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Rai, il cda ammette il sorpasso di Mediaset. La fuga delle star spaventa la tv pubblica

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Il documento di bilancio 2023 di Viale Mazzini certifica la sconfitta negli ascolti nell’intera giornata. È la prima volta in 30 anni di duopolio. Pesano i flop di TeleMeloni. I giornalisti pronti allo sciopero: “Non saremo megafoni dei partiti”
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C’è un dato che meglio di altri racconta la crisi nera della Rai, e mai aggettivo fu più appropriato. L’anno in cui Giorgia Meloni e i suoi fedelissimi hanno espugnato i piani alti di Viale Mazzini, occupando ogni ganglio dell’informazione, palinsesti e strutture aziendali, è stato il primo in cui Mediaset ha superato l’emittente pubblica negli ascolti.

A certificarlo, senza più possibilità di equivoco, è il documento di bilancio 2023 approvato ieri in Cda. Dove è scritto testualmente, e non poteva essere altrimenti, che dal primo gennaio al 31 dicembre la televisione di Stato «registra nell’intera giornata il 37% di share». Il sigillo sul sorpasso, visto che negli stessi 12 mesi il gruppo di Cologno è volato invece al 37,7. E poco cont…

C’è un dato che meglio di altri racconta la crisi nera della Rai, e mai aggettivo fu più appropriato. L’anno in cui Giorgia Meloni e i suoi fedelissimi hanno espugnato i piani alti di Viale Mazzini, occupando ogni ganglio dell’informazione, palinsesti e strutture aziendali, è stato il primo in cui Mediaset ha superato l’emittente pubblica negli ascolti.

A certificarlo, senza più possibilità di equivoco, è il documento di bilancio 2023 approvato ieri in Cda. Dove è scritto testualmente, e non poteva essere altrimenti, che dal primo gennaio al 31 dicembre la televisione di Stato «registra nell’intera giornata il 37% di share». Il sigillo sul sorpasso, visto che negli stessi 12 mesi il gruppo di Cologno è volato invece al 37,7. E poco conta che nel prime time la leadership sia rimasta immutata e che Rai1 si sia confermato «primo canale nazionale». Ciò che non era accaduto in oltre 30 anni di duopolio tv — le reti pubbliche battute da quelle private — si è verificato con l’ascesa catodica dei post-missini. Che a lungo hanno provato a negare, salvo doversi arrendere alla cruda realtà dei numeri.

Determinati, anche, da un paio di fenomeni altrettanto inediti e ancor più allarmanti. La grande fuga delle star — da Fabio Fazio ad Amadeus, entrambi trasmigrati al Nove — innescata dall’avanzata di TeleMeloni, che riduce l’autonomia di artisti e conduttori, pretendendo di imporre ospiti e scalette. In combinata con una lunga infilata di flop che hanno affossato l’audience e messo in allerta gli investitori. Pronti adesso a trasferirsi su lidi più redditizi.

Dopo il blitz dell’estate scorsa che ha sospinto sulla tolda di comando tutti gli uomini della presidente, a iniziare dal dg Giampaolo Rossi in odore di promozione alla carica di ad, gli addii alla Rai si sono moltiplicati. Bianca Berlinguer, regina del martedì sera sulla Terza rete — ormai privata della sua identità e rimasta orfana, come l’intera Tv di Stato, di un talk politico in prima serata — è passata a Rete4. Le è subentrata l’ex ministra berlusconiana Nunzia De Girolamo con Avanti popolo, chiuso prima di Sanremo causa share da prefisso telefonico. E non è che i sostituti stiano facendo meglio: l’altro ieri Petrolio s’è fermato all’1,6, Barbara Carfagna a seguire all’1,2. E restano sempre tra il 2 e il 4 le trasmissioni affidate nel weekend alle new entry targate FdI: Edoardo Sylos Labini e Incoronata Boccia. Nel frattempo Corrado Augias, che occupava parte di quegli spazi, se n’è andato a La7 insieme a Massimo Gramellini, spingendo verso l’alto gli ascolti della concorrenza.

E vogliamo parlare di Pino Insegno? L’amico personale della premier doveva guidare l’Eredità, il preserale di Rai1 campione di ascolti, ma il fiasco autunnale del Mercante in Fiera su Rai2 (media share del 2%) ha convinto i fratelli Bassetti, proprietari del format, a mettere il veto su di lui. In un’azienda normale, l’insuccesso avrebbe fatto scattare il cartellino rosso. Ma in Viale Mazzini agli amici della destra si perdona tutto: l’attore che ha presentato il comizio finale di Meloni per le Politiche tornerà in estate al comando di Reazione a catena. E non è finita: pure Monica Maggioni fatica ad eguagliare Lucia Annunziata nella domenica di Rai3. Come Roberto Inciocchi, che nel talk mattutino dei giorni feriali manco vede l’audience macinata da Monica Giandotti prima di lui. Rispetto all’anno precedente, non ce n’è uno che abbia fatto meglio.

Il tutto mentre la Rai è in ebollizione. Le continue pressioni del governo e della maggioranza, i principali Tg «piegati alla propaganda sovranista» come accusa il Pd, hanno scatenato l’ira dei giornalisti. Preoccupati, anche, per il fuggi fuggi generale che dopo Amadeus potrebbe portare fuori Sigfrido Ranucci e Federica Sciarelli. Tema che oggi la dem Francesca Bria porrà in Cda, proprio mentre l’assemblea dei Cdr e dei fiduciari ha proclamato lo stato di agitazione, affidando a UsigRai un pacchetto di 5 giorni di sciopero per contestare «la volontà di trasformare il servizio pubblico nel megafono dei partiti, e all’azienda gli accorpamenti di testate calati dall’alto».

Una vicenda che ha ormai travalicato i confini nazionali. Dopo il Pais, in un articolo della corrispondente da Roma pure il Guardian batte sulla deriva orbaniana. Titolo: “Meloni trasforma l’emittente italiana in megafono dell’estrema destra”. Più eloquente di così.

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