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Sinibaldi: “Sulla Rai la tempesta perfetta. E il governo vuole spegnere le voci libere”

Intervista allo storico conduttore di Fahrenheit su Radio3: “Questo esecutivo ha una cultura fragile del pluralismo, ma il Freedom Act impone una governance indipendente entro quindici mesi”
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«La Rai sta attraversando una tempesta perfetta». Marino Sinibaldi, ex direttore di Radio3 e inventore di Fahrenheit, trasmissione culturale che ha fatto la storia radiofonica del Paese, è molto preoccupato.

Ascolti in calo, il sorpasso di Mediaset, artisti e conduttori che se ne vanno. Cosa sta succedendo?

«Si sono accumulate tre onde: di lungo, di medio e di breve periodo. La prima dipende dal rapporto secolare che la Rai ha con la politica e che nessuno ha risolto. L’onda di medio periodo è legata alla crisi del servizio pubblico, cioè di un linguaggio che accolga sguardi diversi. L’ultima è invece provocata da questo governo che ha ansia di conquista e una fragile cultura del pluralismo».

Il declino della Rai…

«La Rai sta attraversando una tempesta perfetta». Marino Sinibaldi, ex direttore di Radio3 e inventore di Fahrenheit, trasmissione culturale che ha fatto la storia radiofonica del Paese, è molto preoccupato.

Ascolti in calo, il sorpasso di Mediaset, artisti e conduttori che se ne vanno. Cosa sta succedendo?

«Si sono accumulate tre onde: di lungo, di medio e di breve periodo. La prima dipende dal rapporto secolare che la Rai ha con la politica e che nessuno ha risolto. L’onda di medio periodo è legata alla crisi del servizio pubblico, cioè di un linguaggio che accolga sguardi diversi. L’ultima è invece provocata da questo governo che ha ansia di conquista e una fragile cultura del pluralismo».

Il declino della Rai è irreversibile?

«Iniziato lento, è diventato veloce, ma non è irreversibile. A causa di due fattori: il governo Meloni, che ha fatto precipitare la situazione, e l’apertura del mercato. Finalmente con Discovery sta nascendo il terzo polo tv che era stato soffocato nella culla dal duopolio Rai-Mediaset quando ci provò TeleMontecarlo. Grazie alle piattaforme si è affermato un modo nuovo di fare comunicazione, cambiato anche dai social, e questo aggrava la debolezza Rai. Che si trova ora ad affrontare la sfida decisiva nel momento peggiore della sua storia».

Qual è la sfida decisiva?

«Il Freedom Act appena varato in Europa ci impone entro 15 mesi di dotare la Televisione di Stato di una governance indipendente e di risorse certe. Non è un caso se l’Ungheria non l’ha votato. È proprio ciò che manca alla Rai. Spero che provochi il terremoto di cui c’è bisogno».

Lei dice che Meloni ha peggiorato le cose, ma la lottizzazione non l’ha inventata lei.

«È vero, c’è sempre stata, è sicuramente tossica, ma contiene delle forme di pluralismo che si va perdendo a causa di leggi fatte male e di una premier nazionalista che forse non gradisce il pensiero libero. A metà degli anni ‘70 si era posto il problema di come rappresentare le varie sensibilità esistenti nella società. E fu risolto con la lottizzazione, una via perversa per dar voce a punti di vista plurali».

Sta giustificando la sinistra che in Rai l’ha sempre praticata?

«La sinistra ha sempre avuto un’attenzione per la cultura che la destra non ha. Significa amore per la diversità, valorizzazione dell’alterità e della differenza che quegli altri faticano ad accettare. Loro hanno un’idea del mondo chiusa e impaurita, che fa vincere le elezioni ma non crea cultura, che è invece contaminazione, incontro con l’altro, scelte basate su capacità e qualità, non sulla fedeltà».

Eppure la destra dice che si è sempre fatto così.

«Il denominatore comune è lo stesso: la mancanza di indipendenza dalla politica, che guarda caso è iniziata con il fascismo. Ma oggi la situazione è più grave perché si tende a imporre una cultura identitaria che cancella tutte le altre. Per cui si invade il fortino di Rai3 e anche la Radio, espellendo professionalità ed eccellenze che magari non corrispondono alle loro convinzioni. Così duramente la sinistra non l’ha mai fatto».

In ballo c’è la conquista dell’egemonia culturale fin qui appannaggio degli avversari?

«Senza capire che l’egemonia di Gramsci non significava occupare spazi con le persone, ma vincere con le idee: è dal loro intreccio, finanche dallo scontro, che se ne possono generare di migliori».

FdI ha voglia di rivincita dopo anni di ostracismo?

«C’è un risentimento, una fame ingiustificata. Non stiamo parlando di underdog, nessuno di chi oggi in Rai è in alto era prima in esilio o, peggio, a digiuno».

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