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Busia (Anac): “Dalla Liguria al Ponte trasparenza a rischio. E a pagare è lo Stato”

Il Presidente di Anac, Giuseppe Busia (ansa)
Il presidente dell’autorità anticorruzione: “Le procedure in deroga non sempre velocizzano i tempi e spesso si rivelano più onerose per i cittadini. La fretta non vada a scapito della concorrenza”
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Roma — «Le procedure in deroga non sempre aiutano a fare in fretta e spesso si rivelano più onerose per i cittadini. I nostri rilievi sulla diga di Genova evidenziano la possibilità che emergano nuovi costi sempre a carico dello Stato. La fretta non deve andare a scapito della concorrenza e della trasparenza, altrimenti a pagare sono i contribuenti». Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, lancia l’allarme alla luce anche di quanto sta emergendo a Genova, ma non solo.

Presidente, l’indagine che ha coinvolto amministratori e imprenditori attorno al porto di Genova, il più importante del nostro Paese, mette insieme corruzione, appalti, finanziamento alla politica. È sorpreso?

«Non entro nella vicenda, e vale per tutti il principio di non colpevolezza. Ma penso che questa, come altre indagini, possa essere l’occasione per colmare alcune lacune del nostro ordinamento. In questo momento, grazie in particolare ai finanziamenti europei, si stanno facendo grandi …

Roma — «Le procedure in deroga non sempre aiutano a fare in fretta e spesso si rivelano più onerose per i cittadini. I nostri rilievi sulla diga di Genova evidenziano la possibilità che emergano nuovi costi sempre a carico dello Stato. La fretta non deve andare a scapito della concorrenza e della trasparenza, altrimenti a pagare sono i contribuenti». Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Giuseppe Busia, lancia l’allarme alla luce anche di quanto sta emergendo a Genova, ma non solo.

Presidente, l’indagine che ha coinvolto amministratori e imprenditori attorno al porto di Genova, il più importante del nostro Paese, mette insieme corruzione, appalti, finanziamento alla politica. È sorpreso?

«Non entro nella vicenda, e vale per tutti il principio di non colpevolezza. Ma penso che questa, come altre indagini, possa essere l’occasione per colmare alcune lacune del nostro ordinamento. In questo momento, grazie in particolare ai finanziamenti europei, si stanno facendo grandi investimenti col vincolo di spendere tutto rapidamente: e questo inevitabilmente accresce i rischi della corruzione ed attira anche gli appetiti della criminalità. Ed è per questo che noi abbiamo chiesto fin dall’inizio che la velocità fosse bilanciata da maggiore trasparenza sugli affidamenti».

Trasparenza che è mancata ad esempio per la diga del porto genovese che da sola vale 1,3 miliardi. Voi siete stati i primi a sollevare dubbi sull’appalto affidato al gruppo Webuild inviando le carte in procura. Perché?

«Le procedure in deroga, come quelle adottate a Genova, hanno comunque dei limiti e non possono scavalcare i principi europei. Adottare procedure aperte aiuta l’amministrazione a selezionare le imprese migliori, a ottenere soluzioni più avanzate e costi inferiori. Inoltre, se progetti e documenti di gara non sono sufficientemente puntuali — come pure abbiamo evidenziato per la diga di Genova — di fatto si autorizza l’impresa aggiudicataria a chiedere continue varianti, e quindi altrettanti rilanci sui costi. I rischi, invece di essere trasferiti sul privato, restano in capo all’amministrazione. E, naturalmente, a pagare sono i cittadini».

Un modello sposato dal governo, però, e dal ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini: con la giustificazione di invertire la rotta che vede l’Italia nota per la lentezza nel realizzare le opere e spendere i fondi europei.

«Non voglio entrare nel dibattito politico. Ricordo però che noi siamo i primi a voler accelerare le procedure ed abbiamo formulato diverse proposte in tal senso. Inoltre, non è vero che le gare fanno perdere tempo: nell’ambito dell’intero ciclo dell’affidamento è anzi la fase che occupa meno spazio».

Lei ha contestato anche l’iter messo in piedi per il Ponte sullo Stretto, che ha come protagonista nella parte privata sempre il gruppo Webuild. In questo caso cosa non va secondo lei?

«Sul Ponte esisteva un progetto di un privato che aveva chiesto i danni allo Stato per la mancata realizzazione. Avendo l’impresa perso il giudizio in primo grado, sarebbe stato molto più conveniente fare una transazione, acquistare per pochi soldi quel progetto e solo dopo, eventualmente, aprire una gara per aggiornarlo e migliorarlo. Invece, prima ancora di chiudere il contenzioso, si è scelto di utilizzare proprio quel vecchio progetto per il Ponte, così facendo lievitare le pretese del privato».

Sia su Genova sia sul Ponte sullo Stretto però la politica non vi ha ascoltato.

«Noi facciamo il nostro dovere nell’evidenziare quello che riteniamo nell’interesse pubblico. Alcune osservazioni sono state ascoltate altre no: è la politica che decide. Ma attenzione: nel caso della diga di Genova, ad esempio, se verrà confermata dal Consiglio di Stato la sentenza di primo grado che dà ragione alle imprese escluse dall’appalto, lo Stato si troverà a pagare due volte per risarcire i ricorrenti».

Dall’indagine di Genova emerge anche un tema che riguarda il finanziamento alla politica. Abolito quello pubblico assistiamo a imprese che sostengono il singolo sindaco o governatore. Non si crea così una zona grigia?

«Purtroppo il rischio esiste, soprattutto laddove le cosiddette erogazioni liberali provengono da soggetti direttamente interessati alle decisioni del destinatario del finanziamento. Sarebbe almeno necessario rendere più trasparenti tali passaggi, ad esempio per fare emergere se l’impresa che fa il bonifico ha appalti in corso nel comune o nella regione amministrata dal soggetto finanziato. Forse al posto di erogazioni in denaro sarebbe opportuno incentivare maggiormente la possibilità di fare buona politica, offrendo a partiti e candidati servizi, dalle sale per organizzare riunioni alle piattaforme per diffondere idee e programmi».

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