Diffamazione, Balboni il meloniano che ha bocciato il carcere per i giornalisti: “È sempre sbagliato”
di Liana MilellaIl carcere per i reati di opinione? “È sempre sbagliato”. Hanno ragione Consulta e Cedu a escluderlo? “Certo”. E perché un senatore meloniano, Gianni Berrino, ha riproposto la galera? “Ha già ritirato i suoi emendamenti che però valevano solo in casi estremi”. Sulla diffamazione parla con Repubblica Alberto Balboni, senatore di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Affari costituzionali. Che apre a un’ipotesi economicamente assai meno penalizzante sulle mancate rettifiche: “Se arrivasse un emendamento che invece di 50mila euro ne prevedesse 20mila nel massimo lo troverei ragionevole”.
Lei è l’autore del testo base sulla diffamazione su cui il suo collega Berrino ha acceso i riflettori con la proposta del carcere che poi ha ritirato. Idea individuale o di partito?
“Berrino, relatore sul ddl in commissione Giustizia, ha presentato alcuni emendamenti che immagino siano stati il frutto di varie sollecitazioni giunte da suoi colleghi avvocati, ma che, appunto, ha ritirato dopo u…
Il carcere per i reati di opinione? “È sempre sbagliato”. Hanno ragione Consulta e Cedu a escluderlo? “Certo”. E perché un senatore meloniano, Gianni Berrino, ha riproposto la galera? “Ha già ritirato i suoi emendamenti che però valevano solo in casi estremi”. Sulla diffamazione parla con Repubblica Alberto Balboni, senatore di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Affari costituzionali. Che apre a un’ipotesi economicamente assai meno penalizzante sulle mancate rettifiche: “Se arrivasse un emendamento che invece di 50mila euro ne prevedesse 20mila nel massimo lo troverei ragionevole”.
Lei è l’autore del testo base sulla diffamazione su cui il suo collega Berrino ha acceso i riflettori con la proposta del carcere che poi ha ritirato. Idea individuale o di partito?
“Berrino, relatore sul ddl in commissione Giustizia, ha presentato alcuni emendamenti che immagino siano stati il frutto di varie sollecitazioni giunte da suoi colleghi avvocati, ma che, appunto, ha ritirato dopo un approfondimento. Proposte che non ha condiviso con me, perché non faccio parte della commissione Giustizia, anche se quel mio disegno di legge mi sta a cuore”.
È mai possibile che il capogruppo di FdI proprio in quella commissione faccia una proposta così dirompente senza condividerla con il suo partito?
“Sono cose che nelle dinamiche parlamentari succedono, ma ormai il problema è superato visto che ha ritirato le sue proposte. Io stesso gliene ho chiesto la ragione e lui mi ha spiegato che non riguardavano giornalisti. Non era quella la fattispecie a cui pensava, ma una estrema, una notizia costruita ad arte per distruggere una persona”.
E lei pensa davvero che un giornalista lavori in questo modo?
“Io non credo proprio che un giornalista farebbe una cosa del genere, a meno che non fosse tratto in errore da una falsa notizia. Ma Berrino ipotizzava di punire non un errore, ma un fatto doloso aggravato da finalità riprovevoli. Del resto oggi, con l’Intelligenza artificiale, è possibile realizzare notizie e filmati orribili solo per screditare una persona e metterla fuori gioco. E questo può avvenire non solo nella politica, ma anche per colpire un rivale in amore o un collega di lavoro. Quindi stiamo parlando di un comportamento estremo per il quale forse sarebbe meglio studiare una nuova figura di reato”.
Però nella sua proposta di legge sulla diffamazione, che è stata duramente criticata da Fnsi e Ordine dei giornalisti, c’è la pena monstre, per le mancate rettifiche, fino a 50mila euro.
“Facciamo un po’ di chiarezza. Innanzitutto questo ddl - dopo mesi e mesi di dibattito - è stato approvato all’unanimità dai componenti della commissione Giustizia alla fine della scorsa legislatura, dove c’erano personalità come l’ex presidente Piero Grasso, nonché esponenti di Pd e M5S. Mi dispiaceva lasciarlo perdere soprattutto perché condivido la sentenza della Consulta che ha bocciato come incostituzionale il carcere per i giornalisti. Per questo l’ho ripresentato. Ma non mi aspettavo francamente tutte queste polemiche”.
Ma davvero? Si rende conto che in tempi di grave crisi economica della stampa multe come quelle che lei prevede possono essere rovinose?
“Io invece metterei l’accento sulla non punibilità in caso di rettifica, cioè una rivoluzione di cui mi assumo il merito. Vuol dire che se un giornalista pubblica una notizia, ma poi riconosce di avere sbagliato, scatta la causa di non punibilità, e il fatto non costituisce né un illecito penale, né civile. Lo ripeto, si tratta di una rivoluzione, perché nei fatti ritengo di aver cancellato l’80 per cento dei possibili processi. Se un giornalista serio ammette di aver sbagliato, fa la rettifica, e la faccenda finisce lì”.
E se invece il giornalista non ha sbagliato?
“È giusto che a pronunciarsi sia un giudice terzo, perché la querela è un diritto. Se l’imputato viene riconosciuto colpevole dal giudice vuol dire che ha sbagliato”.
Ma è mai possibile che la multa arrivi a cifre così pesanti? Ma lei lo sa quanto guadagna oggi il collaboratore di un giornale?
“La legge si applica a chiunque, anche a chi non fa il giornalista. Io stesso ho subito almeno una decina di querele per diffamazione, ma non sono mai stato condannato, mi hanno assolto oppure la querela è stata ritirata. Questo per dire che la mia legge riguarda chiunque. E la pena ordinaria è da 5 a 10mila euro. Se il giornalista sceglie il rito abbreviato, ormai il più diffuso, e ottiene le attenuanti generiche, la condanna si attesterà su 2-2.500 euro di multa. E non mi pare una pena eccessiva”.
E come la mette con i 50mila?
“È l’ipotesi aggravata, in cui occorre un dolo specifico, che va da 10 a 50mila euro. Ma anche in questo caso l’esito dei processi dimostra che i giudici si tengono più vicino ai minimi della pena che non ai massimi. Quindi il massimo della pena può valere solo in casi estremi, come l’ipotesi di una notizia diffusa ben sapendo che si tratta di un falso al solo fine di denigrare una persona. Ma, lo ripeto, si tratta di fattispecie estreme, che non riguarderanno i giornalisti”.
Ma lei, rispetto alla sua proposta, sarebbe disposto ad abbassare la cifra?
“Quando ne abbiamo discusso nella scorsa legislatura avevo proposto 20mila euro come pena massima, quindi da 10 a 20mila, ma solo nell’ipotesi aggravata. Parecchi miei colleghi mi dissero che per un’ipotesi estrema quella cifra era troppo poco. Ma se ci fosse un emendamento che invece di 50mila proponesse 20mila io lo troverei ragionevole, e da intendersi come precauzione estrema”.
Lei come padre di questa proposta allora esclude il carcere come fanno, nella maggioranza, Forza Italia e Lega, e ritiene che la sentenza della Consulta del 2021 vada rispettata?
“Ma certo. Ho presentato la mia proposta proprio per questo, per adempiere alle sentenze della Corte e della Cedu. La mia opinione è che il carcere per reati di opinione sia sempre sbagliato”.