Luciano D’Amico, il figlio della montagna accetta la sconfitta: “Sono felice, più di così non potevo fare”
dal nostro inviato Concetto VecchioPESCARA — «Più di così non potevo fare». Luciano D’Amico ha atteso l’esito nella sua casa nel centro di Pescara, dopo che in serata aveva cucinato il riso con gli asparagi per gli amici. «Sono comunque felice perché abbiamo ridato centralità nazionale all’Abruzzo», aveva detto ai suoi ospiti. Questo però prima delle fatali proiezioni. La sconfitta alla fine è netta.
Come l’ha presa? «È tranquillo», dice una fonte del suo staff all’una di notte. In tanti, nelle ultime settimane, hanno apprezzato il suo carattere di montagna. Del resto Torricella Peligna, il suo paese, è scavata nella roccia della Maiella. È la patria di John Fante, del nonno di Vincenzo Bellini, e dell’avvocato Ettore Troilo, il capo della Brigata Maiella che entrò a Bologna liberata dal nazifascismo cantando Bella ciao.
Gina, l’anziana madre del “prof”, come tutti chiamano Luciano D’Amico, non se ne è mai allontanata. Lei e il marito venivano dalla dura fatica dei campi, una coppia di contadini, che col tem…
PESCARA — «Più di così non potevo fare». Luciano D’Amico ha atteso l’esito nella sua casa nel centro di Pescara, dopo che in serata aveva cucinato il riso con gli asparagi per gli amici. «Sono comunque felice perché abbiamo ridato centralità nazionale all’Abruzzo», aveva detto ai suoi ospiti. Questo però prima delle fatali proiezioni. La sconfitta alla fine è netta.
Come l’ha presa? «È tranquillo», dice una fonte del suo staff all’una di notte. In tanti, nelle ultime settimane, hanno apprezzato il suo carattere di montagna. Del resto Torricella Peligna, il suo paese, è scavata nella roccia della Maiella. È la patria di John Fante, del nonno di Vincenzo Bellini, e dell’avvocato Ettore Troilo, il capo della Brigata Maiella che entrò a Bologna liberata dal nazifascismo cantando Bella ciao.
Gina, l’anziana madre del “prof”, come tutti chiamano Luciano D’Amico, non se ne è mai allontanata. Lei e il marito venivano dalla dura fatica dei campi, una coppia di contadini, che col tempo misero su un emporio di zootecnia, e Luciano vi ha sempre dato una mano, da ragazzo: il lavoro come educazione sentimentale. D’Amico fece la sua prima vacanza estiva a 28 anni.
E la sua biografia sembra uscita dagli anni Sessanta, quando l’ascensore sociale funzionava e i figli dei poveri si facevano largo negli studi. Ricorda la generazione dei Prodi, degli studenti che fecero mitica la facoltà di Sociologia a Trento. E quindi D’Amico viene da un’Italia lontana.
Un figlio della montagna. L’altra sera, per l’ultimo comizio, a Torricella, gli amici venuti da Pescara erano tutti imbacuccati e lui in giacca e cravatta perché abituato alla tramontana. Ha 64 anni e ogni mattina si alza alle cinque. Una volta, da rettore di Teramo, fece aprire l’aula magna alle 5,30 per saggiare la resa dei bassi della musica classica che accompagnava un’onorificenza a Edith Bruck. La sera gli piace cucinare per la compagnia, la sua specialità è il timballo napoletano. Economista, manager, tre by-pass, l’amore per i viaggi, ha risanato l’azienda dei trasporti e durante l’intera compagna elettorale nessuno l’ha mai sentito urlare, né indulgere a furbizie.
Un uomo mite. Educato. Sereno. Forse poco adatto all’arena politica, visto l’esito? Questo sembra dire il risultato che lo vede distaccato di tredici punti. Eppure la sua radicalità nei valori sembrava affidabile anche per i moderati. Una caratteristica che era stata il segreto di Alessandra Todde, e prima di lei Damiano Tommasi, il primo di una lunga serie di outsider che hanno sbaragliato i piani. Uomini e donne in apparenza fuori dal senso comune corrente, estranei al gusto imperante, non moderni e forse perciò attualissimi.
“Unitevi al cambiamento” è stato il suo slogan da rettore. “L’Abruzzo merita molto di più”, quello da candidato del campo largo. Ma non è bastato. Alla fine i conti non tornano. A notte c’è un’enorme delusione nel suo comitato. In breve lo stanzone si è svuotato. Fuori nessuno a commentare il voto. Solo tanti giornalisti.
Eppure D’Amico sembrava l’uomo giusto per la favola. Un docente stimatissimo, fuori dal giro. Raccontavano, con toni epici, che quando era presidente dell’Azienda trasporti e un suo dipendente finiva in ospedale lui correva a visitarlo. Magari sono esagerazioni, però questo è il clima che si respira. L’amica Lunella Cerquoni, una vita nel Pd, che conosce il prof da una vita, racconta questo episodio: «Una volta invitammo lo storico Luigi Ponziani, il direttore della biblioteca, all’università, e ci mettemmo a leggere il suo libro, Teramo dall’età giolittiana al fascismo: io ci misi sei giorni, Luciano sei ore».
Tutti ne magnificano la pasta d’uomo, l’erudizione, il savoir faire, la capacità di unire l’intera coalizione, ma si sperava che il vento sardo regalasse un altro finale. Alla fine la gente di sinistra non si è mobilitata. I giovani non sono andati a votare. L’affluenza è addirittura un punto in meno rispetto a cinque anni fa. Eppure, nel suo staff, nel pomeriggio c’era ottimismo, per le tante file dinanzi ai Comuni per rifare le schede elettorali.
E ieri, dopo aver votato, nel suo seggio a Pescara, nella scuola Illuminati in viale Regina Elena, gli scrutatori avevano voluto farsi il selfie “con Luciano”. Che poi è tornato a casa, a leggere, nel salotto pieno di libri.