Europee, Schlein si candida. Pd diviso sul suo nome nel simbolo
di Lorenzo De CiccoROMA — Un messaggino Whatsapp di Igor Taruffi, alle 7.40 di mattina, sveglia i colonnelli del Pd: «La segretaria non si candida dappertutto, ma potrebbe mettere il nome del simbolo». E così la Direzione del partito, che avrebbe dovuto concentrarsi sulle liste per le Europee, diventa un altro film. Passa in secondo piano la notizia più attesa: Elly Schlein correrà alle Europee, capolista nel Centro Italia e nelle Isole, anche se resterà in Parlamento per contrastare Giorgia Meloni (insomma non andrà a Bruxelles).
Lo scossone sul simbolo è talmente forte che pare destinato a cambiare la geografia interna della principale forza di opposizione. Si sfalda sia la minoranza che la maggioranza del partito. Cambiano gli equilibri. Schlein sigla un patto con Stefano Bonaccini, che era il suo rivale al congresso. Ma perde pezzi: si consuma la rottura con l’ala sinistra di Andrea Orlando. E sul nome nel simbolo si sfila pure Dario Franceschini. Mentre a sorpresa arrivano nuovi sponsor dell’operaz…
ROMA — Un messaggino Whatsapp di Igor Taruffi, alle 7.40 di mattina, sveglia i colonnelli del Pd: «La segretaria non si candida dappertutto, ma potrebbe mettere il nome del simbolo». E così la Direzione del partito, che avrebbe dovuto concentrarsi sulle liste per le Europee, diventa un altro film. Passa in secondo piano la notizia più attesa: Elly Schlein correrà alle Europee, capolista nel Centro Italia e nelle Isole, anche se resterà in Parlamento per contrastare Giorgia Meloni (insomma non andrà a Bruxelles).
Lo scossone sul simbolo è talmente forte che pare destinato a cambiare la geografia interna della principale forza di opposizione. Si sfalda sia la minoranza che la maggioranza del partito. Cambiano gli equilibri. Schlein sigla un patto con Stefano Bonaccini, che era il suo rivale al congresso. Ma perde pezzi: si consuma la rottura con l’ala sinistra di Andrea Orlando. E sul nome nel simbolo si sfila pure Dario Franceschini. Mentre a sorpresa arrivano nuovi sponsor dell’operazione: Piero De Luca, il figlio dell’(ex?) arcinemico di Schlein Vincenzo, governatore-cacicco della Campania, che incassa la candidatura di Lello Topo al Sud. Ma anche Bonaccini perde alleati: contrario è Graziano Delrio, capofila dei cattodem, come Debora Serracchiani. Il correntone del governatore, Energia Popolare, ribolle.
Le liste non riservano grandi sorprese, rispetto a quanto era circolato: al Nord Ovest, guidano la lista Cecilia Strada e il capodelegazione in Ue, Brando Benifei, poi Irene Tinagli, Alessandro Zan, Giorgio Gori e l’ex Verde Eleonora Evi (stimata dalla compagna di Schlein). Al Nord Est, Bonaccini capolista, poi Annalisa Corrado, l’ex Cgil Ivan Pedretti, Elisabetta Gualmini, Zan e Alessandra Moretti. Al Centro, dopo Schlein, Nicola Zingaretti, Camilla Laureti, il giornalista Marco Tarquinio, più sotto Dario Nardella e Matteo Ricci (sostenuto da Bettini e Mancini-Gualtieri, anche se il sindaco di Roma ieri ha fatto un video pro-Zingaretti, ma sarà l’unico endorsement). Al Sud, Lucia Annunziata capolista, poi Antonio Decaro, Pina Picierno, Sandro Ruotolo, l’ex sardina Jasmine Cristallo. Nelle isole, dopo Schlein c’è Antonio Nicita, la cronista Rai Lidia Tilotta e Pietro Bartolo.
Sulla corsa di Schlein punge, da fuori, solo Giuseppe Conte: «È una presa in giro». Il partito si accapiglia sul simbolo. Nessun leader ci aveva piazzato il nome. Tranne Veltroni nel 2008. Ma anche l’ultimo dei veltroniani in Parlamento, Valter Verini, si è smarcato: «Erano le Politiche e il nostro statuto prevedeva che il segretario fosse il candidato premier». Il tema divide, sia nella segreteria, che in Direzione, dove a formulare la proposta è stato Bonaccini, da presidente dell’assemblea. Tanti i contrari, chi per il merito, chi per il metodo tipo blitz: da Boldrini a Camusso, agli orlandiani Provenzano («no a un partito leaderistico») e Sarracino, a Cuperlo. Franceschini, nei corridoi, mormora: «Non è una buona idea».
La segretaria è difesa da De Luca jr, dal bonacciniano De Maria e soprattutto dal capogruppo in Senato, Francesco Boccia: «Ai pastori della sacralità del partito plurale, ricordo le nefandezze che sono state fatte in passato». Dall’affossamento di Prodi in poi. Provoca Boccia: «Tanti protestano, ma perché non si candidano? La mia corsa è sul tavolo», perché le liste al Sud sono deboli, necessitano di ritocchi: si parla dell’ex Csm Giovanni Legnini. Poi Boccia difende dagli attacchi Zan, l’unico candidato in due collegi, al Nord: «Contro Vannacci farà la differenza».
Schlein, per difendersi, la mette così: la sua corsa è un «valore aggiunto» nella sfida a Meloni. Pensava di correre ovunque, ma come alternativa, per non penalizzare civici e donne, si può mettere il nome nel logo. Viste le proteste in Direzione, i fedelissimi di Schlein temevano di andare sotto. Da qui la rinuncia a mettere ai voti il cambio del contrassegno. La leader ottiene solo il «mandato» a rifletterci. Ma il tempo è poco: il simbolo va presentato oggi entro le 16. Per Schlein ci sarebbe ancora l’opzione A: correre ovunque. Ma pare più probabile che insista sul nome nel simbolo, per non sfaldare l’asse con Bonaccini. E rischiare di non avere più una maggioranza. La comunicazione arriverà stamattina: in diretta Instagram.
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