Conte si risveglia alleato debole: “Serve radicamento nei territori”
di Matteo PucciarelliMILANO — L’alleanza con il Pd non è in discussione, ma da adesso in poi sul “campo largo” sì, occorrerà qualche riflessione in più. «Perché una coalizione locale con dentro i partiti come Azione e Italia viva che poi a livello nazionale ti attaccano tutti i giorni non è qualcosa credibile per gli elettori, e i nostri sono particolarmente sensibili», è il ragionamento che si fa in casa 5 Stelle dopo il brutto risultato abruzzese. Che prima occorre analizzare nel dettaglio: il M5S è passato dal 18,5 per cento del 2022 al 7 per cento di domenica, da 115 mila voti alla Camera a 40 mila. Se invece si prende in esame il 2019, quando Marco Marsilio vinse la prima volta, peggio ancora: il M5S, che correva da solo candidando Sara Marcozzi, conquistò il 19,7 per cento, portando a casa sette consiglieri. Che da domani saranno solo due. Nel frattempo, in questi anni Marcozzi è passata in Forza Italia, anche un po’ a dimostrazione plastica dell’inaffidabilità di un pezzo di classe politica del pas…
MILANO — L’alleanza con il Pd non è in discussione, ma da adesso in poi sul “campo largo” sì, occorrerà qualche riflessione in più. «Perché una coalizione locale con dentro i partiti come Azione e Italia viva che poi a livello nazionale ti attaccano tutti i giorni non è qualcosa credibile per gli elettori, e i nostri sono particolarmente sensibili», è il ragionamento che si fa in casa 5 Stelle dopo il brutto risultato abruzzese. Che prima occorre analizzare nel dettaglio: il M5S è passato dal 18,5 per cento del 2022 al 7 per cento di domenica, da 115 mila voti alla Camera a 40 mila. Se invece si prende in esame il 2019, quando Marco Marsilio vinse la prima volta, peggio ancora: il M5S, che correva da solo candidando Sara Marcozzi, conquistò il 19,7 per cento, portando a casa sette consiglieri. Che da domani saranno solo due. Nel frattempo, in questi anni Marcozzi è passata in Forza Italia, anche un po’ a dimostrazione plastica dell’inaffidabilità di un pezzo di classe politica del passato.
Giuseppe Conte, va detto, non si è nascosto dietro a un dito. Quello di domenica per il suo partito è stato «un risultato modesto che ci spinge a lavorare con sempre più forza sul nostro progetto di radicamento nei territori, per convincere a impegnarsi e a partecipare soprattutto i troppi cittadini che non votano più». Un’ammissione che non era scontata, visto che di solito il giorno dopo delle elezioni non ha mai perso nessuno. Gianluca Castaldi, ex senatore e coordinatore del M5S in Abruzzo, si è dimesso, un gesto apprezzato da Roma.
Dopodiché il disco rotto del Movimento quando le amministrative vanno male è sempre lo stesso: occorre radicarsi, occorre strutturarsi. Il “nuovo corso” partitico inaugurato da Conte è cominciato da quasi tre anni, e senza struttura i 5 Stelle - come visto - riuscivano comunque ad andare in doppia cifra quasi ovunque. Senza struttura e senza alleanza con il centrosinistra, ed è questo che alla fine inquieta tutti in via di Campo Marzio. Senza il Pd la destra vincerà sempre, ma con il Pd il M5S perde la sua capacità di espansione, ed è un dilemma che Conte non è ancora riuscito a risolvere. Anche quando la settimana scorsa in Sardegna vinse Alessandra Todde, i numeri della coalizione confermavano questa tendenza, brutti pensieri che vennero scacciati subito pensando alla prima elezione a presidente di un esponente 5 Stelle.
L’enigma del Movimento non è nuovo, fu Luigi Di Maio quando era capo politico ad affrontarlo per primo dopo l’avvio del governo giallorosso, alle regionali in Umbria. Il primo esperimento di alleanza locale con il Pd fu un mezzo disastro e ancora oggi gli elettori potenziali dei 5 Stelle non vedono di buon occhio la coabitazione con i democratici. «L’idea di una corsa in coalizione non paga, gli elettori mal digeriscono la nostra presenza accanto a certi simboli: Molise, Lazio, Lombardia, Abruzzo», ammette il consigliere uscente Pietro Smargiassi.
Non ci sarà però nessun passo dietro sull’idea di alleanza con Pd e rossoverdi. Su questo dubbi non ce ne sono, assicurano i vertici del Movimento. Neanche un esponente della vecchia guardia oltranzista come Danilo Toninelli disconosce la strategia di fondo. «Va bene allearsi con il Pd, malissimo allearsi con Renzi e Calenda e speriamo che questo non accada più. Ma possiamo dire che va meglio se il candidato è del M5S?», le sue parole in diretta social con i fan. Ecco, è il ragionamento che va per la maggiore al quartier generale dei 5 Stelle. Basta accozzaglie, no al campo largo, spazio al campo giusto. Da ciò se ne conseguono un paio di osservazioni per il futuro prossimo. In Basilicata ad esempio le possibilità di un accordo attorno ad un altro nome, più vicino alle sensibilità dei 5 Stelle, ci sarebbero. Più difficile che si trovi una quadra in Piemonte, dove le distanze sui temi, e le scorie del passato, pesano parecchio. Una coabitazione nel centrosinistra a targhe alterne, insomma. Questo è il disegno per il futuro, trattando di volta in volta le migliori condizioni, i programmi più di “rottura”, che quindi difficilmente possono includere i centristi. In questo il M5S è convinto di trovare una sponda sicura sia nei rossoverdi di Alleanza verdi sinistra che nell’area dem più di sinistra. Tocca solo vedere se il Pd può accettare questo condizionamento perpetuo.