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Dai Marescialli a Bachelet, cambia nome il palazzo del Csm. Mattarella al Consiglio: “No a scontri e a scambi per interessi privati”

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella (ansa)
Il capo dello Stato alla cerimonia di intitolazione della sede del Consiglio al giurista e politico assassinato dalle Br: “È stato uomo del dialogo, nel suo solco ricomporre le divisioni”
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Vittorio Bachelet, “l’uomo del dialogo”. Come ricorda subito Sergio Mattarella. “Un testimone autentico dei valori della nostra Costituzione”. Che “si adoperava costantemente per la ricerca di prospettive condivise anche in considerazione delle fratture ideologiche che attraversavano il nostro Paese”. Non è certo un caso se il presidente della Repubblica parta da qui per chiudere la cerimonia che, al Consiglio superiore della magistratura, riunisce le massime autorità dello Stato - giornalisti esclusi purtroppo, costretti solo a vedere le immagini e ad ascoltare su Youtube - per il palazzo delle toghe che cambia nome dopo sessant’anni. Da “palazzo dei Marescialli”, per via delle maschere di pietra dei medesimi, si chiamerà “palazzo Bachelet”.

Ed è Giovanni Bachelet, il professore di fisica figlio dell’ex vicepresidente del Csm ucciso dalle Brigate rosse sulle scale della Sapienza nel 1980, a ricordare come in questo palazzo negli anni sia stata difesa “l’indipendenza della magistratur…

Vittorio Bachelet, “l’uomo del dialogo”. Come ricorda subito Sergio Mattarella. “Un testimone autentico dei valori della nostra Costituzione”. Che “si adoperava costantemente per la ricerca di prospettive condivise anche in considerazione delle fratture ideologiche che attraversavano il nostro Paese”. Non è certo un caso se il presidente della Repubblica parta da qui per chiudere la cerimonia che, al Consiglio superiore della magistratura, riunisce le massime autorità dello Stato - giornalisti esclusi purtroppo, costretti solo a vedere le immagini e ad ascoltare su Youtube - per il palazzo delle toghe che cambia nome dopo sessant’anni. Da “palazzo dei Marescialli”, per via delle maschere di pietra dei medesimi, si chiamerà “palazzo Bachelet”.

Ed è Giovanni Bachelet, il professore di fisica figlio dell’ex vicepresidente del Csm ucciso dalle Brigate rosse sulle scale della Sapienza nel 1980, a ricordare come in questo palazzo negli anni sia stata difesa “l’indipendenza della magistratura”. Quel valore che richiama Marta Cartabia, ex prima presidente donna della Consulta ed ex ministra della Giustizia con un passaggio su cui riflettere: “La giustizia è un bene primario per tutto il popolo. Ora come allora ricopre un ruolo essenziale nella tenuta nel Paese, e lo sanno quei Paesi dove la giustizia è in pericolo, e lo sa la Ue che ha fatto leggi per difendere lo stato di diritto”.

E qui torniamo a Mattarella e al suo ritratto che incrocia la figura di Vittorio Bachelet con i tempi di oggi. I suoi richiami sono netti. Se Bachelet era “l’uomo del dialogo, più che un metodo, l’essenza della democrazia”, e di questo si era fatto protagonista anche al Csm, dopo essere stato eletto con un solo voto di differenza rispetto a Giovanni Conso - parliamo di un confronto tra titani del diritto - con cui però “rimase alta l’amicizia e la stima”. Quel “metodo” dovrebbe valere sempre per la politica. “In quegli anni drammatici - dice Mattarella - Bachelet esprimeva la convinzione che il rafforzamento delle istituzioni democratiche si realizzasse non attraverso lo scontro, ma con scelte, per quanto possibile condivise, di piena e coerente attuazione dei principi della nostra Costituzione”.

Una sola strada, dunque, quella della Carta. In tempi in cui la maggioranza di governo vuole “strapparla” qui e là. E un uomo simbolo, Bachelet. Mattarella mette ai margini “le logiche di scambio che assicurano l’interesse di singoli o di gruppi”. Respinge un metodo che “rappresenterebbe la negazione del pluralismo democratico” che invece “ispira le nostre istituzioni repubblicane e che Bachelet ha sempre promosso”. Ciò vale anche per questo Csm, “chiamato ad assicurare la massima credibilità alla magistratura, con decisioni sempre assunte con senso delle istituzioni”, all’insegna di una giustizia che i cittadini vogliono sia “trasparente ed efficiente”. Mattarella ribadisce che “l’indipendenza della giurisdizione è un valore irrinunciabile della nostra democrazia”. E proprio per questo “i componenti del Csm si distinguono soltanto per la loro provenienza, senza doversi preoccupare di ricercare consenso per sé o per altri soggetti”.

Un richiamo molto forte, quello del presidente sia della Repubblica che del Csm, ai laici e ai togati che “interpretano, con doverosa piena indipendenza da ogni vincolo, un ruolo fondamentale nel funzionamento del nostro sistema, sempre seguendo il dettato costituzionale”. Potrà servire l’esempio di Bachelet, “la sua forza d’animo e il suo coraggio che ne contraddistinsero l’azione per superare divisioni e contrapposizioni pregiudiziali, facendo prevalere sempre la ricerca dell’interesse generale”.

Un Csm pienamente costituzionale, com’è costretto ad ammettere anche il vicepresidente Fabio Pinelli, che pure ne voleva fare solo “un organo di alta amministrazione”, ma adesso cita Bachelet e la sua “guida lungimirante”, nonché i lavori preparatori dell'Assemblea costituente “che attestavano la volontà di scongiurare la prospettiva di un organo di governo autonomo espressione di un corpo autoreferenziale di funzionari pubblici".

Già, i magistrati italiani, quelli che ricorda Giovanni Bachelet, citandone per nome due su tutti, entrambi assassinati, Mario Amato e Rosario Livatino, il primo che indagava sui crimini delle Br, il secondo “ragazzo dell’Azione cattolica quando mio padre ne era il suo presidente”. “La magistratura era ed è in prima linea - dice Bachelet - e ho citato solo due dei magistrati che hanno dato la vita per il Paese e ancora più numerosi sono quelli che hanno dato l’intera vita svolgendo la propria missione con coraggio e onore. Mio padre, che non era magistrato, sarà certamente fiero di riassumerli tutti nel suo nome". E si rivolge a Rosy Bindi, tra gli ospiti in sala, che era accanto a lui, quel 12 febbraio del 1980, quando il professore su ucciso nella sua università da chi addirittura sarebbe arrivato a sfiorarlo, dice Cartabia, con la mano prima del colpo mortale.

Ma arrivano proprio da Cartabia le parole più commosse per il giurista a cui, fino a oggi, era intitolata la sala del plenum del Csm. Una figura che richiama “l’indispensabile fiducia negli operatori della giustizia per cui proprio Bachelet si è speso fino alla fine”. Un vicepresidente di tutti. Anche degli avversari. Che “lasciava spazio al dibattito perché ascoltava convinto che ogni intervento contenesse “un pezzetto di verità” come diceva lui stesso”. Era quello - ricorda Cartabia - “il metodo Bachelet, come avrebbe detto Giovanni Conso, la ricerca dell’unità, uno spunto importante rispetto al nostro tempo contrassegnato da conflitti e da smarrimento, a cui si contrappone il gusto di costruire insieme”. Ecco le parole d’ordine di Bachelet, di cui scrisse nell’Enciclopedia del diritto, “collaborazione e coordinamento istituzionale”, per la difesa “di un interesse comune contro gli interessi centrifughi”. E Cartabia ritorna con la sua stessa memoria, avendone vissuti i tragici momenti, all’omicidio di Guido Galli “colpito mentre insegnava alla Statale di Milano”.

E Cartabia chiude con la sua idea di giustizia: “L’attuale crisi dello Stato di diritto che sta colpendo molti paesi anche non distanti da noi, nel cuore dell’Europa, con effetti che si ripercuotono nella vita di tutti gli Stati vicini, ha fatto emergere con chiarezza la centralità della giustizia nell’assetto istituzionale e nella difesa stessa della democrazia. Se si ammala la giustizia, si ammala l’intera vita democratica”. Un messaggio anche per coloro che la stanno ascoltando seduti proprio di fronte, il presidente del Senato Ignazio La Russa e il Guardasigilli Carlo Nordio, che si appresta a presentare il disegno di legge costituzionale per separare le carriere dei giudici…

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