ROMA — Non è più una suggestione, e neanche una possibilità: è una prospettiva solida, un piano concreto da mettere in atto se le condizioni politiche lo consiglieranno. Giorgia Meloni potrebbe lanciare la candidatura di Mario Draghi alla guida delle istituzioni europee, senza attendere che lo facciano altri leader. Così riferiscono fonti di massimo livello e a lei vicine, in modo concorde. Così, soprattutto, consigliano il contesto macroeconomico e le enormi sfide dei prossimi mesi. Per mettere in sicurezza il Pnrr, gestire il rientro per deficit eccessivo e una fase straordinaria dettata da una minaccia militare alle porte dell’Europa.
Bisogna chiarire un elemento psicologico, quasi pre-politico: per indole, Meloni preferirebbe evitare una svolta così radicale, rimettendo al centro della scena una personalità di peso – per certi versi ingombrante - capace di smuovere gli equilibri congelati della politica italiana. Ritiene inoltre di aver imparato a conoscere la macchina continental…
ROMA — Non è più una suggestione, e neanche una possibilità: è una prospettiva solida, un piano concreto da mettere in atto se le condizioni politiche lo consiglieranno. Giorgia Meloni potrebbe lanciare la candidatura di Mario Draghi alla guida delle istituzioni europee, senza attendere che lo facciano altri leader. Così riferiscono fonti di massimo livello e a lei vicine, in modo concorde. Così, soprattutto, consigliano il contesto macroeconomico e le enormi sfide dei prossimi mesi. Per mettere in sicurezza il Pnrr, gestire il rientro per deficit eccessivo e una fase straordinaria dettata da una minaccia militare alle porte dell’Europa.
Bisogna chiarire un elemento psicologico, quasi pre-politico: per indole, Meloni preferirebbe evitare una svolta così radicale, rimettendo al centro della scena una personalità di peso – per certi versi ingombrante - capace di smuovere gli equilibri congelati della politica italiana. Ritiene inoltre di aver imparato a conoscere la macchina continentale, giura di trovarsi a suo agio nel trattare in seno al Consiglio. In altri termini: preferirebbe non dover sentire parlare di un “ombrello” garantito a Roma da un italiano alla guida della Commissione.
E però, nelle ultime settimane sembrano aver preso il sopravvento altre valutazioni. La prima: con Draghi il rapporto continua a essere buono. Per certi versi, personale. Certo, in passato non sono mancate incomprensioni. Sempre superate, però: i due si sono confrontati personalmente anche di recente. Questo dettaglio non basterebbe ovviamente a convincere Meloni dell’opportunità di una svolta così radicale. Sono le nuove condizioni politiche a Bruxelles, Parigi, Berlino e Varsavia a spingerla pragmaticamente verso questa novità.
Il precipitare delle quotazioni della candidatura di Ursula von der Leyen rappresenta il tassello da cui partire. Meloni aveva investito molto sulla politica tedesca, adesso ha cambiato rotta. Il 17 aprile, per dire, volerà in Tunisia: stavolta però senza la Presidente della Commissione (poi, a fine mese, si recherà anche in Arabia Saudita da Bin Salman, ma questa è un’altra storia). Perdere la scommessa su Ursula potrebbe costringerla all’isolamento dopo le Europee. Il timore è che il formato di Weimar - che coinvolge Francia, Germania e Polonia - possa imporre il nuovo presidente della Commissione. Meloni potrebbe insomma ritrovarsi sul tavolo un’opzione decisa da altri, se non addirittura sgradita.
Da queste riflessioni nasce la carta Draghi. È ovvio, il voto del 9 giugno potrebbe sempre stravolgere questi calcoli, ma siccome i sondaggi spingono per un quadro da “maggioranza Ursula” (senza Ursula), la tentazione di Meloni diventa interesse politico stringente. È un’opzione che inevitabilmente rischia di deludere i big di FdI, che si contendono un posto da commissario europeo. Ma che invece potrebbe rasserenare Giancarlo Giorgetti: anche lui è tra i potenziali aspiranti a un portafoglio di peso a Bruxelles, ma potrebbe beneficiare di una promozione dell’ex banchiere. A lui lo lega un rapporto solido e un interesse concreto: evitare il fallimento del Pnrr e governare il rientro di Roma nei parametri Ue.
Ecco, è questo un altro punto decisivo che spinge Meloni nella direzione di Draghi. Nelle ultime ore è emersa la richiesta italiana di prorogare di un anno, fino al 2027, l’attuazione del Recovery. È una proposta di cui si è fatto portavoce proprio Giorgetti, incontrando il fermo no dell’attuale Commissione. La partita andrà gestita con la prossima. Uno slittamento del Pnrr, inoltre, renderebbe meno serrato il ritmo della correzione dei conti pubblici, che rappresenta l’altra vera ipoteca sul futuro del governo. Bisogna concordare con Bruxelles il Piano fiscale-strutturale di medio periodo, che dovrà essere pronto entro il 20 settembre: in quel testo – di fatto, la traduzione del nuovo Patto di Stabilità - saranno contenuti gli impegni che Roma sarà chiamata a rispettare per riportare il deficit e il debito sotto controllo. E non potrà reggere a lungo l’alibi del superbonus utilizzato in un Def senza quadro programmatico per giustificare la risalita del debito. Meglio per Meloni trattare con Draghi che con un rigorista del Nord Europa. E lo stesso vale per la manovra 2025: senza risorse liberate da Bruxelles, la legge di bilancio rischia di ricorrere a tagli e tasse. Bisognerà combattere per ogni centimetro di flessibilità. Meglio farlo conoscendo l’interlocutore.