La mossa antifascista di Mulè (FI): “Una legge per ricordare i militari italiani che scelsero di non combattere al fianco dei nazifascisti”
di Tommaso CiriacoSi ritrovarono a dover decidere da che parte stare, in alcuni casi minacciati di morte. Le notizie erano poche, frammentate, confuse. Il Paese occupato, il fascismo in ritirata verso Salò. Centinaia di migliaia di soldati italiani scelsero comunque di non combattere al fianco dei nazisti. Di non collaborare con le SS. Furono per questo internati in campi di concentramento, in alcuni casi messi davanti a un plotone d’esecuzione. Adesso una proposta di legge, presentata dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, berlusconiano con nessuna simpatia o nostalgia per il Ventennio, si propone di ricordare quegli uomini in divisa e quel sacrificio.
L’idea è quella di istituire una giornata nazionale dell’internato nei lager nazisti per il 20 settembre di ogni anno. Un modo forse per rammentare - nei giorni in cui la destra di governo censura Antonio Scurati e prova ad annacquare le responsabilità, depotenziando il 25 aprile e la Resistenza, rifiutandosi anche solo di nominare l’antifascismo…
Si ritrovarono a dover decidere da che parte stare, in alcuni casi minacciati di morte. Le notizie erano poche, frammentate, confuse. Il Paese occupato, il fascismo in ritirata verso Salò. Centinaia di migliaia di soldati italiani scelsero comunque di non combattere al fianco dei nazisti. Di non collaborare con le SS. Furono per questo internati in campi di concentramento, in alcuni casi messi davanti a un plotone d’esecuzione. Adesso una proposta di legge, presentata dal vicepresidente della Camera Giorgio Mulè, berlusconiano con nessuna simpatia o nostalgia per il Ventennio, si propone di ricordare quegli uomini in divisa e quel sacrificio.
L’idea è quella di istituire una giornata nazionale dell’internato nei lager nazisti per il 20 settembre di ogni anno. Un modo forse per rammentare - nei giorni in cui la destra di governo censura Antonio Scurati e prova ad annacquare le responsabilità, depotenziando il 25 aprile e la Resistenza, rifiutandosi anche solo di nominare l’antifascismo e la lotta partigiana - che non tutte le scelte furono uguali. E che non tutti i soldati optarono per le divise dei repubblichini di Salò, a volte pagando con la vita - e di certo con anni di deportazione e umiliazioni - quella scelta di campo.
Mulè parte da un fatto storico accertato, anche se spesso dimenticato o trascurato: ‘’Centinaia di migliaia di ufficiali e soldati opponendo il loro fermo diniego alla collaborazione con l’esercito tedesco e poi alla Repubblica Sociale fornirono un contributo indiretto ma rilevante alle sorti della Seconda guerra mondiale. Di questa testimonianza, pagata al prezzo di sacrifici durissimi e di decine di migliaia di vite umane, è necessario che resti memoria nelle attuali e future generazioni’’.
Accadde dopo l’armistizio dell’8 settembre: i nazisti occuparono l’Italia, i fascisti di Benito Mussolini costituirono la Repubblica di Salò. I soldati italiani, soprattutto oltre confine, si ritrovano sopraffatti dall’antico alleato - alcuni massacrati, come a Cefalonia, primo atto di resistenza al nuovo nemico - senza ordini chiari, “catturati e disarmati dalle truppe tedesche in Francia, Grecia, Jugoslavia, Albania, Polonia, Paesi Baltici, Russia e Italia stessa”. E poi, ricorda il berlusconiano, “caricati su carri bestiame e trasferiti con viaggi interminabili, in condizioni disumane, nei campi di detenzione gestiti dalla Wehrmacht”. Il prigioniero, appena arrivato nel lager, ‘’veniva spersonalizzato con un numero di identificazione che da quel momento avrebbe sostituito il nome, inciso su una piastrina di riconoscimento,accanto alla sigla del campo’’. Questa condizione toccò 750-800 mila militari, messi di fronte a una scelta dai nazisti: tornare liberi entrando nelle SS o nell’esercito repubblichino, oppure continuare da prigionieri e a rischio della vita. Almeno 650 mila rifiutarono di combattere assieme alle armate di Hitler, ‘’rifiutarono il compromesso e per la prima volta, oppose il proprio no a qualsiasi forma di collaborazione, affrontando sofferenze e privazioni’’, scrive Mulè. Almeno 45mila persero la vita, molto altri restarono segnati dai campi nel corpo e nello spirito e morirono negli anni a venire. Epidemie di tifo e colera li colpirono ripetutamente, al pari di punizioni esemplari e malnutrizione.
Perché ricordarli il 20 settembre? Perché proprio in quella data del 1943 Hitler modificò il loro status; non più prigionieri di guerra, ma Italienische Militär-Internierte (IMI - Internati militari italiani).
Sul piano giuridico, ricorda Mulè, questa categoria non rispondeva alle norme del diritto internazionale, ma fu scelto per “‘punire’ il tradimento dell’8 settembre, eludere i controlli della Croce Rossa Internazionale e soprattutto aggirare le limitazioni imposte dalla Convenzione di Ginevra del 1929, che vieta l’utilizzo di prigionieri di guerra nell’industria bellica”. Diventarono dunque manodopera, furono in seguito inquadrati come “lavoratori civili”, in un patto che vedeva d’accordo l’invasore nazista e i vertici della Repubblica sociale. L’obiettivo era soprattutto quello di collaborare alla filiera dell’industria bellica nazista. A loro si aggiunsero tra i 100 e i 200 mila italiani rastrellati durante l’occupazione del Paese.
Dopo la Liberazione i militari internati tornarono a fatica alla normalità, molti “si chiusero nel più assoluto silenzio, in pubblico e in famiglia, e non ebbero la forza di raccontare i patimenti subiti. L'oblio è durato a lungo”. L’obiettivo, oggi, è “non fare svanire la memoria”. E di farlo attraverso mirate iniziative che coinvolgano giovani e studenti nelle scuole, sotto l’impulso dei ministeri della Difesa, dell’Università, della Cultura e dell’Istruzione, ma anche grazie al lavoro delle associazioni di reduci della prigionia. Ogni 20 settembre si dovrebbe conferire anche una medaglia d’onore ad alcuni cittadini italiani superstiti che furono prigionieri nei lager. Per non dimenticare chi preferì la libertà alla dittatura. Per ricordare, soprattutto, che molti di quei “ragazzi” scelsero, rifiutando Salò e i nazisti, anche a costo della vita.