Politica

Gelo di Salvini su Bossi: “Io ho fatto crescere la Lega dopo i guai”

A Varese il raduno per i 40 anni del Carroccio. Il segretario dopo l’attacco frontale del Senatur: “Ora abbiamo 500 sindaci in tutta Italia”. Poi rievoca l’inchiesta su Belsito che travolse lo storico leader. Giorgetti: “Gerarchia, non servilismo”

2 minuti di lettura

VARESE – Sabato ha incassato, provando a dissimulare l’irritazione, le bordate di Umberto Bossi che da Gemonio ha invocato un «nuovo leader». Il giorno dopo si è tolto qualche sassolino dalla scarpa. Facendolo sottotraccia, senza esagerare, perché a due mesi scarsi dalle Europee, con l’aria che tira, i sondaggi che non viaggiano certo a doppia cifra e la campagna acquisti di Forza Italia, meglio ricompattare piuttosto che far deflagrare le divisioni interne.

Dalla festa per i 40 anni della Lega, davanti a una piazza di militanti in attesa del selfie di rito, Matteo Salvini ringrazia il fondatore assente, ma alcuni passaggi del suo discorso dal palco, allestito sotto la prima storica sede del Carroccio in piazza del Podestà, suonano come una rivendicazione.

Certo, Bossi è Bossi, gli «si perdona tutto» e, fa sapere Salvini, gli si dedica, insieme a Maroni, anche “Controvento”, il libro in uscita a breve. Perché «senza di lui non saremmo qui e milioni di italiani non parlerebbero di libertà». Ma ci sono una serie di “ma”. Salvini infatti ricorda Roberto Maroni, «che ha preso il testimone e ha guidato la Lega nei mesi più complicati». Quelli cioè in cui proprio la guida di Bossi era travolta dall’inchiesta giudiziaria sull’ex tesoriere Francesco Belsito che si trascinò l’ormai celebre buco di bilancio da 49 milioni. E poi rivendica il lavoro svolto «al meglio delle mie possibilità» in dieci anni da segretario («rischiando anche nel privato», dice con riferimento forse implicito a chi finora non si esposto). «Ho fatto crescere un partito - rivendica - che ora ha 500 sindaci in tutta Italia». E che, nota il coordinatore regionale lombardo Fabrizio Cecchetti, «è arrivato al 34%» con le Europee del 2019.

Il segretario sottolinea che la sua Lega «ha il compito di lavorare per la pace», rimarca insieme al ministro Valditara le azioni messe in campo per arginare «il fanatismo islamico che è il male del 2024» e rivendica soprattutto l’arrivo dell’«anelata» Autonomia, con la riforma che andrà in Parlamento il 29 aprile. La Lega ha perso la vocazione nordista secondo Bossi? Salvini vanta di avere un sindaco leghista a Potenza e un candidato a Bari. Per Giancarlo Giorgetti, “chiamato” ieri da Bossi a sostituire Salvini, la Lega ha regole «fatte di gerarchia e disciplina, ma che non devono diventare mai servilismo», e ha «una storia fatta da grandi intuizioni e anche da errori» poi «corretti». E «proprio da questa esperienza abbiamo capito che non dobbiamo mollare mai». Nemmeno ora che, nessuno lo dice ma il timore è palpabile, il voto per Bruxelles è un sentiero in salita: «Occorre più Italia e meno Europa e spero che nel centrodestra — scandisce Salvini rivolto al coordinatore di Forza Italia Antonio Tajani — nessuno preferisca continuare a governare con la sinistra piuttosto che con la Lega e gli alleati della Lega».

Dal palco parlano anche i ministri Giuseppe Valditara, che mette l’accento sulla crociata contro la scuola di Pioltello chiusa per Ramadan annunciando che «le scuole non potranno più chiudere durante le festività non riconosciute dallo Stato», Roberto Calderoli e il governatore lombardo Attilio Fontana. L’Autonomia, «regalo per i 40», è sulla bocca di tutti. Dice un militante: «Caro Bossi, alla fine a casa l’abbiamo portata noi». Non manca qualche mancetta pre-elettorale, come i 180 milioni promessi da Valditara contro la dispersione scolastica al Nord. Così come non manca, tra alcuni dirigenti di peso, qualche appunto alla conduzione del Capitano. Per il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, «questa festa è l’occasione giusta» per «ripartire dal territorio e dai militanti, cercando di ascoltarli un po’ di più». Anche il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, spiegando che «Bossi è il capo, si ascolta e si rispetta, non si commenta», riporta la barra verso gli elettori e la bussola al Nord: «I disagi della base vanno ascoltati e c’è una questione settentrionale da riportare al centro dell’agenda». Chiuse le dichiarazioni c’è la foto di gruppo: sul palco salgono anche il segretario provinciale Andrea Cassani, e alcuni parlamentari, da Iezzi a Ravetto. Tra il pubblico c’è anche il “dissidente” Angelo Ciocca. La colonna sonora della risottata è piuttosto variegata: da Gaber e De André, da Annalisa a Rose Villain. Dalla finestra della storica sede, nel palazzo in cui soggiornò anche Giuseppe Garibaldi, pende uno striscione: “Capo (Bossi ndr), Bobo, Matteo, una storia ci Lega”. Ma il presente, si è visto in questi giorni, divide.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori