanto per gli 89 contrari, ampiamente previsti, tra gollisti francesi, sloveni e arrabbiati vari. Come ha ricostruito l’Agi, degli aventi diritto si erano iscritti 591 delegati. Al momento dell’elezione, 92 sono spariti nel nulla, forse inghiottiti dai colossali spazi semi bui del Romexpo. Alla fine, 489 hanno detto sì su 737. Non proprio un plebiscito per la “lady di ferro” della Bassa Sassonia. Che ha vinto comunque una faticosa scommessa dribblando gli sgambetti del leader del Ppe, Manfred Weber, superando le perplessità del suo partito, la Cdu di Friedrich Merz, e cercando di far dimenticare il suo passato considerato troppo “di sinistra”. E non solo per la sua lunga fedeltà alla cancelliera cui deve la sua carriera, Angela Merkel.

Ad ascoltare Ursula von der Leyen oggi, viene un po’ di magone. Da ministra della Famiglia, poi del Lavoro e infine della Difesa, riuscì a far infuriare regolarmente i suoi compagni di partito più reazionari sommergendo il Paese di asili nido, introducendo valanghe di incentivi per le madri lavoratrici, sforzandosi sinceramente di integrare le persone lgbtqi+ nella Bundeswehr. Per la Cdu più retriva, von der Leyen ha fatto per quindici anni intelligenza col nemico. Neanche il nomignolo che le avevano affibbiato quando era alla Difesa, “Panzeruschi”, riuscì a cancellare la sua immagine di socialista travestita da Cdu. Ma i tempi sono cambiati.

La “marziana”, come è sempre stata trattata anche dal Ppe, travolto quattro anni fa dalla sua candidatura precipitata dall’alto (colpa del solito tandem Macron-Merkel), stavolta dovrà buttarsi nella mischia di una vera campagna elettorale. E la madre di sette figli che ha tenuto insieme l’Europa nella pandemia, che le ha regalato il primo maxi progetto finanziato con gli eurobond, il Recovery Fund, e il più ambizioso piano al mondo contro i cambiamenti climatici, il Green deal, che ha traghettato un continente sfiorato dalla guerra in Ucraina attraverso una dozzina di pacchetti nutriti di sanzioni contro la Russia, ha già lasciato intendere la direzione da intraprendere: si butterà a destra.

Si è già capito che il Green deal verrà più o meno gettato a mare e che dovrà essere rimodulato in base agli alti lai degli industriali e dei contadini - ieri von der Leyen ha ricordato che e «si alzano presto e lavorano tanto». Con gli immigrati - altro tema su cui il Ppe ha deciso di rincorrere l’estrema destra - si ispirerà al peggio. Il “modello Ruanda”, solennemente bocciato dai tribunali inglesi, dovrà fare scuola. Accordi con Paesi terzi, una mostruosa lievitazione dell’agenzia Frontex e rimpatri galoppanti: nel magico mondo dei Popolari, il catalogo per terrorizzare i migranti è questo.

E poi, ça va sans dire, c’è l’avanzata delle destre. Ieri von der Leyen, tailleur panna e capello molto erto, ha fatto finta di sfidarle. Ha tuonato nel suo discorso d’investitura che «gli amici di Putin tentano di riscrivere la storia». Che l’Europa viene sfidata «come mai prima da populisti, nazionalisti e demagoghi». E che «i nomi possono essere diversi, ma il fine è lo stesso. Il Ppe non lo permetterà». E poi von der Leyen ha fatto i nomi. E quelli sono un programma.

Da respingere sono l’Afd, il partito di Le Pen, ovviamente i fascistoni polacchi di Confederatia. Caratteristica comune: sono tutti membri degli Identitari, quelli di Matteo Salvini. E con i sovranisti dei Conservatori, quelli capitanati da Giorgia Meloni? Con i polacchi del Pis, per dire, che in otto anni hanno distrutto la democrazia? Su quelli von der Leyen tace. Perché è proprio tra i Conservatori che von der Leyen dovrà pescare, se vuol essere rieletta.

Con tutti quelli insomma che non vanno in giro proprio col braccio teso. Ieri una fonte della Cdu faceva un ragionamento a microfoni spenti che disegna la traiettoria a medio termine del Ppe: «Per i prossimi anni, almeno fino alle elezioni tedesche, è escluso che accogliamo Meloni nel Ppe. Ma abbiamo un problema di prospettiva: che fine farà Forza Italia? Siamo già traumatizzati dalla fine dei gollisti francesi. Non possiamo permetterci di sparire in un altro, grande Paese europeo».

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