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La freddezza di Meloni per le mancate dimissioni di Toti. E Nordio critica i pm

Giovanni Toti e Giorgia Meloni (ansa)
La premier preoccupata per le Europee e per gli sviluppi dell’inchiesta. Schlein, Conte e Fratoianni chiedono le dimissioni
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ROMA — «Le dimissioni? Decide Toti». La linea obbligata del centrodestra viene sancita in una serie di telefonate fra i leader a ora di pranzo. Che coinvolge ovviamente anche Giorgia Meloni, in missione in Libia. Tutti, nella maggioranza, alla fine sono costretti a esprimere la fiducia al governatore finito agli arresti domiciliari. Ma è una solidarietà dovuta, quasi d’ufficio, perché l’ex delfino di Berlusconi ha prontamente fatto sapere di non avere alcuna intenzione di lasciare l’incarico, per ora. Il progetto è quello di resistere almeno due o tre mesi. Nel frattempo le sue funzioni passano al vicepresidente leghista Alessandro Piana, come previsto nei casi di “impedimento temporaneo”. Di certo, le preoccupazioni non mancano, dalle parti di Palazzo Chigi, per gli sviluppi dell’inchiesta e per quanto può ancora emergere dalle carte. Soprattutto, si apprende, nella parte più “calda” che riguarda l’appoggio ricevuto dalla cosca siciliana dei Cammarata.

Meloni fa buon viso a catt…

ROMA — «Le dimissioni? Decide Toti». La linea obbligata del centrodestra viene sancita in una serie di telefonate fra i leader a ora di pranzo. Che coinvolge ovviamente anche Giorgia Meloni, in missione in Libia. Tutti, nella maggioranza, alla fine sono costretti a esprimere la fiducia al governatore finito agli arresti domiciliari. Ma è una solidarietà dovuta, quasi d’ufficio, perché l’ex delfino di Berlusconi ha prontamente fatto sapere di non avere alcuna intenzione di lasciare l’incarico, per ora. Il progetto è quello di resistere almeno due o tre mesi. Nel frattempo le sue funzioni passano al vicepresidente leghista Alessandro Piana, come previsto nei casi di “impedimento temporaneo”. Di certo, le preoccupazioni non mancano, dalle parti di Palazzo Chigi, per gli sviluppi dell’inchiesta e per quanto può ancora emergere dalle carte. Soprattutto, si apprende, nella parte più “calda” che riguarda l’appoggio ricevuto dalla cosca siciliana dei Cammarata.

Meloni fa buon viso a cattivo a gioco, avrebbe preferito un passo indietro immediato di Toti, per spegnere sul nascere l’incendio. La presidente del Consiglio non ha proprio voglia di essere trascinata in un vortice di polemiche nel mezzo di una campagna elettorale che la vede correre in prima persona. Soprattutto non vuole farlo per effetto di una vicenda che riguarda un esponente politico con cui non ha mai avuto grande feeling. Se è vero che, malgrado le insistenze, la premier nell’ultimo anno e mezzo non ha mai aperto le porte di Fratelli d’Italia a Toti, che con il suo ultimo movimento, Italia al Centro, è infine approdato — a novembre — sulle sponde di «Noi moderati» di Maurizio Lupi, di cui ora è presidente del consiglio nazionale.

Il garantismo sbandierato nasconde ansia, insomma. Il primo riflesso del centrodestra è quello di denunciare gli “strani tempi” della magistratura. Il valzer dei sospetti lo apre Francesco Lollobrigida: «Tre anni di indagini si concludono a 20 giorni dalle elezioni con clamorosi arresti...». Ma a fare più rumore sono le dichiarazioni del Guardasigilli Carlo Nordio, che punta il dito contro i pm: «Mi è sembrato di capire che si tratta di fatti che risalgono ad alcuni anni fa e che l’inchiesta è nata tempo addietro — dice il ministro della Giustizia — Ho esercitato 40 anni da pubblico ministero e raramente ho chiesto provvedimenti di tutela cautelare dopo anni di indagini». Una posizione che desta lo stupore del Pd: «Parole sorprendenti, sembrano quelle della difesa, non quelle del titolare di via Arenula». Il centrosinistra con Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e anche Azione, invoca le dimissioni di Toti.

Ma l’atteggiamento, fra i maggiorenti del centrodestra, rimane giocoforza quello dell’attesa, in una giornata che nel Transatlantico scivola via fra perplessità interne ed esterne alla maggioranza. Tutti concentrati sugli smartphone, a leggere e rileggere la notizia, espressioni dubbiose, commenti sottovoce, deputati che chiedono informazioni ai giornalisti. Si cercano precedenti, Lupi addita i casi di Del Turco e Pittella: «I governatori dem di Abruzzo e Basilicata dovettero dimettersi ma furono poi assolti». Anche lui, d’altronde, ha tutto l’interesse a non riaprire una questione morale, visto peraltro che domenica ad Agrigento comizierà accanto a Totò Cuffaro, l’ex governatore siciliano condannato per mafia che non è riuscito ad accasarsi con Renzi, con la Lega e l’Udc. Nella locandina della manifestazione il simbolo della Democrazia Cristiana di Cuffaro compare al fianco di quella di Noi Moderati e Forza Italia. Di certo Meloni, al ritorno dalla sua missione africana, vuole studiare meglio il dossier Genova. Con il fastidio di una “grana” di cui avrebbe volentieri fatto a meno.

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