Fondi pubblici ai partiti, il Pd rompe il tabù e FI apre
di Matteo PucciarelliMILANO — Arrivarci, ma a piccoli passi. Sia perché il Pd fu tra i partiti che dieci anni fa votarono per l’abolizione, travolti dalla stagione dell’antipolitica; sia perché l’argomento scatena diffusa demagogia ancora oggi, nonostante i tempi stiano comunque cambiando. Ma intanto rieccoci qui, tema: finanziamento pubblico ai partiti. Parlando con la Stampa, la vicesegretaria Chiara Gribaudo l’ha detto con nettezza: «Serve una riforma attuativa dell’articolo 49 della Costituzione, riorganizzando le forme partitiche e tornando al finanziamento pubblico». Non è un argomento buttato lì a caso, al Senato per esempio c’è un disegno di legge che cammina in commissione Affari Costituzionali, prima firma Andrea Giorgis (Pd), professore di diritto costituzionale all’Università di Torino, sottoscritto da esponenti di peso del partito e trasversalmente tra le varie correnti. Lo scopo di partenza è semplice: «Assicurare ai partiti politici un finanziamento pubblico ragionevole, condizionato al ris…
MILANO — Arrivarci, ma a piccoli passi. Sia perché il Pd fu tra i partiti che dieci anni fa votarono per l’abolizione, travolti dalla stagione dell’antipolitica; sia perché l’argomento scatena diffusa demagogia ancora oggi, nonostante i tempi stiano comunque cambiando. Ma intanto rieccoci qui, tema: finanziamento pubblico ai partiti. Parlando con la Stampa, la vicesegretaria Chiara Gribaudo l’ha detto con nettezza: «Serve una riforma attuativa dell’articolo 49 della Costituzione, riorganizzando le forme partitiche e tornando al finanziamento pubblico». Non è un argomento buttato lì a caso, al Senato per esempio c’è un disegno di legge che cammina in commissione Affari Costituzionali, prima firma Andrea Giorgis (Pd), professore di diritto costituzionale all’Università di Torino, sottoscritto da esponenti di peso del partito e trasversalmente tra le varie correnti. Lo scopo di partenza è semplice: «Assicurare ai partiti politici un finanziamento pubblico ragionevole, condizionato al rispetto dei princìpi di democrazia interna e di gestione trasparente delle risorse, rafforzando al tempo stesso i limiti al finanziamento privato, contribuisce altresì ad assicurare la separazione e l’autonomia della sfera politica dalla sfera economica».
La proposta punta a raddoppiare la quota di denaro che arriva nella casse dei partiti dal 2 per mille, da 25 a 50 milioni di euro. Come? Con la distribuzione del cosiddetto “inoptato”, cioè la quota dell’Irpef di chi non indica alcuna forza politica, così come avviene con l’8 per mille alle confessioni religiose. Va detto che non c’è la fila dei contribuenti che, in fase di dichiarazione dei redditi, optano per un partito. Nel 2023 su 41,5 milioni di contribuenti, solo 1,7 di loro (il 4,2 per cento) ha scelto di destinare la quota ad un soggetto politico. Il Pd è il primo partito in questo senso: il 30 per cento delle dichiarazioni, che sono valsi 8 milioni di euro nelle casse dem. «Partendo dal presupposto che oggi i partiti italiani, rispetto alla media europea, hanno ricevuto meno finanziamenti — ragiona Antonio Misiani, responsabile economia pd — si può anche pensare ad un aumento delle percentuali», non più solo il 2 per mille insomma. Arturo Scotto, che invece siede nei banchi della Camera, ricorda che «nel 2013 votai contro la fine del finanziamento». Allora era in Sel, ora quel pezzo di sinistra è in parte nel Pd e sostiene con convinzione Elly Schlein. Ma la sensibilità sull’argomento è rimasta, specie in chi proviene dalla storia del Pci-Pds-Ds, quando organizzazione (di partito) era una parola chiave, ma per farla servivano e servono risorse. «Quando i partiti sono privati di ogni finanziamento pubblico, quando la lotta per le preferenze nelle istituzioni diventa viatico di un potere, è inevitabile che anche un organismo sano venga contagiato», spiegava parlando con Qn Gianni Cuperlo. Nei mesi scorsi anche Romano Prodi aveva sottolineato che tra gli errori compiuti nel passato dal Pd c’era l’abolizione del finanziamento. La faccenda è sentita anche a destra, se per esempio anche Antonio Tajani ieri ammetteva che «un dibattito non sarebbe sbagliato. In principio non sono contrario al finanziamento pubblico». FdI e Lega hanno alle spalle (e nel presente) una strutturazione classica di partito. Addirittura nel M5S Stefano Patuanelli aprì a una riflessione, salvo poi venire smentito da Giuseppe Conte. Un errore di comunicazione, si disse. Ma al netto di questo in pochi, oggi, sono pronti a sostenere che una politica senza finanziamento pubblico sia davvero più libera e trasparente.