Sì del Viminale a 'Giorgia' sulla scheda elettorale per le Europee. E ora gli avversari pensano a omonimi di “disturbo”
di Emanuele LauriaRoma — Il Viminale ha prontamente detto sì: «Detta Giorgia» si può fare. Secondo quanto fa filtrare il ministero dell’Interno non c’è nessun ostacolo tecnico-giuridico alla possibilità che gli elettori votino la premier scrivendo solo — come da lei chiesto — il nome di battesimo. La scommessa della “preferenza confidenziale” da parte della leader di FdI può proseguire, seppur con la perplessità di alcuni giuristi e il consistente rischio di ricorsi. Nel manuale destinato ai presidenti di seggio il ministero dell’Interno cita una pronuncia del 2007 del Consiglio di Stato che riguardava proprio il caso di una competizione elettorale in cui la preferenza era stata espressa con il nome proprio: “Anna”. Secondo i giudici «tale espressione di voto deve ritenersi valida». Quella preferenza, è scritto dallo stesso tribunale, è valida proprio perché la candidata aveva aggiunto al suo nome e cognome «detta Anna». Ma anche perché, si badi, «nessun altro candidato nelle due liste in competizione …
Roma — Il Viminale ha prontamente detto sì: «Detta Giorgia» si può fare. Secondo quanto fa filtrare il ministero dell’Interno non c’è nessun ostacolo tecnico-giuridico alla possibilità che gli elettori votino la premier scrivendo solo — come da lei chiesto — il nome di battesimo. La scommessa della “preferenza confidenziale” da parte della leader di FdI può proseguire, seppur con la perplessità di alcuni giuristi e il consistente rischio di ricorsi. Nel manuale destinato ai presidenti di seggio il ministero dell’Interno cita una pronuncia del 2007 del Consiglio di Stato che riguardava proprio il caso di una competizione elettorale in cui la preferenza era stata espressa con il nome proprio: “Anna”. Secondo i giudici «tale espressione di voto deve ritenersi valida». Quella preferenza, è scritto dallo stesso tribunale, è valida proprio perché la candidata aveva aggiunto al suo nome e cognome «detta Anna». Ma anche perché, si badi, «nessun altro candidato nelle due liste in competizione aveva il nome proprio di Anna». Ciò crea qualche incertezza. E significa, in sostanza, che non solo Fratelli d’Italia dovrà stare attento a non mettere in lista nessun’altra “Giorgia” oltre a Meloni, e su questo non ci sono molti dubbi. Ma significa pure, a seguire la lettera, che un problema potrebbe sorgere se altre forze politiche dovessero proporre un “detta Giorgia” nella propria lista. Ieri sera girava voce che fra gli sherpa di alcuni partiti in campo per le Europee qualcuno stesse pensando a questa azione di disturbo. O di semplice cattura di preferenze volanti, spurie, prive magari della croce messa sul simbolo. Sullo sfondo il pericolo di un pasticcio, nell’operazione acchiappa-consensi della presidente del Consiglio.
La premier, di certo, rilancia in pompa magna la stagione degli escamotage in cabina elettorale, un vecchio canovaccio dei partiti, specie nelle elezioni locali. Non è che altri leader, in passato, non abbiano fatto ricorso al «detto» sulla scheda elettorale: accadde a Bettino Craxi e Marco Pannella, ad esempio, ma loro avevano all’anagrafe nomi diversi da quelli con cui erano conosciuti, rispettivamente Benedetto e Giacinto. Oppure ci sono i casi dei Giuseppe detto “Beppe”, come nel caso del sindaco di Milano, Sala.
Ma era, quella, un’esigenza di chiarezza. Tanti altri esempi portano dritto ai trucchi più disparati per catturare qualche preferenza in più. Persino gli ex profeti della nuova politica ne facevano ricorso: alle elezioni palermitane del 2012 il candidato sindaco dei 5S, Riccardo Nuti, si presentò formalmente agli elettori con il soprannome di “Grillo”. Memorabile, l’anno scorso, la guerra dei Soru, con Renato in corsa per il posto di governatore della Sardegna che concede l’uso farlocco del proprio cognome a una sua candidata al consiglio regionale, tale Anita Sirigu, scatenando l’ira della figlia Camilla che era in pista nella lista rivale del Pd.
Quante battaglie attorno alla cabina elettorale. Specialmente al Sud. Storie di inganni che strappano un sorriso: dal Giuseppe Baudo che, a Catania, fece ovviamente aggiungere un «detto Pippo» sulla scheda, all’Alberto Campagna che a Palermo, in cerca dei fans di un altro presentatore, scomparso, si rifugiò in un sorprendente «detto Castagna». Fino all’inarrivabile caso di Ester Cuffaro, candidata alle Regionali del 2016 che in barba a qualsiasi distinzione di genere, si presentò con un “detta Totò”, perché non si disperdessero i voti dell’allora popolarissimo governatore. «Ma Totò è il nomignolo con cui mi chiama mio figlio», si difese l’impavida. Calcoli elettorali di una politica di periferia. Oggi il “detto”, anzi il “detta” diventa l’arma spicciola di una presidente del Consiglio pronta all’upgrade da settimana enigmistica: usare il proprio nome come soprannome.