Meloni a Tunisi, passerella da 100 milioni ma il nodo migranti non è sciolto
di Leonardo MartinelliTUNISI – Per la quarta volta in appena dieci mesi Giorgia Meloni si è materializzata al palazzo presidenziale di Cartagine, con il vento che alzava le onde del mare antistante, per incontrare Kais Saied, presidente di un paese in forte crisi economica e sul primo fronte, dall’altra parte del Mediterraneo, per i flussi migratori. Lei ha ribadito il suo feeling con l’uomo, protagonista di una deriva autoritaria a Tunisi, ricordando che “il nuovo rapporto che abbiamo instaurato fra i due paesi si è rafforzato anche grazie alla relazione personale tra noi due”. Ha sottolineato, andando nel senso del populismo sovranista che ha fatto la fortuna di Saied in patria, “un approccio nuovo, da pari a pari, che muove dal reciproco interesse”. È lo spirito del Piano Mattei, l’iniziativa meloniana per l’Africa, dove “la Tunisia è prioritaria”. E proprio oggi, dinanzi a lei e a Saied, sono stati firmati tre accordi di collaborazione fra i due paesi, che spaziano dalle energie rinnovabili e l’efficie…
TUNISI – Per la quarta volta in appena dieci mesi Giorgia Meloni si è materializzata al palazzo presidenziale di Cartagine, con il vento che alzava le onde del mare antistante, per incontrare Kais Saied, presidente di un paese in forte crisi economica e sul primo fronte, dall’altra parte del Mediterraneo, per i flussi migratori. Lei ha ribadito il suo feeling con l’uomo, protagonista di una deriva autoritaria a Tunisi, ricordando che “il nuovo rapporto che abbiamo instaurato fra i due paesi si è rafforzato anche grazie alla relazione personale tra noi due”. Ha sottolineato, andando nel senso del populismo sovranista che ha fatto la fortuna di Saied in patria, “un approccio nuovo, da pari a pari, che muove dal reciproco interesse”. È lo spirito del Piano Mattei, l’iniziativa meloniana per l’Africa, dove “la Tunisia è prioritaria”. E proprio oggi, dinanzi a lei e a Saied, sono stati firmati tre accordi di collaborazione fra i due paesi, che spaziano dalle energie rinnovabili e l’efficienza energetica (50 milioni di euro) ai crediti disponibili per le piccole e medie imprese (55 milioni), passando per una più forte cooperazione nel settore dell’università o della ricerca. In tutto, si tratta di poco più di un centinaio di milioni di euro.
Ecco, qui arrivano i problemi, al di là delle strette di mano e dei sorrisi d’intesa (e va tutto bene, perché è vero che il premier italiano resta l’unico leader europeo con cui Saied accetti di parlare ed è positivo che un dialogo con l’Ue resista attraverso di lei con questo leader enigmatico e imprevedibile). Ma la Tunisia non ha bisogno di un centinaio di milioni di euro. È un paese piccolo, ma in gravi difficoltà, che, per risolvere le sue magagne, necessita non solo di diverse centinaia di milioni di euro ma di alcuni miliardi. A rischio di default, lo Stato tunisino concentra ormai le sue poche risorse sul rimborso delle rate del suo debito pubblico, che cresce sempre di più, togliendo fondi all’import di derrate alimentari e farmaci. Il risultato è che negli ospedali manca di tutto e nei supermercati non si trovano a singhiozzo latte, riso o farina. Oggi il ceto medio tunisino non vive, sopravvive.
Da più di due anni Tunisi negozia con il Fondo monetario internazionale un prestito da 1,9 miliardi di dollari, che non si è mai concretizzato, perché il sovranista Saied si rifiuta di presentare un programma di riforme dettagliato, richiesto dall’organizzazione. La trattativa è ormai completamente bloccata. Peccato, perché la previa concessione del prestito Fmi è la condizione richiesta (è una garanzia) anche da altri stati e organizzazioni internazionali per prestare soldi a Saied. Proprio il memorandum Ue-Tunisia, firmato nel luglio scorso, anche in presenza di Meloni, che ne rivendica costantemente la maternità, prevede che il grosso degli aiuti (900 milioni di euro) saranno sbloccati solo dopo il fantomatico prestito. Intanto la Tunisia naviga a vista, grazie alla (vera) generosità di altri, vedi l’Arabia Saudita, che l’anno scorso gli ha concesso un credito di 500 milioni di dollari (altrettanti Riyad dovrebbe dargliene nei prossimi mesi). Pure l’Algeria, all’inizio del 2023, aveva fornito un credito di 500 milioni di dollari e altri 300 milioni dovrebbe stanziarne nei prossimi mesi.
Altro che un centinaio di milioni di euro. Forse da stasera al Consiglio europeo Meloni insisterà con i suoi partner europei perché scongelino i 900 milioni di euro del memorandum senza il prestito del Fmi. Sì, perché per lei la Tunisia significa anche l’ostico dossier migratorio, fondamentale nella sua campagna per le europee. Come effetto dell’accordo Ue-Tunisia, in effetti, gli arrivi di migranti dal paese verso Lampedusa erano precipitate a partire dall’autunno. Ma di recente hanno ripreso a crescere: ne sono sbarcati ben 5.587 nell’ultimo mese (+337% rispetto a quello precedente). È sicuramente la ragione che ha spinto Meloni a ritornare a Tunisi. E, in effetti, oggi ha parlato del tema dinanzi a Saied. Lo ha ringraziato “per il lavoro comune che abbiamo svolto contro i trafficanti di esseri umani”. Avendo annusato l’assoluta opposizione di Saied a creare un eventuale hotspot per i subsahariani sul proprio territorio, Meloni ha detto che “la Tunisia non può diventare un paese di arrivo per i migranti che giungono dal resto dell’Africa. Vogliamo, invece, lavorare con tutti i paesi sui flussi regolari, come stiamo facendo già con la Tunisia”. La sua speranza è che, intanto, i tunisini ritornino a bloccare le partenze dei migranti. Le europee urgono. Su questo o su altro Saied non si è ancora espresso. Lo fa in genere con un video e uno dei suoi monologhi (Meloni si è allineata, facendo lo stesso dopo l’incontro). Il monologo di Saied è atteso nelle prossime ore.