“Non posso strappare”: Schlein si convince sul nome nel simbolo dopo la rivolta dei big. Ma la frattura nel Pd resta
di Lorenzo De Cicco , Lorenzo De CiccoROMA — Il logo era pronto, già abbozzato dai grafici. Ma è rimasto nella cartellina di Igor Taruffi, il responsabile Organizzazione del Pd. Elly Schlein ha cambiato idea tra domenica sera e ieri mattina. Nel weekend si era convinta che piazzare il suo cognome nel logo elettorale delle Europee fosse il giusto compromesso tra le richieste della minoranza, che mal sopportava la sua corsa per Bruxelles, e le pressioni dei fedelissimi che invece spingevano per farla candidare dappertutto, dalle Alpi alla Sicilia.
Il simbolo con l’aggiunta «Schlein» avrebbe dovuto, in teoria, essere una proposta di mediazione. Partorita dall’«E-Team», il giro dei fedelissimi di Schlein che così si chiamano nella loro chat su Whatsapp, e accolta senza resistenza da Stefano Bonaccini, l’unico big avvisato, la notte prima della Direzione. Con l’avallo del presidente del partito - e leader della minoranza interna - la segretaria era certa di chiudere la partita senza scossoni. Metteva in conto, sì, che la…
ROMA — Il logo era pronto, già abbozzato dai grafici. Ma è rimasto nella cartellina di Igor Taruffi, il responsabile Organizzazione del Pd. Elly Schlein ha cambiato idea tra domenica sera e ieri mattina. Nel weekend si era convinta che piazzare il suo cognome nel logo elettorale delle Europee fosse il giusto compromesso tra le richieste della minoranza, che mal sopportava la sua corsa per Bruxelles, e le pressioni dei fedelissimi che invece spingevano per farla candidare dappertutto, dalle Alpi alla Sicilia.
Il simbolo con l’aggiunta «Schlein» avrebbe dovuto, in teoria, essere una proposta di mediazione. Partorita dall’«E-Team», il giro dei fedelissimi di Schlein che così si chiamano nella loro chat su Whatsapp, e accolta senza resistenza da Stefano Bonaccini, l’unico big avvisato, la notte prima della Direzione. Con l’avallo del presidente del partito - e leader della minoranza interna - la segretaria era certa di chiudere la partita senza scossoni. Metteva in conto, sì, che la sinistra di Andrea Orlando si sarebbe mostrata recalcitrante: ma ormai la frattura con questo pezzo della maggioranza dem è profonda, chissà quanto sanabile. Non si aspettava invece la rivolta di più di mezzo partito. Dal patto con Bonaccini si sono sganciati esponenti importanti del correntone del governatore, Energia popolare: il capofila dei cattodem, Graziano Delrio, ma anche Debora Serracchiani. E soprattutto si è sfilata dalla linea Schlein una larga fetta della maggioranza.
Al Nazareno c’è chi sospetta che la leader abbia capito di non avere margini quando, durante la Direzione, si è alzato dalla platea Dario Franceschini. L’ex ministro, che è stato il grande sponsor di Schlein al congresso di un anno fa, si è avvicinato alla segretaria e le ha confidato: «Elly, una discussione così non si può affrontare in due ore. Riflettici». Con altri big del partito, nei corridoi del quartier generale di Sant’Andrea delle Fratte, Franceschini era stato ancora più ruvido, nel cassare la mossa. Lo ha ripetuto ieri anche al capogruppo in Senato, Francesco Boccia. Mentre la moglie, la deputata Michela Di Biase, durante la riunione domenicale andava dicendo: «Ma che avete combinato?». Sulla stessa linea (contraria al nome di Schlein nel contrassegno) pure gli ex Articolo 1 di Roberto Speranza. E quindi Pierluigi Bersani, con cui Schlein si è sentita ieri. Più altri parlamentari sparsi, tutti vicini alla segretaria, da Laura Boldrini all’ex leader della Cgil, Susanna Camusso. Molti capicorrente, poi, ne hanno fatto una questione di metodo, oltre che di merito. «Elly nemmeno ci ha fatto una telefonata, ma si può gestire il partito così?».
Con questi numeri, il patto con Bonaccini non reggeva. «Meglio fermarsi», ha scritto ieri mattina nella chat della segreteria il senatore Alessandro Alfieri, braccio destro del governatore nell’esecutivo dem. E una telefonata tra Schlein e lo stesso presidente emiliano, intorno all’ora di pranzo, ha chiuso la questione.
Schlein ingoia il rospo, perché alla fine dovrebbe retrocedere anche dall’idea di candidarsi in tutte le circoscrizioni, ipotesi ventilata nelle battute finali della Direzione. Decade quindi anche quello che a molti era suonato come un ultimatum: o il nome nel simbolo o corsa in tutto lo Stivale, non solo al Centro e nelle Isole. «Non posso strappare nel partito - confida alla fine Schlein ai suoi - Tutti devono dare una mano alla campagna elettorale. Senza alibi». Certo, la retromarcia assomiglia a un cedimento alle correnti. E ammacca non solo la segretaria, ma anche Bonaccini, che in contemporanea deve fronteggiare lo scontento dei suoi colonnelli. I cattodem, per dire, sono in pressing su Graziano Delrio perché si candidi in Emilia-Romagna come governatore. E dietro questi movimenti c’è l’insofferenza per il feeling (troppo esclusivo) «tra Elly e Stefano». Della serie: non possono decidere da soli.
La disputa sul simbolo, così accesa, così ostinata, proietta poi un’ombra sulla lunga marcia di Schlein verso le Politiche, cioè sulla sfida a Giorgia Meloni per Palazzo Chigi. «Il nodo vero - dice uno dei dirigenti più ascoltati dalla leader - è l’automatismo che vede il segretario del partito come candidato premier. Chi mette in discussione il nome di Elly nel simbolo, proverà a mettere in discussione pure questo. Ma lei non si farà logorare: dopo le Europee, la questione sarà affrontata».