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Tra Meloni e Salvini è scontro sul condono. La premier frena: “Nessuna sanatoria, decido io tempi e modalità”

(ansa)
La premier contro il salva-casa dell’alleato leghista. Alle Europee punta a 2 milioni di preferenze
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Non andrà come ha promesso Matteo Salvini. Il leghista non potrà presentare al buio in consiglio dei ministri il condono edilizio che ha in mente. O meglio: non potrà farlo prima almeno di aver ricevuto il via libera da Giorgia Meloni. Gli emissari di Palazzo Chigi hanno fatto sapere al vicepremier che un testo del genere va prima condiviso con il presidente del Consiglio: se risponderà ai paletti fissati — in particolare, non dovrà esserci alcun aumento di cubature — allora potrà essere discusso anche a maggio. Altrimenti, verrà bocciato e rimandato. Per quanto possa sbracciarsi, insomma, il segretario del Carroccio resta politicamente commissariato: escluso dalla gestione dei migranti, ai margini della partita per il nuovo risiko europeo, costretto a doversi battere per l’autonomia, sotto tutela anche su questo “piano casa” che intende comunque sbandierare in campagna elettorale.

Metropolis/551 1° maggio con il governo Meloni: sale il PIL, ma anche il lavoro povero. …

Non andrà come ha promesso Matteo Salvini. Il leghista non potrà presentare al buio in consiglio dei ministri il condono edilizio che ha in mente. O meglio: non potrà farlo prima almeno di aver ricevuto il via libera da Giorgia Meloni. Gli emissari di Palazzo Chigi hanno fatto sapere al vicepremier che un testo del genere va prima condiviso con il presidente del Consiglio: se risponderà ai paletti fissati — in particolare, non dovrà esserci alcun aumento di cubature — allora potrà essere discusso anche a maggio. Altrimenti, verrà bocciato e rimandato. Per quanto possa sbracciarsi, insomma, il segretario del Carroccio resta politicamente commissariato: escluso dalla gestione dei migranti, ai margini della partita per il nuovo risiko europeo, costretto a doversi battere per l’autonomia, sotto tutela anche su questo “piano casa” che intende comunque sbandierare in campagna elettorale.

Metropolis/551 1° maggio con il governo Meloni: sale il PIL, ma anche il lavoro povero. Perché?

Sia chiaro, Meloni non intende neanche regalargli uno slogan buono per le Europee. E dunque, non si esprimerà a priori contro il provvedimento, ma punterà a limitarne la portata. «Non può essere un condono», ha fatto sapere al capo della Lega. Cosa questo significhi, lo deciderà soltanto Palazzo Chigi: filosofia, perimetro, paletti. La premier dirà che alcuni limitatissimi interventi potrebbero invece essere approvati. E che, anzi, anche l’Anci sarebbe favorevole all’ipotesi di estendere questa possibilità agli immobili comunali da regolarizzare con qualche minimo ritocco. Non di più, però. L’ha spiegato con chiarezza anche Antonio Tajani: «Possiamo fare qualche minima cosa, ma non sanare gli ecomostri o chi ha fatto abusi. Altrimenti chi paga le tasse giustamente si arrabbia». È un’uscita concordata proprio con la leader di FdI.

L’idea di Forza Italia, che piace a Palazzo Chigi, è contenuta in una proposta alternativa del senatore azzurro Roberto Rosso. È un testo sulla rigenerazione urbana che descrive interventi light lontanissimi da un condono, giudicato invece insostenibile. E questo anche per non creare nuove tensioni con il Quirinale, che sul punto è pronto a far sentire la propria voce. Mentre l’Europa va infatti nella direzione dell’adeguamento delle abitazioni a criteri di sostenibilità ambientale e rispetto dei parametri di sicurezza, l’Italia si distinguerebbe per l’ennesimo condono: insostenibile, appunto.

Ma più ancora del merito — che in qualche modo potrà essere risolto, se Salvini accetterà le condizioni imposte dalla leader — conta la politica. Meloni e il leghista sono sempre più distanti. Non si fidano, duellano, si sgambettano. La verità, nota da tempo e smentita sempre meno convintamente dai diretti interessati, è che i due leader competono per il consenso, cercando di posizionarsi al meglio in vista della resa dei conti prevista dopo le Europee. Meloni, ha raccontato il Giornale, si è posta l’obiettivo di raccogliere 2 milioni di preferenze. Irraggiungibile, a causa del calo di affluenza previsto, sembra infatti quota 2,7 milioni raggiunta dal Cavaliere nel 2009. Intimamente, la premier accarezza però la speranza di andare oltre i 2 milioni 188 mila preferenze di Salvini nel 2019. Anche per questo ha scelto la formula che neanche Silvio Berlusconi aveva osato proporre (“Giorgia detta Giorgia”), in modo da massimizzare la raccolta di voti: una forzatura logica, perché la volontà dell’elettore espressa con l’eventuale nome di battesimo è già tutelata da un recente vademecum del Viminale. Ieri, comunque, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha confermato in Consiglio dei ministri che questa formula è tecnicamente praticabile, chiarendo anche che le tre preferenze non andranno espresse in modo alternato (e insomma possibile votare due uomini e poi una donna, o viceversa).

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Salvini, proprio lui, cerca di reagire, sfruttando la candidatura del generale Roberto Vannacci per rosicchiare terreno a Fratelli d’Italia. Lo difende anche a costo di entrare in rotta di collisione con il suo stesso partito. La ragione è politica e aritmetica. Secondo il vicepremier, pesca nello stesso bacino di Meloni. E varrebbe da solo, questa è la tesi, un punto e mezzo in più per le liste del Carroccio, permettendo a via Bellerio di avere anche un eurodeputato in più.

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