La candidata dem Irene Tinagli: “Non rinnego il Jobs Act. Schlein ha firmato il referendum ma nel Pd non ci sono diktat”
di Giovanna CasadioROMA - “Non rinnego il Jobs Act”. Irene Tinagli, economista, candidata del Pd alle Europee nel Nord-Ovest, presidente uscente della commissione per i problemi economici e monetari dell’europarlamento, elenca i pro e i contro di riforma del lavoro che la Cgil punta ad abrogare. Non firmerà il referendum, a differenza di quanto ha fatto Elly Schlein: “Ma non c’è alcun diktat nel partito, semplicemente io sono tra gli altri, tra coloro che non lo sottoscrivono”.
Tinagli, lei firmerà il referendum per abolire il Jobs Act?
“Come ha detto la segretaria Elly Schlein, ci saranno alcuni del Pd che lo firmeranno, altri no: io sono tra gli altri”.
Quindi è a favore del Jobs Act?
“È stato un percorso lungo che all’epoca ho seguito in Parlamento, l’ho votato e non lo rinnego”.
Sbaglia Schlein che vuole abolirlo, come chiede la Cgil?
“È coerente con la sua storia e io con la mia. Poi però la coerenza non è un valore di per sé, se viene smentita dai fatti. Per formazione da economista, guardo ai dat…
ROMA - “Non rinnego il Jobs Act”. Irene Tinagli, economista, candidata del Pd alle Europee nel Nord-Ovest, presidente uscente della commissione per i problemi economici e monetari dell’europarlamento, elenca i pro e i contro di riforma del lavoro che la Cgil punta ad abrogare. Non firmerà il referendum, a differenza di quanto ha fatto Elly Schlein: “Ma non c’è alcun diktat nel partito, semplicemente io sono tra gli altri, tra coloro che non lo sottoscrivono”.
Tinagli, lei firmerà il referendum per abolire il Jobs Act?
“Come ha detto la segretaria Elly Schlein, ci saranno alcuni del Pd che lo firmeranno, altri no: io sono tra gli altri”.
Quindi è a favore del Jobs Act?
“È stato un percorso lungo che all’epoca ho seguito in Parlamento, l’ho votato e non lo rinnego”.
Sbaglia Schlein che vuole abolirlo, come chiede la Cgil?
“È coerente con la sua storia e io con la mia. Poi però la coerenza non è un valore di per sé, se viene smentita dai fatti. Per formazione da economista, guardo ai dati. Lo votai pensando e sperando che avesse effetti positivi, che ha avuto. Non c’è stato l’impatto negativo che alcuni temevano ovvero aumento della disoccupazione, impennata dei licenziamenti e iper-precarizzazione. Ci sono ancora molti problemi nel mondo del lavoro, ma oggi riguardano soprattutto altri aspetti. Siamo indietro sulla formazione, le politiche attive e soprattutto sui salari. Il tema del lavoro povero e l’erosione dei salari è enorme”.
L’area riformista del Pd tuttavia è a disagio?
“La segretaria ha lasciato libertà di coscienza. Così come lei è a suo agio nel firmarlo, direi che molti dem lo sono nel non firmarlo. Non c’è un diktat e questo aiuta a evitare la conflittualità nel partito”.
Quali sono per lei gli aspetti positivi di questa riforma che ha abolito la tutela dell’articolo 18?
“Nei primi anni dall’entrata in vigore, gli effetti positivi sono stati legati a un pacchetto di misure. Nessun decreto è una bacchetta magica, altrimenti ricadiamo nell’illusione un po’ populista che con un decreto si possa abolire la povertà, la precarietà e tutti i mali del mondo. Ripeto: il Jobs Act ha funzionato perché affiancato da una decontibuzione forte delle assunzioni e dal piano di incentivi per gli investimenti di industria 4.0. Questo insieme di fattori ha consentito di aumentare per un certo periodo investimenti, occupazione soprattutto tra i giovani, e crescita del Pil proprio perché si sono sbloccati gli investimenti”.
Altri effetti positivi?
“Maggiori certezze e minor contenzioso per le imprese. Neppure ora che non ci sono più il livello di decontribuzione forte né il piano di sostegno agli investimenti, c’è stato un balzo di licenziamenti. Non è diventato un boomerang”.
Non ci sono emergenze sul lavoro?
“Sì, ma sono altre. Perciò dobbiamo concentrare le energie nostre e del sindacato nella battaglia sul salario minimo. Anche nella riforma della rappresentanza per lottare contro i contratti pirata. E su una politica economica e industriale degna di questo nome”.
C’è un asse sempre più solido tra Cgil e M5Stelle?
“La Cgil ha deciso di fare questa battaglia e Giuseppe Conte ci è saltato sopra. Si è in campagna elettorale e ciascuno sceglie i propri veicoli”.
Il Pd è sempre più spostato a sinistra?
“Il Pd ha molte sfumature, anche quando fu approvato il Jobs Act fu un percorso difficile. L’importante è l’obiettivo comune, che è rafforzare il mondo del lavoro”.