Mattarella a Cassino: “La pace un dovere, siamo al limite della barbarie. L'Italia ripudia la guerra e deve costruire ponti di dialogo”
dal nostro inviato Concetto VecchioCASSINO – Sergio Mattarella non nasconde la sua angoscia per «questi amari anni di guerra». Teme l’escalation. Sceglie Cassino, dove ottant’anni fa, il 15 febbraio 1944, gli alleati distrussero l’abbazia, annientando non solo un pezzo di civiltà ma anche i monaci e le tante famiglie che vi avevano trovato rifugio, per esprimere la sua preoccupazione. Pronuncia la frase «la guerra non si ferma alla soglia della barbarie», che si attaglia a quel avviene oggi a Gaza, e in Ucraina. È il suo invito esplicito a fermare gli eccessi di reazione: «Bisogna interrompere il ciclo drammatico di terrorismo, di violenza, di sopraffazione, che si autoalimenta e vorrebbe perpetuarsi». Va riaperta «una speranza di pace».
La piazza è piena di gente nell’accenno di primavera. Ci sono i sindaci col gonfalone e le fasce tricolori, il vescovo, i bambini con le coccarde. Mattarella siede accanto al ministro della Dife…
CASSINO – Sergio Mattarella non nasconde la sua angoscia per «questi amari anni di guerra». Teme l’escalation. Sceglie Cassino, dove ottant’anni fa, il 15 febbraio 1944, gli alleati distrussero l’abbazia, annientando non solo un pezzo di civiltà ma anche i monaci e le tante famiglie che vi avevano trovato rifugio, per esprimere la sua preoccupazione. Pronuncia la frase «la guerra non si ferma alla soglia della barbarie», che si attaglia a quel avviene oggi a Gaza, e in Ucraina. È il suo invito esplicito a fermare gli eccessi di reazione: «Bisogna interrompere il ciclo drammatico di terrorismo, di violenza, di sopraffazione, che si autoalimenta e vorrebbe perpetuarsi». Va riaperta «una speranza di pace».
La piazza è piena di gente nell’accenno di primavera. Ci sono i sindaci col gonfalone e le fasce tricolori, il vescovo, i bambini con le coccarde. Mattarella siede accanto al ministro della Difesa, Guido Crosetto. Cassino fu rasa al suolo. La definisce perciò «città martire». La paragona a Coventry e Dresda, 1250 tonnellate di bombe, 129 giorni di combattimenti per piegare i nazisti, duecentomila morti, «che ci ammoniscono». Occorre far «memoria di tragedia», scandisce nel silenzio.
Quindi esprime il secondo concetto importante del suo pensiero: «Bisogna far memoria di tragedia, Cassino è anche un richiamo a far cessare ovunque il fuoco delle armi, nel rispetto di ciascun popolo». Ricorda perciò il ruolo dell’Italia nei conflitti, la sua vocazione, data dalla Costituzione, «a costruire ponti di dialogo, di collaborazione con le altre nazioni». Esalta l’articolo 11 della Carta, che ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Come non leggerlo come una risposta alle dichiarazioni muscolari di Emmanuel Macron, che non esclude l’invio di truppe francesi in Ucraina? Al Quirinale escludono che lo fosse: a Parigi, dicono, ha già replicato il ministro degli esteri Antonio Tajani, confermando che non ci sarà alcun invio italiano di truppe. E con Macron, com’è noto, vi è un solido rapporto di amicizia. Ma è difficile ignorare la coincidenza temporale e il diverso approccio.
Il nostro Capo dello Stato ha ripetutamente condannato con nettezza l’aggressione di Vladimir Putin, vista come una violazione del diritto internazionale e una minaccia ai valori democratici. Ieri ha spronato l’Europa a fare di più: «Deve assumersi un ruolo permanente nella costruzione di una pace fondata sulla dignità e sulla libertà». E tuttavia si percepisce uno scarto rispetto ad altri recenti prese di posizione, un cambio d’umore. Il presidente della Repubblica sembra manifestare con questo discorso in piazza il suo sgomento per il tragico avvitamento, in Medio Oriente e alle porte d’Europa. Teme che il futuro porterà altre sciagure, altri lutti.
Cassino battaglia tragica, Mattarella ricorda la sorte dell’«incolpevole popolazione civile», ma fu anche uno snodo cruciale che permise agli anglo americani di raggiungere finalmente Roma e di liberarla dai nazifascisti il 4 giugno 1944. Infatti non manca di sottolineare il ruolo della Resistenza, contro «gli oppressori dell’Italia». E poi, dopo aver salutato i bambini e le loro maestre, si reca a Ferentino, per rendere omaggio alla tomba di don Giuseppe Morosini, il prete partigiano, che collaborò con gli alleati e che, tradito da un fascista infiltrato, venne arrestato, torturato e quindi fucilato a Forte Bravetta.