✕

I test per le toghe? Il presidente degli psicoanalisti: “Un pericolo per il futuro della democrazia”

Sarantis Thanopulos 
Sarantis Thanopulos, al vertice della Società psicoanalitica italiana, boccia l’idea di Nordio visto che “ci sono testi o corsi in grado di fornire prima le risposte e l’approccio giusto ai partecipanti a un concorso”, in modo da sembrare un candidato “normale”
3 minuti di lettura

ROMA - Contrari vent’anni fa, e ancora contrari adesso. Con motivazioni scientifiche, e certo non con un ragionamento “politico”. Gli psicanalisti avevano già bocciato, e adesso ribocciano al massimo livello, l’idea del governo, accettata e sostenuta anche dal Guardasigilli Carlo Nordio, di verificare l’affidabilità psicologica dei magistrati con l’uso dei test psicoattitudinali. Sarantis Thanopulos, presidente dal 2020 della Spi, la Società psicoanalitica italiana, scrive di suo pugno un articolo su “Questione giustizia”, la rivista online di Magistratura democratica diretta da Nello Rossi, e spiega come l’idea di selezionare in questo modo un presunto giudice “normale”, risponde a un criterio aziendalista che nulla a che vedere con l’esercizio del diritto. Considerazioni come questa - “Per ogni tipo di test ci sono testi o corsi di preparazione in grado di fornire preventivamente le risposte e l’approccio “giusto” ai partecipanti a un concorso” - o ancora come questa - “La capacità …

ROMA - Contrari vent’anni fa, e ancora contrari adesso. Con motivazioni scientifiche, e certo non con un ragionamento “politico”. Gli psicanalisti avevano già bocciato, e adesso ribocciano al massimo livello, l’idea del governo, accettata e sostenuta anche dal Guardasigilli Carlo Nordio, di verificare l’affidabilità psicologica dei magistrati con l’uso dei test psicoattitudinali. Sarantis Thanopulos, presidente dal 2020 della Spi, la Società psicoanalitica italiana, scrive di suo pugno un articolo su “Questione giustizia”, la rivista online di Magistratura democratica diretta da Nello Rossi, e spiega come l’idea di selezionare in questo modo un presunto giudice “normale”, risponde a un criterio aziendalista che nulla a che vedere con l’esercizio del diritto. Considerazioni come questa - “Per ogni tipo di test ci sono testi o corsi di preparazione in grado di fornire preventivamente le risposte e l’approccio “giusto” ai partecipanti a un concorso” - o ancora come questa - “La capacità di apprendere a memoria un insieme di nozioni è il vero criterio di selezione e la capacità di pensiero critico e di invenzione è ignorata” - dovrebbero spingere il governo a fare subito marcia indietro. A meno che l’obiettivo sia solo un messaggio agli italiani, del tipo “non state a sentire i giudici tanto quelli sono matti…”.

Alla vigilia del “parlamentino” dell’Associazione nazionale magistrati, che sabato deciderà che iniziative prendere contro l’imposizione governativa dei test per le toghe a partire dal 2026, è utile seguire il ragionamento di una professionista della psiche, che Armando Spataro aveva citato condividendolo nella sua intervista a Repubblica.

Nella conferenza stampa a palazzo Chigi, il ministro Nordio aveva presentato i test come un passo avanti per selezionare i magistrati “giusti”, rivelando anche di essersi sottoposto, 40 anni fa all’inizio della sua carriera, al test Minnesota, 600 domanda pubblicate nei giorni scorsi dal quotidiano la Verità e sulle quali dunque si presuppone che il magistrato possa “prepararsi”. E proprio questo scrive Sarantis Thanopulos: “Per ogni tipo di test ci sono testi o corsi di preparazione in grado di fornire preventivamente le risposte e l’approccio “giusto” ai partecipanti a un concorso”. E ancora: “La capacità di apprendere a memoria un insieme di nozioni è il vero criterio di selezione e la capacità di pensiero critico e di invenzione è ignorata”. Dunque sono utili per selezionare una toga “giusta”? Ovviamente la risposta è negativa: “Il lavoro del magistrato ha un’importante componente di cura (nel campo della giustizia sanzione e cura sono indissociabili tra di loro) e selezionare per il suo esercizio personalità adattative e conformiste, supposte “sane” perché prevedibili e accordate al senso comune piuttosto che al buon senso, mina il rigore e la serietà di questo lavoro dalle sue fondamenta”.

Ma è evidente che proprio questo vuole il governo Meloni. Non magistrati che “pensano” con la loro testa, che “valutano” le leggi, ma semplicemente degli automi che le applicano senza discutere. Un esempio? Il caso Cutro, le norme contro i migranti, la reazione violenta contro la giudice Iolanda Apostolico che si è “permessa” di disapplicarle. L’aggressione nei suoi confronti e il tentativo di presentarla come una rivoluzionaria solo per aver partecipato a una manifestazione indetta dall’arcivescovo di Noto.

Ma torniamo a Thanopulos. Che innanzitutto chiarisce come, tra le regole in vigore nella magistratura, vi siano già quelle che affrontano un caso di possibile devianza. “L’associazione tra errore giudiziario e instabilità psichica del giudice è pretestuosa e fuorviante. È decisamente smentita dalla realtà dei fatti. Mai una sentenza è stata determinata dall’insanità mentale di uno o più membri di un collegio giudicante. È anche se un caso simile si verificasse, la sentenza sarebbe facilmente impugnabile. Se si tolgono circostanze particolari (come prove documentarie sbagliate o mal interpretate o un impianto accusatorio indiziario apparentemente solido ma mai del tutto affidabile) le sentenze errate sono regolarmente il prodotto di un pregiudizio (politico, culturale o morale), di cattiva fede (che nessun test può mai preventivamente identificare) o di una non adeguata preparazione giuridica (alla quale una buona conoscenza del diritto costituzionale e della filosofia del diritto, nonché una buona cultura generale, non farebbero certo male)”.

E per tutto questo in rimedi sono già presenti nell’ordinamento, “come la “dispensa dal servizio” o il “collocamento in aspettativa d’ufficio per debolezza di mente o infermità”. A cosa servono allora i test? Forse a una logica aziendale, che certo non è quella della magistratura. “L’uso generalizzato dei test viene dal mondo delle imprese e risponde alla necessità di valutare l’adesione psicologica delle persone assunte ai principi regolatori del sistema di cui entrano a far parte – scrive Thanopulos –. I test verificano il grado di conformazione alla mentalità performativa anonima che l’impresa pone a fondamento di un suo funzionamento efficace, produttivo e remunerativo. Che questa filosofia aziendale che assoggetta i lavoratori a dei principi di efficacia riflettenti il funzionamento delle macchine e dei dispositivi tecnologici sia davvero la migliore strada per produrre meglio e in accordo con i desideri e i bisogni dei cittadini è tutto da dimostrare”.

La logica dunque è quella dell’obbedienza? Pare proprio di sì. “La cosa davvero importante è che si rinunci al proprio pensiero adottandone uno anonimo, che al posto dell’esercizio della critica subentri l’obbedienza. Una cultura di selezione che promuove la convenienza dell’obbedire acritico ai luoghi comuni di un’esistenza normativa non è cosa buona in nessun campo dell’attività umana, applicata alla magistratura diventa un pericolo per il futuro della democrazia”. Ecco, il punto è proprio qui, ed è quello che spaventa le toghe, selezionate per obbedire e non per pensare. In stile sovietico? Forse sì.

Leggi i commenti