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Hanno tutti ragione | Il Pd e la mozione Bombolo, ogni scena uno schiaffo da Conte

L'ultimo strappo del leader 5S per i fatti di Bari: il campo largo comincia a somigliare a una farsa
3 minuti di lettura

Questo è il numero di venerdì 5 aprile 2024 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui.

Franco Lechner, in arte Bombolo, è stato uno dei caratteristi più famosi del cinema italiano di genere. In coppia con Tomas Milian, nella saga del Monnezza, recitava la parte dell’amico del commissario Giraldi e la sua specialità consisteva in quello che a Roma si dice “essere preso a pizze”, cioè incassava uno schiaffo da Milian in ogni scena. In coppia con Giuseppe Conte, nella saga del campo largo, il ruolo di Bombolo è del Pd.

L’ultimo schiaffo ai dem, che come Bombolo un po’ ne soffrono e un po’ li prendono per manifestazioni di affetto, è arrivato a Bari dove, a tre giorni dai gazebo, il leader del Movimento 5 Stelle ha deciso di sfilarsi dalle primarie per la scelta del candidato sindaco alle comunali del prossimo giugno.

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Franco Lechner, in arte Bombolo, è stato uno dei caratteristi più famosi del cinema italiano di genere. In coppia con Tomas Milian, nella saga del Monnezza, recitava la parte dell’amico del commissario Giraldi e la sua specialità consisteva in quello che a Roma si dice “essere preso a pizze”, cioè incassava uno schiaffo da Milian in ogni scena. In coppia con Giuseppe Conte, nella saga del campo largo, il ruolo di Bombolo è del Pd.

L’ultimo schiaffo ai dem, che come Bombolo un po’ ne soffrono e un po’ li prendono per manifestazioni di affetto, è arrivato a Bari dove, a tre giorni dai gazebo, il leader del Movimento 5 Stelle ha deciso di sfilarsi dalle primarie per la scelta del candidato sindaco alle comunali del prossimo giugno.

Il motivo della scelta di Conte, annunciata ieri da Bari, sta nell’inchiesta giudiziaria che ha portato a nuovi arresti nella politica locale, scoperchiato un malaffare fatto di voti comprati e portato alle dimissioni di una assessora in Regione. Vicenda grave, che Conte ha deciso di cavalcare con un gesto, eclatante e non concordato con l’alleato, il cui senso è chiarissimo: addossare al Pd la responsabilità politica dei fatti contestati agli indagati pugliesi, intestarsi la questione morale e recuperare voti a scapito dei dem alle Europee, dove ognuno corre per conto suo. Bari c'entra poco. Questo non significa che il Pd sia incolpevole. La storia politica dell'assessora Anita Maurodinoia racconta della spregiudicatezza con cui i dem reclutano e promuovono classe dirigente sul territorio, non certo solo a Bari. Da questo punto di vista la stagione di Michele Emiliano è un modello in negativo: nell'ansia di estendere il consenso il governatore ha imbarcato chiunque, e da qualunque provenienza, purché portasse in dote voti. Il Pd nazionale e locale che lo ha consentito, complice o silente, non può chiamarsi fuori. Restano due particolari non secondari nel consentire di definire poco serio il comportamento di Conte: il primo è che i verbali del pentito che sono alla base dei provvedimenti giudiziari di ieri sono pubblici da mesi, e le indagini della magistratura già note. Conte non lo sapeva? Il secondo è che Maurodinoia è assessora di Emiliano in Regione, nella stessa giunta dove siede anche una collega del M5S, assessore al Welfare. Non si capisce come mai Conte, ben prima di annullare le primarie, non senta l’esigenza di ritirare il M5S dalla maggioranza che governa la Regione. A meno di non pensare che al capo del Movimento le commistioni con la malapolitica suggeriscono reazioni clamorose solo quando l’addebito può essere recapitato al domicilio di altri.

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La storia del campo largo – brutto nome di battesimo dell’alleanza di centrosinistra in perenne e incerta costruzione – somiglia ormai da vicino a una farsa. Intanto largo, questo campo, non è mai stato: se c’è Conte, non c’è Matteo Renzi, e viceversa; se c’è Renzi, non c’è Carlo Calenda. Anche a mettere da parte la questione dei veti incrociati, e restare solo a Pd e M5S, il quadro è desolante. Conte è dentro quando gli aggrada, cioè quando può esprimere il candidato ed eleggerlo con i voti del Pd. Quando non può, si sforza di imporne uno, come in Basilicata, dove l’oculista selezionato in base ai criteri grillini si è ritirato dalla corsa 48 ore dopo la designazione. Quando non ha speranza né di esprimerlo né di imporlo, Conte si defila, come in Piemonte. Anche a Bari è singolare la proposta politica recapitata dall’ex presidente del Consiglio all’alleato un secondo dopo averlo schiaffeggiato: ha chiesto al Pd di convergere senza primarie sul candidato sostenuto dal M5S (ai gazebo si sarebbero dovuti sfidare Vito Leccese, portato dalla gran parte del Pd e dal sindaco uscente Antonio Decaro, e l’avvocato Michele Laforgia, che ha appunto il supporto dei 5S e di pezzi di sinistra). Se ritieni che il recinto dell’alleanza sia inquinato, al punto da considerare non praticabili primarie, ne trai le conseguenze e non ti allei. Invece Conte ne approfitta per dire: cari dem, fate schifo, con voi non mi sporco nemmeno a fare una primaria, però vi concedo di accodarvi al mio candidato. I voti che sarebbero inquinati se espressi alle primarie diventano limpidi se convogliati su Laforgia ai seggi delle comunali.

Dicono i sostenitori di Conte – ne ha molti anche a sinistra, specie tra gli ex transfughi di Articolo 1, già capaci del capolavoro, alle ultime Politiche, di riconoscersi nella leadership di Conte mentre facevano eleggere i propri candidati nelle liste bloccate del Pd – che i fatti emersi dalle inchieste sono troppo gravi per far finta di niente. Come detto, non c’è dubbio che siano gravi. Il punto è se un alleato affidabile e soprattutto interessato realmente alla costruzione di un accordo politico stabile possa reagire così. Il punto è se abbia una credibilità una alleanza che procede a singhiozzi e sgambetti, con un partito che implora un accordo e l’altro che si ritrae di continuo mentre gli dà di “bellicista”, “poltronista”, “vecchia politica” e ora anche un po' ladro.

In questi giorni è uscita la notizia di un casuale e cordiale incontro in un garage tra Conte e Matteo Salvini. C’è chi ha tratto spunto dalla suggestione di questo incrocio per sostenere che, in fondo, entrambi provino nostalgia per quando potevano governare l’uno senza il Pd e l’altro senza Meloni. Può essere. Ma, anche se ad accomunarli c’è ancora qualcosa, tipo la simpatia per Donald Trump, non penso che Conte abbia una preferenza per Salvini, bensì per qualunque situazione che gli permetta di essere il leader. Con Salvini filava tutto liscio prima del Papeete. Con il Pd faceva il novello Prodi prima di Draghi. Quando gli viene concesso di fare il capo, Conte non si mette a guardare il colore della concessione. Smette pure di dare schiaffi, anche se il Pd si è talmente abituato a incassarli da sembrare ormai quasi affezionato alle sberle.

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