Credo che i giovani vocianti che hanno impedito al direttore di Repubblica Maurizio Molinari di parlare a Napoli non siano la maggioranza e nemmeno una minoranza considerevole degli studenti di quella prestigiosa università. Rappresentano sé stessi, una frangia esigua composta da alcuni ingenui ragazzi e ragazze animati da generosi principi e da un manipolo di facinorosi che, per indole o per mestiere, li incitano. Baso questa approssimativa diagnosi su quanto è sempre avvenuto nelle università anche negli anni lontani dei miei studi.
Non per questo si deve ridurre l’episodio a fatterello da relegare in una breve di cronaca. Due ragioni lo impediscono. La prima è che il tumulto davanti all’aula magna napoletana è stato organizzato in un momento difficile, segnato da diversi sparsi sintomi che sembrano dettati da una voglia di autoritarismo che non va trascurata. Matteo Renzi ha ricordato ciò che già diceva Pasolini: «Esiste anche il fascismo degli antifascisti». Giorni fa alla Sapienz…
Credo che i giovani vocianti che hanno impedito al direttore di Repubblica Maurizio Molinari di parlare a Napoli non siano la maggioranza e nemmeno una minoranza considerevole degli studenti di quella prestigiosa università. Rappresentano sé stessi, una frangia esigua composta da alcuni ingenui ragazzi e ragazze animati da generosi principi e da un manipolo di facinorosi che, per indole o per mestiere, li incitano. Baso questa approssimativa diagnosi su quanto è sempre avvenuto nelle università anche negli anni lontani dei miei studi.
Non per questo si deve ridurre l’episodio a fatterello da relegare in una breve di cronaca. Due ragioni lo impediscono. La prima è che il tumulto davanti all’aula magna napoletana è stato organizzato in un momento difficile, segnato da diversi sparsi sintomi che sembrano dettati da una voglia di autoritarismo che non va trascurata. Matteo Renzi ha ricordato ciò che già diceva Pasolini: «Esiste anche il fascismo degli antifascisti». Giorni fa alla Sapienza, David Parenzo è stato zittito con l’accusa di essere filoisraeliano; a Firenze, la ragazza Sara che, in occasione della Festa della Donna, voleva ricordare gli stupri del 7 ottobre è stata allontanata dal presidio di “Non una di meno”.
La seconda ragione d’inquietudine è l’argomento che Maurizio Molinari intendeva svolgere. Se in una università non si capisce che i temi legati al Mediterraneo — che Molinari è stato tra i primi ad analizzare — già importantissimi, sono ora fondamentali per il nostro Paese, si dubita sulla qualità di “studenti” che rifiutano perfino di sentirne parlare. In una caso come questo il tema in sé prevale anche sulle idee di chi lo tratta. L’impostazione può essere gradita o no ma l’ascolto, e la valutazione, restano indispensabili se si frequenta l’università per imparare, discutere, consentire, dissentire, in una parola cercare di capire che cos’è il mondo e da che parte va.
Ci sono manifestazioni di dissenso rumorose e approssimative dove ci si limita a ritmare qualche slogan, far rullare tamburi di latta, far sibilare fischietti, alzare al cielo i pugni, far garrire al vento le bandiere. Sono belle, infondono fiducia danno a chi vi partecipa la sensazione di poter davvero dare un colpo di pollice ai destini del mondo. Ogni generazione ha avuto le sue, quando si hanno 18 o 20 anni sono state una specie di iniziazione alla vita politica, un battesimo laico di cittadinanza, compresa qualche manganellata — davanti al Viminale, ne ebbi una tra il collo e la spalla destra, che fece parecchio male per giorni — non ricordo quale nobile causa l’avesse provocata.
Il loro luogo però è la strada, la loro meta una piazza. L’università vuole una qualità diversa quando si agitano riflessioni e pensieri come la difficile situazione nel mediterraneo e gli interessi coinvolti. L’antica coppia dialettica consenso/dissenso non consente a persone ragionevoli un rifiuto a priori, tanto più quando nell’aula ci sono più di duecento studenti che attendono con pazienza di poter ascoltare prima d’esprimere un giudizio, che non si accontentano di un cieco rifiuto a priori.
Mai come in questo momento, il Mediterraneo, la situazione mediorientale, vogliono analisi che indichino una via per la coesistenza e la pace; le vittime del 7 ottobre stuprate, decapitate, arse vive, i 30 mila palestinesi uccisi nel conflitto, chiedono e meritano più di qualche urlo in un corridoio, esigono uno sforzo di comprensione, conciliazione, proposta. Che gli arrivi almeno quello da chi mangia tutti i giorni e ha un tetto sopra la testa.
Alla fine, Molinari ha rinunciato a parlare, deludendo chi aspettava il brivido del parapiglia. Lo ha fatto «per tutelare l’incolumità di tutti gli studenti ed evitare disordini». Interessante il commento del prof Riccardo Zucchi, rettore a Pisa. Ha ripetuto anche lui che bisogna «saper ascoltare tutti, anche chi non condivide le nostre idee». Ha però posto un limite: «A patto che il parlare non diventi invettiva e impedimento agli altri di relazionarsi». Trapela in queste parole lo spirito della Costituzione, la Carta disegna alla legittimità un ampio recinto proprio perché tutela tutti e non tollera sopraffazioni; da parte di chi spara ovviamente, ma anche da parte di chi grida per impedire ad altri di esprimersi.
È quello che ha subito intuito il presidente Mattarella. Il comunicato del Quirinale ha dettato: «Quel che vi è da bandire dalle università è l’intolleranza, perché con l’università è incompatibile chi pretende di imporre le proprie idee impedendo che possa manifestarle chi la pensa diversamente».
Ricordo che anche ad Harvard e a Columbia si sono impediti l’accesso e la parola a studenti che volevano esprimere sostegno a Israele. La Casa Bianca, al contrario del Quirinale, non ha emesso comunicati. O il presidente Biden è più lontano da questi problemi o il presidente Mattarella ha maggiori ragioni di vicinanza — e d’allarme.