Il giudice Ebner: “Per amare la toga serve follia. Chi fa questa professione è già sottoposto a continui esami”
di Alessandra Ziniti«Vi dico subito che non sono sano di mente...». E via undici buoni motivi per sostenere che sono ben altri gli argomenti da utilizzare per sostenere che oggi in Italia chi decide di indossare la toga, in queste condizioni, è tutto sommato un matto. Nelle chat dei magistrati italiani la riflessione di Giacomo Ebner, giudice del tribunale civile di Roma, è diventata presto virale.
Dottor Ebner, di questi tempi è pericoloso confessare di «non essere sano di mente».
«Innanzitutto, come spero appaia chiaro dall’ultima riflessione, la mia non vuole essere una polemica, ma una dichiarazione di amore verso questa professione».
Eccola, l’ultima riflessione. Lei scrive: «Solo uno che non è sano di mente trova tutto questo il lavoro più bello del mondo».
«Esatto, dove in tutto questo includo esempi personali: ar…
«Vi dico subito che non sono sano di mente...». E via undici buoni motivi per sostenere che sono ben altri gli argomenti da utilizzare per sostenere che oggi in Italia chi decide di indossare la toga, in queste condizioni, è tutto sommato un matto. Nelle chat dei magistrati italiani la riflessione di Giacomo Ebner, giudice del tribunale civile di Roma, è diventata presto virale.
Dottor Ebner, di questi tempi è pericoloso confessare di «non essere sano di mente».
«Innanzitutto, come spero appaia chiaro dall’ultima riflessione, la mia non vuole essere una polemica, ma una dichiarazione di amore verso questa professione».
Eccola, l’ultima riflessione. Lei scrive: «Solo uno che non è sano di mente trova tutto questo il lavoro più bello del mondo».
«Esatto, dove in tutto questo includo esempi personali: arrivare tardi al capezzale di una madre perché si deve depositare una sentenza, vivere in una piccola città accanto a persone che hai condannato, non staccare mai dal proprio lavoro trascurando la famiglia, affrontare centinaia di fascicoli al giorno cercando di scorgere nelle carte le aspettative delle singole persone».
Da magistrato lontano dall’agone della politica, vuole spiegare ad un cittadino perché il test psicoattitudinale vi sembra un’offesa?
«Nessuna offesa. Davanti a questo progetto il nostro, sicuramente il mio, è un dispiacere sereno. Perché si va a toccare l’essenza stessa della professione. Un magistrato è tale perché si sente necessariamente sereno ed equilibrato».
Il che non vuol dire che lo sia.
«Guardi, noi siamo sottoposti a un test psicoattitudinale continuo. Ogni provvedimento che noi emettiamo, che sia la scarcerazione di un detenuto o una liquidazione, deve avere una motivazione logica, consequenziale. E viene vagliato da così tante persone, a cominciare dagli avvocati, che sono proprio deputate a scovare qualsiasi elemento di squilibrio, di eccentricità, di anormalità. E poi ricordiamo anche che, a fare il magistrato, si arriva dopo una selezione durissima, con un tirocinio con decine di affidatari istituzionalmente deputati al controllo e infine che nella nostra carriera dobbiamo superare anche sette valutazioni professionali. Non mi pare poco».
Non è che, alla fine, la vostra è una difesa di casta? Ci sono altre professioni, come le forze dell’ordine, dove il superamento del test psicoattitudinale esiste da sempre.
«Assolutamente no. La maggior parte di noi fa bene il suo lavoro e se dovremo fare un test lo faremo senza problemi, questo è ovvio. Il dispiacere nasce dal fatto che questa esigenza, in questo momento, ci sembra fuori dall’orizzonte. Sono ben altri i problemi della categoria. E però ciclicamente viene fuori qualcosa per dire che noi magistrati siamo sbagliati. Non ci sentiamo né superiori né intoccabili, ma se ci vogliono toccare lo facciano non per darci una spinta, ma magari una pacca sulla spalla».