Doppio stop alla Lega, il Senato boccia il terzo mandato e la cancellazione del ballottaggio per i sindaci
di Giovanna VitaleRoma — Procede per strappi e dispetti il rapporto tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. L’ultimo oggi nell’aula del Senato, chiamata a esaminare il decreto elezioni.
Ebbene, la Lega non solo ha ripresentato l’emendamento per innalzare a tre il limite dei mandati per i presidenti di Regione, il cosiddetto salva-Zaia già bocciato in commissione Affari costituzionali. Ma, con un blitz che spiazza il governo e fa infuriare le opposizioni, ne deposita pure un altro per abolire i ballottaggi nelle città con più di 15mila abitanti. Iniziativa che, oltre a spaccare la maggioranza, mette in seria difficoltà Fratelli d’Italia, tenuto sino all’ultimo all’oscuro di tutto.
Il partito di Meloni è difatti pronto a cancellare il doppio turno per i sindaci, ritenuto penalizzante per la destra e premiante per la sinistra, però non così: con un intervento estemporaneo su un decreto di natura tecnica che nulla c’entra con il Tuel (il Testo unico sugli enti locali che disciplina l’elezione dei primi cittad…
Roma — Procede per strappi e dispetti il rapporto tra Matteo Salvini e Giorgia Meloni. L’ultimo oggi nell’aula del Senato, chiamata a esaminare il decreto elezioni.
Ebbene, la Lega non solo ha ripresentato l’emendamento per innalzare a tre il limite dei mandati per i presidenti di Regione, il cosiddetto salva-Zaia già bocciato in commissione Affari costituzionali. Ma, con un blitz che spiazza il governo e fa infuriare le opposizioni, ne deposita pure un altro per abolire i ballottaggi nelle città con più di 15mila abitanti. Iniziativa che, oltre a spaccare la maggioranza, mette in seria difficoltà Fratelli d’Italia, tenuto sino all’ultimo all’oscuro di tutto.
Il partito di Meloni è difatti pronto a cancellare il doppio turno per i sindaci, ritenuto penalizzante per la destra e premiante per la sinistra, però non così: con un intervento estemporaneo su un decreto di natura tecnica che nulla c’entra con il Tuel (il Testo unico sugli enti locali che disciplina l’elezione dei primi cittadini) e senza alcun confronto con le altre forze parlamentari. Soprattutto non a tre mesi dalle amministrative che l’8 e il 9 giugno coinvolgerà quasi la metà dei comuni italiani. Da qui l’imbarazzo: votare contro avrebbe significato rinunciare a una riforma che comunque si vuol fare; a favore sarebbe stata una forzatura perché non è questo il veicolo, né il momento per cambiare un sistema elettorale in vigore da trent’anni. Oltretutto la si sarebbe data vinta al Carroccio, che ha agito all’insaputa degli alleati. Si sceglie perciò una terza via.
Quando al termine della discussione generale tocca al relatore esprimersi sull’abrogazione dei ballottaggi, il meloniano Alberto Balboni prima si dichiara «favorevole nel merito», quindi su input dell’esecutivo chiede alla Lega di ritirare l’emendamento e di trasformarlo in un ordine del giorno. Come poi avverrà. «Un atto così rilevante, che cambia profondamente le regole in vigore nel 70-75% dei comuni, avrebbe avuto bisogno di un maggior approfondimento e confronto», taglia corto il “fratello” senatore. Un fastidio, il suo, che è la misura del successo di Salvini: a lui interessava mandare un segnale forte — se voglio vi faccio ballare — e quel segnale a Palazzo Chigi è arrivato. Lo fa intendere il capogruppo Romeo, accettando l’invito a ripiegare: «A poche settimane dal voto non è il massimo, ma per noi era importante porre la questione».
Un grimaldello utile anche a mantenere aperto il varco sul terzo mandato per i governatori, osteggiato da FdI e FI, di nuovo rispedito al mittente. «Però noi teniamo la posizione, il dibattito non finisce qui», avverte il leghista Paolo Tosato, primo firmatario del salva-Zaia.
Indizio che la guerra interna alla coalizione di governo è destinata a continuare. Con i lumbard decisi a tornare all’attacco, sebbene non subito: dopo le europee. Quando si conta pure di dar seguito all’ordine del giorno per eleggere sindaco chi al primo turno supera il 40% dei voti. Infine approvato dal solo centrodestra. Mentre le opposizioni, ostili sia nel merito sia nel metodo, non hanno partecipato.
«Il blitz sulla cancellazione dei ballottaggi a tre mesi dal voto è uno sfregio alle più basilari regole democratiche», l’altolà subito lanciato da Elly Schlein. «Un’aberrazione, un colpo di mano inaccettabile contro leggi che hanno dimostrato di funzionare bene», l’accusa del dem Francesco Boccia: «Il dl elezioni, che doveva solo stabilire la data del voto, è diventato un golpe per regolare i conti dentro la maggioranza ormai agli stracci». Tra l’altro realizzato «alla chetichella», rincara il collega Dario Parrini. Definitiva la 5Stelle Alessandra Maiorino: la proposta della Lega «rischia di diventare un’altra legge porcata come quella elettorale di Calderoli».