L’ambigua battaglia della destra meloniana per aprire i consultori agli ultra-cattolici
di Maria Novella De LucaROMA — Forse l’unico dato positivo di aver riportato agli onori della cronaca la parola Consultori, a 50 anni (quasi) dalla loro nascita nel 1975, è la fotografia impietosa su quanti pochi ne siano rimasti sul territorio: soltanto 1800 in tutta Italia, uno ogni 32mila abitanti, un numero ben al di sotto di quanto stabilito dalla legge, che ne prevede uno ogni 20mila abitanti. Sono i dati dell’ultima Indagine nazionale sui consultori familiari dell’Istituto superiore di sanità del 2019. In pratica, in Italia, questi centri costruiti negli anni Settanta sul modello dei consultori autogestiti del femminismo, sono oggi il 60 per cento in meno di quanti ne servirebbero.
È da questa rete, un tempo virtuosa, oggi impoverita e smantellata come tutti i servizi territoriali, da quelli per le dipendenze a que…
ROMA — Forse l’unico dato positivo di aver riportato agli onori della cronaca la parola Consultori, a 50 anni (quasi) dalla loro nascita nel 1975, è la fotografia impietosa su quanti pochi ne siano rimasti sul territorio: soltanto 1800 in tutta Italia, uno ogni 32mila abitanti, un numero ben al di sotto di quanto stabilito dalla legge, che ne prevede uno ogni 20mila abitanti. Sono i dati dell’ultima Indagine nazionale sui consultori familiari dell’Istituto superiore di sanità del 2019. In pratica, in Italia, questi centri costruiti negli anni Settanta sul modello dei consultori autogestiti del femminismo, sono oggi il 60 per cento in meno di quanti ne servirebbero.
È da questa rete, un tempo virtuosa, oggi impoverita e smantellata come tutti i servizi territoriali, da quelli per le dipendenze a quelli per la salute mentale, che la destra vorrebbe far partire la crociata contro la legge 194, inserendo all’interno di questi contesti i movimenti antiabortisti. Per capire però di cosa parliamo e perché Giorgia Meloni e Fdi sostengano che il loro decreto sui volontari Pro-life nei consultori sia previsto dalla legge sull’aborto, bisogna analizzare con attenzione il testo. Tenendo fermo un punto di partenza, come ricorda Silvana Agatone, presidente della Laiga, storica associazione di ginecologi in difesa della legge 194. «In 40 anni di professione da non obiettrice mi sono capitati soltanto due casi di pazienti arrivate in ospedale con il certificato per abortire, ma di fatto ancora incerte. Ad entrambe chiedemmo di aspettare qualche giorno e di tornare al consultorio per un nuovo colloquio con l’assistente sociale e la psicologa». Una statistica infinitesimale quindi, che dimostra però la serietà di chi opera nell’ambito della 194. «Una delle due donne – aggiunge Agatone - così come avevo capito dall’inizio, ha scelto di tenere il bimbo, l’altra ha abortito. Questo per dire che nei consultori è già previsto un percorso di accompagnamento, ma è fatto con personale specializzato e rispettoso del principio di autodeterminazione delle donne, non con volontari antiabortisti e dunque mossi da un intento politico più che sanitario». È il punto cardine del discorso. Nessuno nega, infatti, quanto è scritto nella legge del 1978, in particolare negli articoli numero 2 e numero 5 dove viene definito il ruolo dei consultori.
«I consultori familiari, istituiti con la legge 405 del 1975, fermo restando quanto stabilito dalla stessa legge, assistono la donna in stato di gravidanza». La informano cioè dei suoi diritti di lavoratrice madre, degli aspetti sanitari della gestazione. Al punto D, è questo è importante, si afferma: «Assistono la donna contribuendo a far superare le cause che potrebbero indurla all’interruzione della gravidanza». È esattamente ciò che accade oggi, con il personale che già lavora nei consultori. Prima di rilasciare il certificato con il quale la paziente va poi in ospedale per l’Ivg o l’aborto farmacologico, le viene chiesto di incontrare una o più volte un’assistente sociale, per verificare, insieme, la decisione di abortire.
Altro capitolo è la presenza di volontari: «I consultori possono avvalersi della collaborazione volontaria di formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono aiutare la maternità difficile dopo la nascita». La frase è questa: maternità difficile “dopo” la nascita però, cioè in un altro ambito del consultorio familiare, non nel percorso della legge 194. All’articolo 5 si torna a parlare di consultori. Qui esplicitamente si afferma che «il consultorio ha il compito, quando la richiesta di aborto sia motivata da condizioni economiche o sociali o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito, ove la donna lo consenta, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza». Anche qui bisogna leggere bene: «Ove la donna lo consenta». Se non lo consente nessuno può chiederle conto di una scelta.
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Dunque che bisogno c’è dei volontari del movimento per la vita nei consultori, quando i consultori stessi, ma senza implicazioni confessionali, politiche o etiche, sono già strutturati per aiutare le donne a capire se davvero vogliono abortire o meno? Se davvero la destra, come Meloni dice, nega di voler smantellare la legge 194, perché non finanzia i consultori assumendo, medici, psicologi, educatori, assistenti sociali, tornando a far vivere quelle strutture territoriali oggi allo stremo, costrette a occuparsi di aborto e tossicodipendenza, di adolescenza e di adozione, invece di imporre la presenza dei Pro-life? Silvana Agatone ha dedicato tutta la vita alla cura delle donne. «Cosa fanno questi gruppi? Intercettano le donne e offrono loro un po’ di soldi perché tengano il figlio, oppure provano a spaventarle parlando di battito fetale o di omicidio. Il risultato è quello di farle soffrire di più per una decisione sulla quale non torneranno indietro. Sapete cosa accadrà? Le donne con difficoltà economiche prenderanno i soldi e abortiranno lo stesso».