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Draghi scuote l’Ue: “È necessario un cambio radicale. Manca la strategia”

(ansa)
L’ex premier anticipa parte del suo rapporto sulla competitività Un richiamo dal forte peso politico a due mesi dalle Europee
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BRUXELLES — «Proporrò un cambiamento radicale, perché è ciò che serve all’Europa». Ufficialmente, Mario Draghi parla nelle vesti di super tecnico. Sul palco di La Hulpe, sobborgo di Bruxelles, l’ex presidente del Consiglio e della Banca centrale europea anticipa senso e contenuti del rapporto sulla competitività dell’Unione che gli è stato commissionato da Ursula von der Leyen, e che presenterà dopo le elezioni di giugno. Ma nelle sue parole è evidente che quel cambiamento necessario - «per creare un’Unione europea che sia adatta al mondo di oggi e di domani» - è prima di tutto politico, un nuovo scatto nel processo di integrazione. E la scelta di ribadirlo con forza ora, a poche settimane da un voto che vede l’Europa all’affannosa ricerca di visione e leadership, finisce naturalmente per rilanciare l’ipotesi che vede Draghi svestire i panni del tecnico per assumere un ruolo di vertice a Bruxelles, in particolare quello di presidente della Commissione.

BRUXELLES — «Proporrò un cambiamento radicale, perché è ciò che serve all’Europa». Ufficialmente, Mario Draghi parla nelle vesti di super tecnico. Sul palco di La Hulpe, sobborgo di Bruxelles, l’ex presidente del Consiglio e della Banca centrale europea anticipa senso e contenuti del rapporto sulla competitività dell’Unione che gli è stato commissionato da Ursula von der Leyen, e che presenterà dopo le elezioni di giugno. Ma nelle sue parole è evidente che quel cambiamento necessario - «per creare un’Unione europea che sia adatta al mondo di oggi e di domani» - è prima di tutto politico, un nuovo scatto nel processo di integrazione. E la scelta di ribadirlo con forza ora, a poche settimane da un voto che vede l’Europa all’affannosa ricerca di visione e leadership, finisce naturalmente per rilanciare l’ipotesi che vede Draghi svestire i panni del tecnico per assumere un ruolo di vertice a Bruxelles, in particolare quello di presidente della Commissione.

Non è la prima volta negli ultimi mesi che Draghi sferza l’Europa e i suoi leader, ma oltre ai tempi a fare la differenza ieri sono stati i toni, raramente così netti come in occasione dell’evento sull’Unione sociale organizzato dalla presidenza di turno belga. L’urgenza nasce da una diagnosi chiara su come il mondo stia «rapidamente cambiando», in mezzo alla grande sfida geopolitica, tecnologica ed economica tra gli Stati Uniti e la Cina. «Abbiamo confidato nella parità di condizioni globale e nell’ordine internazionale basato sulle regole, aspettandoci che altri facessero lo stesso - ha detto l’ex banchiere centrale - Ma ora altre regioni non rispettano più le regole e stanno elaborando politiche che nella migliore delle ipotesi sono progettate per reindirizzare gli investimenti verso le loro economie a scapito delle nostre; e nel peggiore dei casi per renderci permanentemente dipendenti».

Il riferimento è alle politiche industriali di Pechino e a quelle di Washington. Rilanciare l’integrazione, dunque, è la ricetta tutta politica di Draghi. «Ripristinare la nostra competitività non è qualcosa che possiamo raggiungere da soli, o solo battendoci a vicenda. Ci impone di agire come Unione europea in un modo mai fatto prima», dice l’ex banchiere centrale. Lo chiama un «rinnovato partenariato», che crei tra le altre cose «un nuovo strumento strategico per coordinare le politiche economiche». Ma se questo non fosse percorribile con la partecipazione di tutti e 27 i membri dell’Unione, cosa che «possibilmente dovrebbe avvenire sempre», Draghi aggiunge che andrebbe fatto «con un gruppo di Paesi nel quadro della cooperazione rafforzata».

Il suo riferimento più immediato è soprattutto alla progettata e mai compiuta unione dei mercati di capitali, decisiva per mobilitare risorse finanziarie private competitive con quelle americane. Sarà uno dei punti al centro anche del rapporto sul rilancio del mercato unico che un altro ex premier italiano, Enrico Letta, presenta domani, sempre a Bruxelles, ai capi di governo dell’Unione. Ma il ragionamento di Draghi sulla cooperazione rafforzata – forse l’unica strada realistica viste le distanze tra i 27 – si può applicare anche agli altri dossier caldi, dalla difesa comune a una capacità di spesa europea che supporti la doppia transizione digitale e verde, che costerà 500 miliardi di euro l’anno.

Un discorso che si potrebbe definire programmatico, anche se Draghi ha sempre negato di puntare a un ruolo europeo e ripetuto che il suo rapporto sarà a disposizione dei prossimi vertici. Ma che il nome dell’ex capo della Bce, lanciato dietro le quinte dal presidente francese Macron, sia a tutti gli effetti entrato nelle riservatissime e complesse trattative tra i leader, lo confermano le reazioni. «Letta e Draghi indicano la via del futuro», dice Ursula von der Leyen, presidente uscente della Commissione e per la seconda volta “candidata-guida” dei Popolari, ma con quotazioni che appaiono in calo. Perfino il leader ungherese Orbán, esponente di punta della destra estrema ed euroscettica, mostra apprezzamento: «Non so se sarà presidente, ma mi piace, è bravo». In Italia, il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida rivendica, un po’ avventurosamente, alcuni passaggi del discorso: «Forse siamo stati anche noi a convincere il presidente Draghi ad assumere posizioni come queste: la necessità di difendere le imprese e la produzione in Europa».

Ma è il presidente del Senato Ignazio La Russa, altro meloniano di ferro, a mettere il suggello - interpellato dai cronisti - su un endorsement quasi plateale della destra italiana: Draghi? «Lui sicuramente ha i titoli per ambire a ogni ruolo. Sulla ipotesi concreta non so dire niente e su quello che ha detto men che meno perché non ho letto il suo discorso». Come dire, se sono rose, fioriranno.

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