Salvini attacca Draghi ma per Giorgetti l’ex premier è la scelta migliore per la Ue
dal nostro inviato Tommaso CiriacoBruxelles — È la grande paura di Matteo Salvini. Ritrovarsi isolato in Europa. Con Mario Draghi al vertice delle istituzioni continentali e l’estrema destra completamente fuori dai giochi. Con Giorgia Meloni che si spende per l’ex banchiere, sostenendone la corsa, ritagliandosi un ruolo centrale nei nuovi equilibri e intestandosi la regia dell’operazione assieme all’arcinemico Emmanuel Macron. E, come se non bastasse, con i principali big del Carroccio favorevoli all’ascesa dell’ex premier. Lo sono da tempi non sospetti — quelli del governo di unità nazionale — i governatori Max Fedriga e Luca Zaia. E soprattutto, lo è Giancarlo Giorgetti, antico estimatore e amico di Draghi, che lo considera la migliore scelta possibile. Sono tutti fattori che nella mente del vicepremier produrrebbero un rischio concreto: l’irrilevanza. Anche perché un risultato deludente alle elezioni del 9 giugno potrebbe addirittura mettere a repentaglio la sua segreteria. Sarebbe un reggente, a quel punto, a trag…
Bruxelles — È la grande paura di Matteo Salvini. Ritrovarsi isolato in Europa. Con Mario Draghi al vertice delle istituzioni continentali e l’estrema destra completamente fuori dai giochi. Con Giorgia Meloni che si spende per l’ex banchiere, sostenendone la corsa, ritagliandosi un ruolo centrale nei nuovi equilibri e intestandosi la regia dell’operazione assieme all’arcinemico Emmanuel Macron. E, come se non bastasse, con i principali big del Carroccio favorevoli all’ascesa dell’ex premier. Lo sono da tempi non sospetti — quelli del governo di unità nazionale — i governatori Max Fedriga e Luca Zaia. E soprattutto, lo è Giancarlo Giorgetti, antico estimatore e amico di Draghi, che lo considera la migliore scelta possibile. Sono tutti fattori che nella mente del vicepremier produrrebbero un rischio concreto: l’irrilevanza. Anche perché un risultato deludente alle elezioni del 9 giugno potrebbe addirittura mettere a repentaglio la sua segreteria. Sarebbe un reggente, a quel punto, a traghettare il partito verso un congresso straordinario d’autunno.
Ecco perché al mattino Salvini decide di esporsi. I suoi uomini rintracciano in fretta i passaggi dedicati a Draghi contenuti nel pdf della sua ultima fatica letteraria, “Controvento”. Li incollano in una nota che diffondono alla stampa. Non è ovviamente un caso, c’è un evidente collegamento con le grandi manovre partite dopo l’intervento con cui l’ex premier ha diffuso il nucleo del report sulla competitività. Salvini, che a differenza di Meloni sostenne Draghi a Palazzo Chigi, elenca alcuni «scivoloni» dell’ex banchiere alla guida dell’esecutivo. Ricorda che scelse i ministri senza consultare le segreterie, «un metodo evidentemente sbagliato, opinione diffusa in tutti i partiti». Racconta che gli furono imposti anche i nomi di quelli in quota Lega (tra cui lo stesso Giorgetti). Boccia altre personalità, definite «sconcertanti», come Luciana Lamorgese e Roberto Speranza. Anche sul fisco non fece «assolutamente nulla», attacca, mentre provò a convincerlo — invano — della bontà della sua candidatura al Colle.
Parole durissime, che preannunciano una campagna. Destinate a condizionare il rapporto con Meloni, che avrà comunque l’ultima e decisiva parola rispetto alla “carta Draghi”. Alcuni indizi di come la pensi la premier sono rintracciabili nelle dichiarazioni dei big di Fratelli d’Italia: non ostili si sono mostrati Ignazio La Russa, Adolfo Urso e Francesco Lollobrigida. E d’altra parte la leader, da diverse settimane, ha digerito l’idea di sostenere Draghi. Sia chiaro, nonostante l’ottimo rapporto con il suo predecessore preferirebbe la soluzione von der Leyen, giudicandola meno traumatica anche in chiave interna. Ma conosce le difficoltà dell’attuale presidente della Commissione. E ha chiari i vantaggi della candidatura dell’italiano, che è pronta a cavalcare se si creeranno le condizioni adatte.
Su questo terreno, incontrerà un altro peso massimo dell’Esecutivo: Giancarlo Giorgetti. Il titolare dell’Economia è pronto a sostenere Draghi non solo per l’ovvia garanzia che l’ex banchiere rappresenterebbe rispetto a conti pubblici strutturalmente instabili come quelli italiani. È il profilo a convincerlo. Non è un mistero che il ministro sia amico dell’ex premier, oltreché estimatore. Giorgetti, insomma, considera quella di Draghi una opzione credibile, anzi, la migliore scelta possibile. Allo stesso modo, è consapevole che la decisione spetta a una persona soltanto: Giorgia Meloni. Quanto a Zaia, ieri ha ostentatamente evitato di seguire la linea di Salvini: «Chi si occuperà di questa indicazione è l’Esecutivo, quindi non mi permetto di affrontare il tema».
Anche Antonio Tajani conosce la delicatezza del bivio. In Forza Italia nessuno nega l’ambizione del vicepremier berlusconiano, il cui nome potrebbe spuntare nella corsa per la Commissione a causa del gioco di veti incrociati tra i popolari tedeschi. Resta però altrettanto evidente che per il ministro degli Esteri non sarebbe semplice osteggiare apertamente Draghi, una personalità che Berlusconi nominò alla guida di Bankitalia e poi accettò al vertice della Bce. Ecco perché la vicepresidente del Senato Licia Ronzulli ha lodato proprio ieri il report dell’ex banchiere: «Ha saputo tratteggiare con lucidità l’idea di un’Europa profondamente diversa da quella di oggi».
Tutto, insomma, è in movimento. E il nome di Draghi torna anche a Bruxelles, a margine del Consiglio europeo. Ne parla Macron, il primo ad averci pensato, anche se con tatto diplomatico: «Le nomine si fanno il giorno dopo, bisogna prima convincere il popolo europeo dei progetti». Detto questo, aggiunge per non lasciare nulla all’interpretazione, «è un amico formidabile» ed è stato un «grande premier» che ha «fatto molte cose» per l’Italia. E non si tira indietro neanche la premier estone Kaja Kallas — che guida un Paese piccolo, ma significativo perché esposto all’aggressività di Mosca: «A livello di leader non stiamo ancora parlando delle cariche di vertice dell’Ue. Detto questo, Draghi mi piace molto».