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Il sistema Toti, la Liguria da bere e quei fiumi di denaro per il consenso

Un sistema di potere in stile craxiano del governatore che voleva la riconferma. E il record di opere pubbliche e miliardi da gestire
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GENOVA — «Arrivano così tanti soldi che non sappiamo come spenderli». Non è una frase contenuta in un brogliaccio di intercettazioni giudiziarie. L’ha pronunciata il vicesindaco di Genova Pietro Piciocchi in pubblico, in una commissione del Consiglio regionale della Liguria poche settimane fa. Rende bene l’idea della situazione in una regione che detiene il record di finanziamenti per opere pubbliche: più di sette miliardi di euro. Ma per un amministratore che abbia, mettiamo il caso, ambizioni politiche nazionali mai riposte, il problema dei soldi non è solo come spenderli, e quindi a chi farli incassare, ma anche come farli fruttare per provare a puntare più in alto. Spesa e consenso. Consenso e potere.

Per ricostruire il sistema Toti, che va rigorosamente defini…

GENOVA — «Arrivano così tanti soldi che non sappiamo come spenderli». Non è una frase contenuta in un brogliaccio di intercettazioni giudiziarie. L’ha pronunciata il vicesindaco di Genova Pietro Piciocchi in pubblico, in una commissione del Consiglio regionale della Liguria poche settimane fa. Rende bene l’idea della situazione in una regione che detiene il record di finanziamenti per opere pubbliche: più di sette miliardi di euro. Ma per un amministratore che abbia, mettiamo il caso, ambizioni politiche nazionali mai riposte, il problema dei soldi non è solo come spenderli, e quindi a chi farli incassare, ma anche come farli fruttare per provare a puntare più in alto. Spesa e consenso. Consenso e potere.

Per ricostruire il sistema Toti, che va rigorosamente definito presunto da un punto di vista penale, ma che appare concretissimo dal punto di vista politico, bisogna ripartire da questo incrocio di opposti: potenzialità finanziaria e debolezza politica, un fiume di denaro in arrivo in regione ma una consiliatura ormai agli sgoccioli, con l’incertezza su un possibile terzo mandato del governatore. Un potere feudale da rilanciare mentre si affievolisce, fino a spegnersi, il sogno di un protagonismo nazionale. Quando cinque anni fa Toti uscì da Forza Italia si immaginava, in un futuro non lontano, tra i principali azionisti del nuovo centrodestra. Le cose sono andate molto diversamente. Anche per questo c’è da puntellare almeno la roccaforte ligure che rischia di diventare il fossile di un’altra era: qui gli equilibri nella destra sono figli di una stagione in cui Forza Italia era in dissoluzione, la Lega galoppante e Fratelli d’Italia insignificante. Non c’è più un solo attore in ruolo.

Genova, 11 aprile scorso. Nella seicentesca villa Lo Zerbino, con il supporto del fedelissimo capo di gabinetto Matteo Cozzani, ex sindaco di Portovenere, Toti organizza una pantagruelica cena di autofinanziamento. Costo di un posto a tavola: 450 euro, forse non per caso appena sotto la soglia che obbliga a dichiarare la donazione. Si apparecchia per più di 600 persone. Un concentrato di “Liguria da bere”, riproduzione in scala della Milano craxiana anni Ottanta, la definizione è di Raffaella Paita, la candidata presidente allora Pd, oggi Italia viva, che da Toti perse nel 2015 consegnando la Regione alla destra dopo decenni di giunte di sinistra. Il conto dell’incasso finale è facile: 270 mila euro o giù di lì. Possibile che ci siano centinaia di persone disposte a spendere tanto per sostenere gli sforzi elettorali del governatore, peraltro lontani, visto che si voterà per la Regione tra più di un anno e mezzo e che Toti non sa nemmeno se potrà essere in gara? Chi è passato quella sera a villa Zerbino racconta che non c’erano tanti volti noti o personaggi in vista della città. Ad affollare la sala c’erano molti dipendenti di alcune aziende private attive a Genova o in Liguria. Delle due l’una: o in alcune aziende c’è, contro ogni statistica, una sorprendente concentrazione di ultras totiani con buone possibilità di spesa oppure le spese per garantirsi un posto a tavola sono state affrontate con la collaborazione, diciamo così, delle aziende. Cosicché a versare l’obolo, almeno formalmente, siano Mario Bianchi, Mario Rossi e Mario Verdi anziché l’azienda di cui i tre Mario sono dipendenti. Sarebbe, nel caso, un provvidenziale cambio di intestazione. Un po’ come quello escogitato da Maurizio Rossi, editore della principale emittente locale, Primocanale, per finanziare spot a favore della rielezione del sindaco Marco Bucci: se fossero passati sulla tv di Rossi, sarebbe stato un problema spiegare perché a pagare quegli spazi elettorali era la catena di supermercati Esselunga. Dirottando il faccione sorridente di Bucci sui maxischermi di Terrazza Colombo, di sua proprietà, Rossi – già senatore eletto nella lista Scelta civica di Mario Monti – era convinto di poter tenere celato il fatto che Esselunga spendesse soldi per pubblicizzare il sindaco anziché pesche e meloni.

Cozzani, descritto da chi lo conosce come abilissimo organizzatore di campagne di fundraising, così dicono gli anglosassoni, gestisce i rapporti con Alisa, l’azienda sanitaria ligure, e con la sanità privata. Toti, come nel suo film preferito Pulp fiction, è il mister Wolf che risolve i problemi di Aldo Spinelli, l’imprenditore portuale ed ex presidente del Genoa, che a sua volta sa come far pressioni sul sindaco Bucci se occorre sbloccare la concessione del terminal del porto di cui agogna la concessione trentennale: è l’imprenditore e armatore Gianluigi Aponte, patron del colosso Msc, non indagato, a telefonare al sindaco affinché rimuova gli ostacoli nel board dell’Autorità portuale.

Dice Ferruccio Sansa, candidato presidente del centrosinistra che da Toti ha perso all’ultimo giro: «La domanda da farsi è se a Genova sia la politica a comandare o l’economia, perché l’impressione è che cambino i colori di chi governa ma non chi comanda davvero». Per mantenere questa sorta di sub-comando cittadino la destra ligure ha bisogno di voti, e di soldi da trasformare in voti, e di posti di lavoro da trasformare in voti. Per questo si mobilitano gli amici di Forza Italia in Lombardia, guidati da Alessandro Sorte, referente dei due iscritti sospesi dal partito, ma anche la Lega partecipa allo sforzo. E la Lega in Liguria ha un nome: Edoardo Rixi. Nel caso Toti non fosse riuscito a ottenere la corsa al terzo mandato, era Rixi, viceministro alle Infrastrutture, il candidato in rampa di lancio. Una staffetta più difficile da realizzare ora, perché i Fratelli d’Italia – insolitamente cauti e istituzionali nel commentare l’inchiesta che ha travolto Toti – pregustano già il boccone.

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