Le mani sulle news. Dalla Rai ai giornali, la strategia della destra che punta al pensiero unico
di Giovanna VitaleNon si tratta di un banale valzer di poltrone: identico a quelli che, sostiene la destra, si ballano a ogni cambio di governo. L’occupazione militare dell’informazione targata Fratelli d’Italia, che tanto allarme sta destando fuori dal suolo patrio, risponde piuttosto a un preciso disegno di potere e di sdoganamento della cultura post-fascista concepito a Palazzo Chigi. Dotato di un alibi: «Il riequilibrio» necessario a compensare «chi — per citare Giorgia Meloni — è sempre stato ostracizzato dal servizio pubblico». E di un’accurata strategia di comunicazione: spacciare per lottizzazione o normale spoil system, all’insegna del “così fan tutti, ora tocca a noi”, la creazione di un ecosistema mediatico funzionale alla propaganda, basato sul controllo di tv e giornali, sul silenziamento delle voci critiche e meno allineate, sulla campagna di proselitismo e personificazione dello Stato nella figura della presidente del Consiglio. La prima a conquistare la vetta fra gli eredi di una tradiz…
Non si tratta di un banale valzer di poltrone: identico a quelli che, sostiene la destra, si ballano a ogni cambio di governo. L’occupazione militare dell’informazione targata Fratelli d’Italia, che tanto allarme sta destando fuori dal suolo patrio, risponde piuttosto a un preciso disegno di potere e di sdoganamento della cultura post-fascista concepito a Palazzo Chigi. Dotato di un alibi: «Il riequilibrio» necessario a compensare «chi — per citare Giorgia Meloni — è sempre stato ostracizzato dal servizio pubblico». E di un’accurata strategia di comunicazione: spacciare per lottizzazione o normale spoil system, all’insegna del “così fan tutti, ora tocca a noi”, la creazione di un ecosistema mediatico funzionale alla propaganda, basato sul controllo di tv e giornali, sul silenziamento delle voci critiche e meno allineate, sulla campagna di proselitismo e personificazione dello Stato nella figura della presidente del Consiglio. La prima a conquistare la vetta fra gli eredi di una tradizione estranea ai valori fondativi della Repubblica.
Obiettivo a breve: gonfiare il consenso. In prospettiva, imporre un’egemonia di segno opposto a quella che per anni ha orientato il Paese. Sarebbe questa la vera posta in gioco: «Non tanto o non solo celebrare i risultati dell’esecutivo», riflette Rolando Marini, ordinario di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Perugia, «bensì avviare un più ampio processo di legittimazione attraverso il superamento dell’obbligo dell’antifascismo, su cui la sinistra ha costruito l’identità nazionale». Quella che adesso si intende rimodellare. Come? «Esercitando la potestà editoriale del governo, riconducendo cioè il servizio pubblico a un’idea di televisione di regime».
La deriva orbaniana
È la lente con la quale leggere la presa sulla Rai. Ma pure i suoi corollari: la sponda offerta da Mediaset, i cui proprietari finanziano la principale forza alleata; il tentativo di vendere la seconda agenzia di stampa tricolore a un parlamentare filo-meloniano che a colpi di acquisizioni possiede già un numero considerevole di quotidiani ultraconservatori; l’attacco a singoli giornalisti, intellettuali, programmi sgraditi. Tutti tasselli di un «piano di dominio perseguito con ostinazione», osserva Pier Luigi Celli, direttore generale della Rai dal ‘98 al 2001: «Vogliono prendersi ogni spazio, in larga parte con mediocri è irrilevante; l’importante è l’appartenenza, l’adesione a un progetto che cancella il pluralismo e inquina il diritto all’informazione. La gente crede a quello che sente e vede, in un panorama segnato da precarietà e incertezza amplificare l’immagine di una leader che, forte delle sue convinzioni, rassicura e pensa a loro, ne garantisce la permanenza al potere».
Non c’è nulla di casuale nel modo in cui la premier prova a mettere la mordacchia ai giornalisti. Una deriva orbaniana, notata pure oltreconfine. Sebbene inserito in un trend globale, “il caso Meloni” è stato difatti rilevato dalla Piattaforma del Consiglio d’Europa che ogni 12 mesi monitora gli attacchi alla libertà di stampa. Da noi aumentati in maniera esponenziale: nel 2023, primo anno intero a maggioranza di destra, le denunce sono state 15, nel 2022 si erano fermate a 10. Diagnosi confermata da Reporter senza Frontiere, che fa scivolare l’Italia — unica fra le nazioni d’Occidente — nella “zona arancione”, la stessa in cui già si trovano Ungheria e Polonia. Un’allerta tale da spingere la Media Freedom Rapid Response a organizzare una missione a Roma, il 16 e il 17 maggio, per poi riferirne alla Commissione europea: segno del faro acceso da sindacati e associazioni internazionali che vigilano sul pluralismo. Non succedeva dai tempi di Silvio Berlusconi e del conflitto di interessi.
Il colpo di mano a Viale Mazzini
Non a caso, nel capitolo relativo alle «pressioni politiche esercitate sulle emittenti pubbliche», il Consiglio d’Europa chiamato a monitorare la democrazia e lo stato di diritto dedica un lungo paragrafo al colpo di mano consumato in Viale Mazzini: «Il cambio di governo in Italia ha visto la brusca partenza nel maggio 2023 dell’ad Carlo Fuortes, che si è dimesso denunciando le ingerenze dell’esecutivo», si legge nel report. «Ciò ha aperto la strada alle nomine di giornalisti e dirigenti alleati del governo a posti chiave nella Rai, che ne hanno compromesso l’indipendenza. Ha portato anche a modifiche nei palinsesti, inclusa la cancellazione di una nuova trasmissione che avrebbe dovuto essere condotta da Roberto Saviano, critico» verso Meloni e soci. Sintesi cruda della campagna di aggressione, intrisa d’amichettismo, lanciata da Palazzo Chigi.
Alla vigilia dell’estate scorsa, pur di sloggiare anzitempo il capo-azienda nominato da Draghi, il Consiglio dei ministri utilizzò addirittura la decretazione d’urgenza per trovare a Fuortes un posto alternativo. Forzatura indispensabile a piazzare sulla tolda di comando Giampaolo Rossi, il guru cresciuto nella catacomba di Colle Oppio, il quale non potendo diventare amministratore delegato (causa tetto dei due mandati) riceve l’incarico di dg, in attesa di essere promosso allorché, fra un mese, arriverà a scadenza l’attuale Cda. Nel frattempo, il suo posto viene assegnato e tenuto in caldo da Roberto Sergio, con cui fa partire il repulisti: via i direttori di prima, sostituiti dagli adepti di FdI o, in subordine, dei partiti satellite. Gian Marco Chiocci, vecchio amico di Giorgia, sbarca al Tg1; al Tg2 il forzista Antonio Preziosi; a Rainews resta l’ortodosso Paolo Petrecca; agli Approfondimenti avanza Paolo Corsini; al Day Time Angelo Mellone. Solo uomini, in barba alla parità di genere, col placet del M5S in cambio di qualche strapuntino.
È la stagione degli addii: Fabio Fazio, Bianca Berlinguer, poi pure Lucia Annunziata che punterà il dito contro la stretta opprimente del governo. Far terra bruciata intorno a tutto quel che odora di sinistra segna l’inizio della slavina. I meloniani impongono conduttori e format che fanno subito flop: Nunzia De Girolamo, Pino Insegno, Edoardo Sylos Labini. Incoronata Boccia. Mentre il Tg1 suona la grancassa di un’Italia simile al Bengodi, l’emittente pubblica affonda nello share. Sorpassata per la prima volta da Mediaset, che sfrutta la sbandata a destra della concorrente e si finge trasversale. Arruola la figlia dello storico segretario del Pci, ma nei talk lascia microfono libero ai corifei della premier: Nicola Porro, Mario Giordano, Paolo Del Debbio. La medesima tattica, virata però a sinistra, di Discovery: complice Fazio, nell’ultimo trimestre 2023, il Nove aumenta gli ascolti giornalieri del 2,2%, schizzando al +46,4 nella fascia serale. Exploit che contribuisce ad affossare le reti pubbliche: nello stesso periodo Rai2 perde il 9,5; Rai3, oramai smantellata, addirittura il 20. Segno di uno sgradimento per il nuovo corso difficile da ignorare.
Querele e mattinali
Intanto dal governo fioccano le querele contro chiunque osi disturbare i manovratori. Si moltiplicano i mattinali con cui il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari stila liste di editori e reporter nemici della “verità”. Si alza il livello dello scontro. È la presidente del Consiglio in persona a guidare l’assalto. Vieta ai suoi di partecipare a Piazza Pulita, rea di sfornare servizi scomodi su FdI. Al comizio di chiusura delle regionali abruzzesi si scaglia contro i «dossieraggi ad personam» costruiti «per passare le notizie ad alcune testate, vogliamo i mandanti», urla sfregiando il diritto di cronaca. In trasferta a Bruxelles accusa: «Comincio a temere che l’Italia possa diventare la patria delle fake news», delegittimando il lavoro della stampa nazionale. Ce l’ha con le inchieste rimbalzate sulle più autorevoli gazzette internazionali — El Paìs, Le Monde, Liberation, Times, Guardian — che raccontano la trattativa aperta dall’Eni, partecipata dallo Stato, per vendere l’Agi al deputato leghista Antonio Angelucci. Mediatore: Mario Sechi, ex portavoce del governo, ora direttore di Libero, di cui il ras delle cliniche è proprietario. Un affaire tutto interno alla destra che svela, una volta di più, le trame per mettere le mani sulla stampa.
La censura di Antonio Scurati per il monologo sul 25 Aprile, l’assedio a Serena Bortone che l’ha denunciato e l’attacco a Report per il reportage sui centri migranti in Albania completano il piano per trasformare la Rai in «megafono del governo». È il j’accuse lanciato dai dipendenti del Servizio pubblico: a dispetto del sindacato giallo voluto dal dg Rossi per svuotare quello unitario dell’UsigRai, la protesta contro «il controllo asfissiante sul lavoro giornalistico» partorisce cinque giorni di sciopero. Il primo dei quali si farà lunedì. È la lotta per un’informazione libera. O forse, per dirla alla Stefano Massini, per non morire s-fascisti.
La puntata precedente, dedicata alla cancellazione della Memoria, è uscita il 27 aprile.