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Nordio benedice la legge bavaglio: “Battaglia di civiltà”. E attacca i media: “Sono un circuito giudiziario parallelo”

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio (ansa)
Il Guardasigilli risponde senatore del Pd Filippo Sensi. Critiche anche ai pm: “Non si individuano autori della diffusione di atti processuali”
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ROMA - Quando Enrico Costa di Azione ha presentato alla Camera il suo “bavaglio” alla stampa vietando di pubblicare l’ordinanza di custodia cautelare con tanto di citazioni, il Guardasigilli Carlo Nordio ha inizialmente tentato di ostacolarlo. Addirittura gli aveva chiesto di ritirarlo, ma alla fine è stato costretto a sottoscriverlo. Adesso ne parla in termini entusiasti e se ne fa paladino. Nel nome di “una battaglia di civiltà giuridica, una rivoluzione culturale di stampo garantista”.

Coglie l’occasione dell’interrogazione del senatore del Pd Filippo Sensi per sottoscriverlo in pieno. Facendo una premessa, quella che ripete sempre in tutti i suoi discorsi, contro “il processo penale mediatico, divenuto ormai un vero e proprio ‘circuito giudiziario parallelo’ a quello della giustizia penale ordinaria che negli ultimi anni ha visto coinvolti tanti cittadini più o meno famosi e più o meno esposti”.

L’espressione “circuito giudiziario parallelo”, se la scrivesse un giornalista in un s…

ROMA - Quando Enrico Costa di Azione ha presentato alla Camera il suo “bavaglio” alla stampa vietando di pubblicare l’ordinanza di custodia cautelare con tanto di citazioni, il Guardasigilli Carlo Nordio ha inizialmente tentato di ostacolarlo. Addirittura gli aveva chiesto di ritirarlo, ma alla fine è stato costretto a sottoscriverlo. Adesso ne parla in termini entusiasti e se ne fa paladino. Nel nome di “una battaglia di civiltà giuridica, una rivoluzione culturale di stampo garantista”.

Coglie l’occasione dell’interrogazione del senatore del Pd Filippo Sensi per sottoscriverlo in pieno. Facendo una premessa, quella che ripete sempre in tutti i suoi discorsi, contro “il processo penale mediatico, divenuto ormai un vero e proprio ‘circuito giudiziario parallelo’ a quello della giustizia penale ordinaria che negli ultimi anni ha visto coinvolti tanti cittadini più o meno famosi e più o meno esposti”.

L’espressione “circuito giudiziario parallelo”, se la scrivesse un giornalista in un suo articolo, forse potrebbe finire, se non con una querela, certamente con la richiesta di una rettifica. Ma il ministro della Giustizia può permettersi quello che vuole.

Proprio questo è l’esordio di Nordio quando, in forma scritta, risponde all’interrogazione del senatore Sensi che gli chiede conto della ben nota norma Costa, battezzata ormai come “il bavaglio alla stampa”, che consiste nel vietare ai giornalisti la possibilità di pubblicare l’ordinanza di custodia cautelare, citandone espressamente e tra virgolette le parti più significative. Costa ha vinto la sua battaglia alla Camera a dicembre scorso, e un mese fa con il definitivo via libera del Senato alla legge di Delegazione europea che la contiene. Adesso sarà Nordio a tradurla in una misura da infilare nel codice, ma ormai il bavaglio esiste a tutti gli effetti. Tant’è che Sensi gli chiede, alla luce dei principi costituzionali che riguardano la libertà di manifestazione del pensiero e garantiscono con l’articolo 21 non solo “la tutela del diritto di informare, ma anche quella di essere informati”, se proprio la norma Costa “non determini un ulteriore lesione alla libertà di espressione e al diritto di informare e di essere informati” alla luce del dettato costituzionale.

Nordio ricorda innanzitutto il testo del decreto sulla presunzione di innocenza passato quand’era ministra della Giustizia Marta Cartabia, anch’esso sollecitato da un ordine del giorno proposto e firmato da Costa. Quel decreto legislativo del dicembre 2021 apre una porta alle nuove regole anche nell’ambito degli uffici giudiziari e in particolare impone al procuratore della Repubblica “di mantenere personalmente o tramite un magistrato appositamente delegato i rapporti con gli organi di informazione esclusivamente tramite comunicati ufficiali oppure nel caso di particolare rilevanza pubblica dei fatti tramite conferenza stampa”. Il decreto impone di poter procedere all’incontro con i giornalisti solo dopo “un atto motivato in ordine alle specifiche ragioni di pubblico interesse che lo giustificano”.

Fin qui siamo ai fatti noti, che hanno determinato nelle procure italiane delle circolari interne per disciplinare le nuove regole. Ed è proprio da qui che parte Nordio per rispondere a Sensi. Il Guardasigilli prende le mosse dal fatto che il decreto legislativo Cartabia “già dimostra plasticamente quanto fosse avvertito il tema della spettacolarizzazione mediatica della giustizia, spesso alimentata anche da violazioni della disciplina in materia di segretezza degli atti istruttori”. L’ex pm bacchetta i suoi ex colleghi, con cui non ha mai avuto rapporti idilliaci: “Violazioni che purtroppo trovano terreno fertile non solo nell’ambiguità delle norme, cioè nella differenza tra la segretezza e la non pubblicabilità, ma anche nel fatto che quasi mai viene individuato l’autore della diffusione illegittima di atti processuali”.

Ecco adesso l’accenno dell’ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio contro i colleghi, colpevoli, a suo dire, di non indagare a sufficienza sulle fughe di notizie al punto da non raggiungere mai un possibile colpevole. Secondo l’attuale ministro della Giustizia nasce da quella direttiva di Cartabia la necessità di “completare il percorso di adeguamento della direttiva europea del 2016”. Nordio sta dicendo che la direttiva di Cartabia non era sufficiente e che la proposta di Costa ne è soltanto la logica conseguenza, arrivando a vietare la pubblicazione del testo integrale dell’ordinanza di custodia “fino a quando non siano concluse le indagini preliminari ovvero fino al termine dell’udienza preliminare”.

Per Nordio aveva pienamente ragione Costa a mettere quel bavaglio e ha torto Sensi per il quale invece “il provvedimento che dispone la custodia cautelare non presenta l’imputato come colpevole essendo un provvedimento fondato su gravi indizi e non sulla colpevolezza”. Per il ministro “si tratta di un’affermazione certamente suggestiva che, purtroppo, non trova riscontro nella realtà, troppo spesso caratterizzata dagli effetti devastanti del processo mediatico sulla vita di chi lo subisce”. Perché “i gravi indizi posti a fondamento di una misura cautelare non sono elementi sufficienti per poter considerare una persona colpevole, con l’inaccettabile risultato di creare un colpevole sul piano mediatico molto prima di una pronuncia definitiva, spesso di assoluzione”. Dunque la sua teoria è che l’ordinanza presenta come colpevole chi non lo è.

Tant’è che rimprovera anche i gip con osservazioni pesanti: “Non posso tacere che le ordinanze di custodia spesso riprendono quanto contenuto nelle richieste del pm che, loro volta, si fondano sugli elementi raccolti nelle informative redatte dalla polizia giudiziaria”. Per dirla in parole semplici, secondo Nordio, che è stato per anni un pm, i suoi colleghi si limitano a copiare le informative delle polizie e sulla base di queste incriminano dei presunti innocenti. Poi i giornalisti pubblicano le carte e i presunti innocenti diventano mediaticamente colpevoli.

Avviamoci alla conclusione della sua risposta a Sensi. “È di tutte evidenza - scrive Nordio - che la pubblicazione di un’ordinanza produce effetti dirompenti sulla presunzione d’innocenza, perché rappresenta, quantomeno allo stato degli atti in funzione dell’esigenza cautelari ritenute dal gip, la persona come responsabile del reato contestato “. E su questo il ministro della Giustizia motiva il suo pieno consenso alla norma Costa, che mai prima d’ora era stato così palese e reso pubblico. “Ecco allora che la finalità del divieto di pubblicazione è chiara e assolutamente condivisibile: impedire che l’ipotesi accusatoria - fondata su elementi di prova, spesso intercettazioni - sia data in pasto all’opinione pubblica come se fosse una verità accertata”.

Segue un passaggio che suona come una pietra tombale rispetto ad anni di inchieste, tante concluse con successo e con la scoperta dei responsabili di gravi o reati. Per Nordio, evidentemente, non è così. “La storia giudiziaria del nostro Paese dimostra quanto spesso il giudizio cautelare abbia trovato smentita in sede processuale, sebbene nelle more del giudizio la vita personale, familiare e professionale di chi è finito nell’enfasi mediatica, alimentata soprattutto dalla pubblicazione delle risultanze cautelari, sia stata irrimediabilmente pregiudicata”. Mentre si avvia alla conclusione della sua arringa anti pm, eccolo scrivere ancora: “Una situazione obiettivamente intollerabile, come pure dimostrano le tante interrogazioni parlamentari su questo tema delicato”. Ma cosa farà allora Nordio? “Naturalmente siamo consapevoli che il bilanciamento tra presunzione di non colpevolezza e diritto all’informazione costituisce materia delicata. Provvederò all’esercizio della delega ricercando con attenzione un giusto punto di equilibrio tra contrapposte esigenze di valenza costituzionale, ma nella convinzione che l’effettività della garanzia della presunzione di non colpevolezza rappresenta una battaglia di civiltà giuridica, una rivoluzione culturale di stampo garantista, dalla quale non vogliamo e non possiamo recedere”.

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