Lega amarcord, dalla secessione al tricolore, da “Roma Ladrona” al ponte sullo Stretto: com’è cambiato il Carroccio in 40 anni
di Matteo PucciarelliVolevano bruciare il tricolore, è diventata la loro bandiera. Volevano l'indipendenza della Padania, si sono reinventati nazionalisti. Nacquero antifascisti, oggi incarnano una destra radicale con ampie e documentate relazioni con il neofascismo italiano. Si definivano antisistema, e all'inizio lo erano davvero, per molti versi; ora continuano a definirsi antisistema, ma governano il Paese, regioni, città, un potere ramificato in ogni ganglio dello Stato. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e dopo 40 anni della Lega Lombarda, poi diventata Nord grazie alla fusione con la Liga Veneta e che oggi si chiama Lega per Salvini premier - non un nome di partito, uno slogan - cosa è rimasto? A parte l'Alberto da Giussano nel simbolo e la memoria sbiadita dei vecchi militanti rimasti aggrappati alla propria comunità, cosa resta? Nelle sezioni rimaste e alle feste di partito la risposta indicibile è solo una: nulla.
Le metamorfosi, va detto, non sono state poche nel corso degli anni. Le pos…
Volevano bruciare il tricolore, è diventata la loro bandiera. Volevano l'indipendenza della Padania, si sono reinventati nazionalisti. Nacquero antifascisti, oggi incarnano una destra radicale con ampie e documentate relazioni con il neofascismo italiano. Si definivano antisistema, e all'inizio lo erano davvero, per molti versi; ora continuano a definirsi antisistema, ma governano il Paese, regioni, città, un potere ramificato in ogni ganglio dello Stato. Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e dopo 40 anni della Lega Lombarda, poi diventata Nord grazie alla fusione con la Liga Veneta e che oggi si chiama Lega per Salvini premier - non un nome di partito, uno slogan - cosa è rimasto? A parte l'Alberto da Giussano nel simbolo e la memoria sbiadita dei vecchi militanti rimasti aggrappati alla propria comunità, cosa resta? Nelle sezioni rimaste e alle feste di partito la risposta indicibile è solo una: nulla.
Le metamorfosi, va detto, non sono state poche nel corso degli anni. Le posizioni delle lighe negli anni '80, tutte basate più che altro sugli aspetti culturali e linguistici delle rivendicazioni localistiche, non sono le stesse di quelle della Lega del 1994 con la partecipazione al primo governo Berlusconi e la legittimazione politica del movimento che arriva ufficialmente nella stanza dei bottoni. Né sono simili a quanto visto nel 1996-1997, periodo 'rivoluzionario' con delle vere e proprie rivendicazioni secessionistiche, con le elezioni e il lancio del Parlamento del Nord, le camicie verdi, una propria banca finita male. Nel 2001 nuova svolta, quando la Lega, diventata alleato strategico del centrodestra nel Polo delle Libertà promulga un’attenuazione del secessionismo con il federalismo fiscale e la devolution. Il Matteo Salvini che ha detto e fatto tutto e il contrario di tutto, è cresciuto in un partito dove effettivamente si è detto e fatto di tutto, a seconda delle intuizioni e degli umori del fondatore e leader incontrastato per molti anni, cioè Umberto Bossi.
Nel nascere, nell'espandersi e nel restare in vita nonostante le continue contorsioni, la Lega ha creato un immaginario che non esisteva, riscrivendo la storia di un pezzo di Italia. La tesi sostenuta dai leghisti delle origini, in questo aiutati da medievisti ultracattolici, è che nel 1167, con il giuramento dei comuni della Lega Lombarda a Pontida, seguito dalla battaglia di Legnano, nacque il federalismo antimperiale, pietra angolare della Padania. La tesi si appoggia sulla rivalutazione di una figura storica non del tutto attendibile, cioè Alberto da Giussano, da cui il simbolo del Carroccio, nome rimasto per indicare la Lega attuale. Ed è rimasta fedele ad una "forma di comunicazione elementare, quella che si è instaurata sui territori e in cui l’unica ideologia è quella delle piccole e fredde passioni del benessere e del successo economico", scriveva Aldo Bonomi in Il rancore. Alle radici del malessere del Nord (Feltrinelli).
Il Bossi che assieme a Roberto Maroni andava di notte a scrivere slogan contro 'Roma Ladrona' sui piloni delle autostrade lombarde inventa riti, riscopre parole - i primi sindaci eletti erano i borgomastri - e soprattutto investe tempo e risorse in una forma di partito classica: un movimento organizzato e concreto, radicato nel territorio, che fornisce a livello locale soluzioni pratiche per problemi banali ma sentite (le famose buche), in opposizione ai partiti liquidi, come Forza Italia, che nascevano o si trasformavano allora. E quindi: la sede imponente in via Bellerio a Milano, il giornale di partito poi chiuso (La Padania), la radio, la squadra di calcio nazionale, miss Padania, le feste con le salamelle e i dibattiti e così via. Il Pci si smantellava pezzo dopo pezzo, ad ogni scissione e cambio di nome e perdita di identità, Bossi - che pure proveniva dalla sinistra - ne ricreava un altro al nord, seppur basato su valori molti diversi.
Nonostante gli scandali familiari e le debolezze, nonostante lo stato di salute cagionevole che da anni ne limita i movimenti, il senatur è rimasto nel cuore di gran parte di quel mondo che oggi si è dissolto in mille rivoli. L'intuizione padana del resto è stata la sua, un pioniere che ha intravisto uno spiraglio di senso e dal nulla è diventato uno dei personaggi politici che hanno fatto la storia d'Italia, nel bene e nel male. I nostalgici festeggeranno nella sua Gemonio, in provincia di Varese, sabato. Gli eredi ufficiali, quelli col marchio ufficiale, con grave ritardo e voluta finta dimenticanza, si sono organizzati per domenica a Varese. Salvini ha tenuto in vita una Lega che stava morendo, prendendola al 3 per cento nel 2013 e portandola al 34 sei anni dopo.
Il prezzo da pagare è stata rinnegarla: giornale chiuso, radio chiusa, via Bellerio spettrale, riti annuali soppressi, solo tanti post social e televisione a tutto spiano, un rinnovamento generazionale fatto di politici (o politicanti) in carriera alla ricerca del buon stipendio, aggrappati ai destini del Capitano. Con l'Umberto non si parlano più da tempo, Maroni è morto, forse l'unico legame col passato è rimasto Roberto Calderoli, impegnato in questi anni a portare a casa l'autonomia. Il grande sogno dell'indipendenza ridotto a discutere di Lep, nel mentre si indicono le gare per lo Stretto di Messina. Ritornerà allora implacabile la domanda del cosa resta, a pensarci bene meglio non sapere la risposta.