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Ponte sullo stretto, un’altra incompiuta per Salvini che teme il boomerang in campagna elettorale

Matteo Salvini, vicepremier e ministro delle Infrastrutture (ansa)
Il vicepremier, dopo aver rinunciato a Flat tax e Quota 100, punta tutto sulla opera-simbolo ma vede sfumare il taglio del nastro per le Europee
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Roma — «La costruzione del Ponte partirà nell’estate del 2024». Poco meno di un anno fa, un Matteo Salvini sorridente illustrava nello studio di Bruno Vespa il plastico della madre di tutte le opere. Con annessa promessa elettorale. Da quel momento, sulla coincidenza fra la posa della prima pietra e le Europee, il leader della Lega ha costruito buona parte della sua strategia. E ora è costretto a subire uno stop. Se non uno smacco. Perché le 68 raccomandazioni del comitato tecnico-scientifico - organo peraltro nominato dallo stesso ministro - cancellano quella previsione. Spostano in avanti, e non si sa di quanto, le lancette. Rischiano di trasformarsi in un boomerang, per il ministro con il caschetto da cantiere.

A Porta Pia, sede del dicastero delle Infrastrutture, si fa buon viso a cattiva sorte. Il progetto definitivo, si fa notare, è stato comunque approvato. Si glissa sul fatto che, con quel fardello di modifiche da apportare, non è più dato conoscere la data di inizio dei lavor…

Roma — «La costruzione del Ponte partirà nell’estate del 2024». Poco meno di un anno fa, un Matteo Salvini sorridente illustrava nello studio di Bruno Vespa il plastico della madre di tutte le opere. Con annessa promessa elettorale. Da quel momento, sulla coincidenza fra la posa della prima pietra e le Europee, il leader della Lega ha costruito buona parte della sua strategia. E ora è costretto a subire uno stop. Se non uno smacco. Perché le 68 raccomandazioni del comitato tecnico-scientifico - organo peraltro nominato dallo stesso ministro - cancellano quella previsione. Spostano in avanti, e non si sa di quanto, le lancette. Rischiano di trasformarsi in un boomerang, per il ministro con il caschetto da cantiere.

A Porta Pia, sede del dicastero delle Infrastrutture, si fa buon viso a cattiva sorte. Il progetto definitivo, si fa notare, è stato comunque approvato. Si glissa sul fatto che, con quel fardello di modifiche da apportare, non è più dato conoscere la data di inizio dei lavori. Per quanto riguarda la fine, sono pochi a scommettere che si realizzerà un altro pronostico di Salvini: l’inaugurazione del collegamento con sei corsie per le automobili e due percorsi ferroviari entro cinque anni, fra la fine e l’inizio della prossima legislatura, comunque con un governo di centrodestra in carica.

È l’ennesimo castello di promesse che scricchiola, in un momento non esattamente felice per il capo del Carroccio, reduce dalla batosta sarda e da un risultato in Abruzzo, il 7,6 per cento, che solo il suo ottimismo porta a definire «buono». Il tutto fra le ombre di nemici interni ed esterni. Il rischio, concreto, è che il numero uno di via Bellerio debba frettolosamente ammainare la sua bandiera elettorale, rinunciare a un messaggio che proprio al Sud era pronto a rilanciare: non a caso, fra le grandi convention leghiste in programma, ce n’è una che il fido Claudio Durigon, commissario in Sicilia, sta organizzando a Palermo. Salvini dovrà dar conto di un’infrastruttura che non si comincerà a realizzare nei tempi previsti. Ritardo fatale? Chissà. Certo esiziale in una rimonta verso le urne che ora vede la “Lega per Salvini premier” dover difendere addirittura il secondo posto nella coalizione dall’insospettata crescita di Forza Italia.

Il segretario, che guarda con sospetto un asse Meloni-Tajani, deve di nuovo mordere il freno. Come accadde, ad esempio, durante la Finanziaria, quando il vicepremier milanese dovette mettere da parte la Flat tax, la pace fiscale e Quota 100. Impegni che fanno parte del programma elettorale, rinviati in omaggio alle esigenze finanziarie. Mentre l’Autonomia è un cantiere, quello sì, ancora aperto. La grana del Ponte si somma a un elenco di incompiute politiche che Salvini riesce a reggere con sempre maggiore difficoltà. Anche dentro il suo partito, dove il malessere dei ribelli cova soprattutto fra la Lombardia e il Veneto, nelle valli padane dove rivogliono una Lega che sia il sindacato del Nord. E dove non hanno mai accettato l’idea di un movimento sacrificato sull’altare della scommessa di un’opera cara (ma quanto davvero?) al Meridione. «Siamo un partito che più che centralista è diventato pontista», diceva ironicamente nei giorni scorsi l’ex ministro Roberto Castelli, uno che dalla Lega è uscito ma che interpreta il pensiero di quanti nella Lega sono rimasti, soprattutto al Nord. «Abbiamo perso molti voti inseguendo il Ponte e rinunciando a un’identità. E un problema sul Ponte non può che confermare il fallimento della strategia», osserva un dirigente del partito costretto all’anonimato anche per la prudenza nelle dichiarazioni che in questi giorni Salvini ha imposto ai suoi.

Ovviamente il leader non ha alcuna intenzione di rinunciare al Ponte sullo Stretto come atout in vista delle Europee. Sia pure con il rischio di un effetto rimbalzo in termini di consensi. La posta della scommessa, d’altra parte, è elevata. La sconfitta equivarrebbe a una figuraccia internazionale, per chi il plastico del Ponte, sistemato in bella mostra all’ingresso degli uffici del ministero, lo aveva fatto vedere con orgoglio anche a Elon Musk. Ricevendo, si legge nelle cronache diffuse dalla propaganda salviniana, «un cenno di convinta approvazione» da parte del patron di X. Oggi i megafoni tacciono.

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