Meloni: “Votate Giorgia”. La premier trasforma le Europee in un referendum
dal nostro inviato Emanuele LauriaPESCARA — Alla riffa di Fratelli d’Italia, alla fine, ha vinto lei: «Salvini ha fatto il ponte» era la frase che valeva di più, nella fanta-convention del partito mutuato dal fanta-Sanremo, un gioco segreto fra dirigenti e parlamentari chiamati a pronunciare sul palco alcune parole-chiave, con tanto di punteggio per ciascuna di esse. E Giorgia Meloni sbaraglia la concorrenza grazie alla battuta che liquida Matteo Salvini, e il dettaglio minimo serve solo a spiegare il clima goliardico, in stile Atreju, in cui matura la discesa in campo pluri-annunciata della premier. E dà anche il senso del ritorno alla dimensione pop che la leader, tailleur color turchese dentro la cornice live di un’animata spiaggia di Pescara, celebra a ogni passaggio nella sua ora di discorso.
Si affretta, la presidente del Consiglio, a s…
PESCARA — Alla riffa di Fratelli d’Italia, alla fine, ha vinto lei: «Salvini ha fatto il ponte» era la frase che valeva di più, nella fanta-convention del partito mutuato dal fanta-Sanremo, un gioco segreto fra dirigenti e parlamentari chiamati a pronunciare sul palco alcune parole-chiave, con tanto di punteggio per ciascuna di esse. E Giorgia Meloni sbaraglia la concorrenza grazie alla battuta che liquida Matteo Salvini, e il dettaglio minimo serve solo a spiegare il clima goliardico, in stile Atreju, in cui matura la discesa in campo pluri-annunciata della premier. E dà anche il senso del ritorno alla dimensione pop che la leader, tailleur color turchese dentro la cornice live di un’animata spiaggia di Pescara, celebra a ogni passaggio nella sua ora di discorso.
Si affretta, la presidente del Consiglio, a spiegare che nei prossimi 40 giorni non toglierà «un solo minuto» al suo impegno di governo. La realtà è che la «soldata» Giorgia, che ha già trasformato questa competizione elettorale in un referendum sul suo operato a Palazzo Chigi («Voglio chiedere agli italiani se sono soddisfatti del lavoro fatto») non lascerà il compito di farle propaganda agli uomini di FdI, «di cui posso fidarmi perché non siamo nel Pd». No, Meloni corroborerà la sua candidatura con qualche comizio, uno in chiusura (il primo giugno a Roma), forse un altro paio prima, a Verona e in una città del Sud. Nel frattempo la premier ha già dato una svolta alla sua comunicazione: meno informale e istituzionale, più diretta, ruvida anche con gli alleati che con il proporzionale sono avversari.
Al punto che difficilmente, da oggi al 9 giugno, Meloni si farà vedere su un palco al fianco di Tajani e Salvini. Neanche alla vigilia delle Regionali in Piemonte, nelle quali il centrodestra si presenta unito, ma che coincidono con le Europee. «Votatemi con il mio nome di battesimo», è la summa di un strategia di riavvicinamento alla base della destra, è la riapparizione della militante che non si vergogna quando la chiamano, lo dice lei stessa, «fruttivendola, pesciarola, borgatara», perché «sono fiera di essere una persona del popolo».
«Detta Giorgia!», urla da lontano il cognato ministro Francesco Lollobrigida, spiegando mentre lascia la convention l’escamotage tecnico - presentare capolista “Giorgia Meloni, detta Giorgia” - figlio di tante elezioni minori vissute (e magari perse) con l’Msi e An, che dovrebbe consentire a chi va alle urne un voto «confidenziale»: a Giorgia, solo il nome. Lei, Meloni, con questa trovata prova anche ad affrancarsi per la prima volta da un cognome che è quello di un padre mai amato («quando è morto non sono riuscita davvero a soffrire», scrisse nel suo libro) e tenta di mettere da parte l’immagine della leader che va a braccetto con Biden o von der Leyen, che dà prestigio ma anche distanza dall’elettorato tradizionale, e non disdegna il richiamo alle radici. Anzi: «Non intendiamo piegarci ai deliri del politicamente corretto tanto di moda in alcuni salotti chic, non possiamo tollerare - scandisce - che piazze e monumenti siano presi d’assalto e che libri, film e canzoni siano messi all’indice nel nome di una cultura della cancellazione che volesse che facessimo abiura del nostro passato». E allora ce n’è per tutti: «Non possiamo accettare lezioni da chi vuole l’Europa laica ma le scuole chiuse per il Ramadan», e pazienza se Sergio Mattarella ha mostrato di apprezzare la scelta della preside di Pioltello.
La premier che ha fatto del dialogo con tutti nell’Unione un motivo di vanto, oggi si riscopre aggressiva. Anche attaccando Report per il servizio sull’accordo con l’Albania sui centri per migranti: «La cosiddetta Telemeloni ha linciato Rama perché ha aiutato l’Italia, ha dipinto il suo Paese come un narco-Stato». Un messaggio che l’Usgrai accosta all’editto bulgaro di Berlusconi.
Non si torna agli avvertimenti tipo «la pacchia è finita» dell’estate del 2022, anzi Meloni sostiene di «non aver mai professato l’anti-europeismo». Serve a dare una spallata a Salvini che ha disertato la convention per collegarsi rapidamente attraverso il proprio cellulare mentre passeggia con la figlia a Milano. Senza ricevere grandi applausi da Pescara. Ma la premier riprende ad allentare il filo che la lega ai palazzi di Bruxelles in nome del rilancio dell’idea (a cui pochi credono davvero) di una maggioranza di centrodestra anche nel Parlamento europeo. «Mai con la sinistra non è uno slogan da buttare via dopo il voto», dice Meloni nel proclamare la sua indisponibilità ad allearsi con i socialisti. Nel pungere Antonio Tajani seduto in prima fila: «Mai più coalizioni innaturali, troppe volte anche il Ppe ha finito per assecondare scelte ideologiche dei progressisti». E aggiunge: «Trovo surreale il dibattito su chi debba essere il presidente della Commissione fatto prima del voto. Un dibattito alimentato ad arte da politici abituati ad apparecchiare le spartizioni senza ascoltare il risultato elettorale». Meloni si libera - per ora, poi si vedrà - dal peso delle candidature di Von der Leyen e Draghi, dalle pressioni di Le Pen e di Macron. E si tiene le mani libere, sperando di far valere il peso dei Conservatori in caso di stallo alle urne.
Intanto la nave meloniana è partita, come quella di Cascella davanti alla quale è montata la tensostruttura che ospita FdI. E se la comandante sbanda, giura lei, è solo colpa degli otoliti che la affliggono. Che la navigazione sarà facile, al di là della narrazione, non ci crede nessuno.