La sconfitta in Abruzzo agita il campo largo. Prodi: “Dovete coltivarlo”
Giovanna Casadio , Giovanna VitaleROMA — Il giorno dopo la sconfitta in Abruzzo, nessuno nel Pd nasconde che la strada del campo largo si è ristretta. Il timore è che i 5Stelle facciano prevalere l’umore recalcitrante alle intese o che siano disposti ad accettarle solo a patto di scegliere loro i candidati. Alzando l’asticella dei veti, come sta già accadendo nelle due regioni chiamate alle urne tra aprile e giugno.
Tuttavia il dialogo tra Elly Schlein e Giuseppe Conte prosegue. Per una ragione di convenienza politica, dettata dall’aritmetica: se si vuole competere con la destra, l’alleanza giallorossa resta l’unica opzione. L’altra è condannarsi alla sconfitta perenne. Ma se in Basilicata, dove si vota il 21 e il 22 aprile, si sta andando verso la fumata bianca su un candidato diverso dal “re delle coop bianche” sgradito ai grillini, nel Piemonte atteso al rinnovo l’8 e il 9 giugno insieme alle europee l’accordo è ancora di là da venire.
Al di là delle beghe locali, a ostacolare il cantiere è la sfida per l…
ROMA — Il giorno dopo la sconfitta in Abruzzo, nessuno nel Pd nasconde che la strada del campo largo si è ristretta. Il timore è che i 5Stelle facciano prevalere l’umore recalcitrante alle intese o che siano disposti ad accettarle solo a patto di scegliere loro i candidati. Alzando l’asticella dei veti, come sta già accadendo nelle due regioni chiamate alle urne tra aprile e giugno.
Tuttavia il dialogo tra Elly Schlein e Giuseppe Conte prosegue. Per una ragione di convenienza politica, dettata dall’aritmetica: se si vuole competere con la destra, l’alleanza giallorossa resta l’unica opzione. L’altra è condannarsi alla sconfitta perenne. Ma se in Basilicata, dove si vota il 21 e il 22 aprile, si sta andando verso la fumata bianca su un candidato diverso dal “re delle coop bianche” sgradito ai grillini, nel Piemonte atteso al rinnovo l’8 e il 9 giugno insieme alle europee l’accordo è ancora di là da venire.
Al di là delle beghe locali, a ostacolare il cantiere è la sfida per la leadership della coalizione. Sulla quale ora pesano pure i consensi ottenuti in Abruzzo, che lasciano contenti i Dem e però scontentano, molto, i Cinquestelle. Il Pd ha difatti sfondato la soglia psicologica del 20% (quasi il doppio delle precedenti regionali, 4 punti in più delle ultime politiche), mentre il Movimento si è fermato al 7, perdendo ben 17 punti rispetto al 2019. Soddisfatti anche Carlo Calenda per il suo 4% e il duo Fratoianni-Bonelli: Avs si è piazzata solo tre decimali sotto. Delude invece il listone dei Riformisti con dentro Italia viva: 2,8%. Dopo la Sardegna, un’ulteriore conferma che a trainare è il partito di Elly Schlein, con il principale alleato che come da tradizioni sui territori arranca.
E veniamo all’altro tormentone del day after: quanto largo deve essere lo schieramento progressista, se cioè è meglio correre in formazione “smart”, come in Sardegna, o estendersi ai centristi. Conte lo ha già ribadito: per lui gli alleati devono essere «affidabili», non sparargli contro a ogni occasione. Ironizza Fratoianni: «Mentre noi discettiamo delle dimensioni del campo, gli altri si portano via il pallone. Luciano D’Amico ha restituito anima e cuore a una coalizione che sembrava non avere alcuna chance». Un dato di realtà che pare aver conquistato persino Calenda. Commentando positivamente il risultato di Azione, l’ex ministro allo Sviluppo avverte che il mantra “meglio soli”, in questo caso non vale: «Stare alla finestra, soprattutto quando c’è un candidato capace, è sbagliato e controproducente». Per poi sottolineare come a livello locale nell’area liberale la sua è l’unica forza che esiste. Una stoccata all’ex fratello-coltello da cui, all’indomani delle politiche, ha divorziato.
Di certo una vittoria in Abruzzo, dopo quella di Alessandra Todde in Sardegna, avrebbe non solo segnato la remuntada delle opposizioni, ma anche cementato l’intesa giallorossa. È questo il punto. Lo ammette, crucciato, l’ex ministro Roberto Speranza, lucano legato alla sua terra dove si fa fatica a trovare un’intesa: «Sì, un po’ preoccupato lo sono. Ci vorrà ancora molto lavoro».
Ci pensa però Romano Prodi, padre fondatore del Pd, a invitare alla tenacia: «Per coltivare un campo largo ci vogliono tanti contadini. Debbo dire che i contadini sono aumentati parecchio, ma non sono ancora abbastanza, quindi il campo largo va coltivato ancora ed è importantissimo che cresca come sta crescendo». Per restare nella metafora agricola, il Professore ricorda che «la seminagione è buona, poteva andare meglio, ma penso che l’Abruzzo è l’Abruzzo». D’accordo il dem Andrea Orlando: «Il campo c’è. Ha una sua forza, è potenzialmente competitivo, ma ancora disseminato di contraddizioni e trova unità nel candidato, non nel progetto. È su questo che ci si deve concentrare. Con chi vuol farlo sul serio». Monito simile a quello di Stefano Bonaccini, leader dell’area riformista: la richiesta è a «non disperdere il grande lavoro unitario» che ha irrobustito il centrosinistra. Dimostrando che «un’alternativa a questa destra c’è». Basta non ucciderla in culla.