Conte in tv detta le condizioni: “Noi alleati di Schlein se molla cacicchi e capibastone”
Matteo PucciarelliMilano — Dice Giuseppe Conte, parlando di Elly Schlein: «Se volesse mantener fede all’impegno preso a marzo del 2023 quando fu acclarata segretario al grido di “libererò il Pd da capibastone e cacicchi”, lei troverebbe in me il più grande partner». Il presidente del M5S detta la sua linea dallo studio amico di Accordi e disaccordi sul Nove e sembra un nastro che si riavvolge, come successe meno di due anni fa: elezioni all’orizzonte, 5S in difficoltà e Giuseppe Conte che alza posta (e infine strappa).
Due anni fa fu tutta colpa — si disse in quel frangente, ma era una mezza scusa e lo sapevano tutti — del termovalorizzatore di Roma, l’allora segretario pd Enrico Letta considerò il tutto una specie di tradimento, ognun per sé e la destra stravinse le Politiche; adesso c’è la vicenda Bari, oggettivamente ingarbugliata per tutti e che parecchi imbarazzi crea nello stesso Partito democratico, storia che permette però al M5S con la rinuncia alle primarie di chiamarsi fuori dal campo largo,…
Milano — Dice Giuseppe Conte, parlando di Elly Schlein: «Se volesse mantener fede all’impegno preso a marzo del 2023 quando fu acclarata segretario al grido di “libererò il Pd da capibastone e cacicchi”, lei troverebbe in me il più grande partner». Il presidente del M5S detta la sua linea dallo studio amico di Accordi e disaccordi sul Nove e sembra un nastro che si riavvolge, come successe meno di due anni fa: elezioni all’orizzonte, 5S in difficoltà e Giuseppe Conte che alza posta (e infine strappa).
Due anni fa fu tutta colpa — si disse in quel frangente, ma era una mezza scusa e lo sapevano tutti — del termovalorizzatore di Roma, l’allora segretario pd Enrico Letta considerò il tutto una specie di tradimento, ognun per sé e la destra stravinse le Politiche; adesso c’è la vicenda Bari, oggettivamente ingarbugliata per tutti e che parecchi imbarazzi crea nello stesso Partito democratico, storia che permette però al M5S con la rinuncia alle primarie di chiamarsi fuori dal campo largo, o quasi. Almeno per ora, il tempo che serve per arrivare alle Europee garibaldini come ai vecchi tempi e non intruppati e depotenziati in un’alleanza strutturale di centrosinistra che, lo dicono i numeri, al Movimento non fa bene. «Un conto è ritrovarsi il 9 giugno con noi all’11 per cento e il Pd al 22, un altro è farlo con noi al 16-17 e loro al 20», è la semplice riflessione che, a taccuini chiusi, fa più di uno nei 5 Stelle. Della serie: non è per cattiveria, ma ognuno porta acqua al suo mulino.
Per battere le destre nel 2027, o quando sarà, l’alleanza è obbligata e nessuno la mette davvero in discussione, ma il come arrivarci e con quali rapporti di forza è tutto un altro discorso. La bandiera della legalità agitata da Conte, del resto, è nel dna del partito che guida dal 2021. E le cronache pugliesi, compreso il clamoroso autogol di Michele Emiliano che in piazza ad un comizio aveva raccontato di un incontro da lui organizzato tra il sindaco uscente Antonio Decaro e la sorella di un boss di Bari Vecchia, hanno fornito un’ottima pezza di appoggio. Fortuna vuole, per così dire, che il M5S annunci ieri la candidatura a presidente del Piemonte della coordinatrice regionale Sarah Disabato, corsa in solitaria, cioè da avversari del centrosinistra, proprio il giorno dopo un altro scandalo che riguarda il Pd locale, un’altra faccenda di compravendita di voti e favori e che potrebbe allargarsi. Per l’occasione la vicepresidente Chiara Appendino, ormai la vera numero 2 del Movimento e convintissima ancor più di Conte stesso della scelta, ha sfoderato parole che sembrano ripescate dall’antico bagaglio retorico di un Movimento contro tutto e tutti, e che in quella veste si era ritrovato ad essere la prima forza politica italiana: «Non è pensabile che, in un Piemonte malato, chi è stato causa di questo male, centrodestra e centrosinistra, possa essere colui o colei che dà la ricetta giusta».
Quindi rieccoci qui, ad un avvocato del popolo che rompe riti e regole non scritte, rivendica il suo non voler essere addomesticabile, pone delle condizioni politiche ai quasi alleati. Per essere competitivi, come M5S e come “campo giusto”, l’ex presidente del Consiglio pretende più protagonismo, lo stesso che lo ha portato a imporre Alessandra Todde in Sardegna. Candidature nette, di rottura con il passato considerato consociativo del Pd, oppure niente da fare. «Dire che io e il M5S favoriamo la destra è un ragionamento malato e viziato. Forse sono gli scandali della politica, quando ci sono, che favoriscono la destra», spiega sempre l’ex presidente del Consiglio in televisione. E poi: gli elettori «vogliono un mantenimento dello status quo o un rilancio di una forza progressista per il rinnovamento», a Bari sì come in Italia? Il prossimo passo da fare, meditato ma non ancora deciso, è l’uscita dei 5S dalla giunta regionale pugliese guidata da Emiliano. Si tratta di un solo assessorato, quello al Welfare, ma il valore simbolico di una scelta del genere sarebbe molto forte. Di sicuro sarebbe una mossa gradita a un pezzo di elettorato M5S: «Non anticipo nulla — dice sibillino Conte — sarà una rivoluzione: saremo ancora più ambiziosi».