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Genova, il modello Salvini ora spaventa gli alleati. Riflettori accesi sulla diga

Da sinistra: Edoardo Rixi assessore regionale allo Sviluppo Economico, Matteo Salvini segretario federale della Lega Nord e Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria, festeggiano l'elezione del nuovo sindaco Marco Bucci, Genova, 26 giugno 2017. ANSA/LUCA ZENNARO (ansa)

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FdI e Forza Italia mettono nel mirino la gestione dei contratti del ministro delle Infrastrutture. Alla Lega record di finanziamenti da società private. Foti (FdI): “È giunta l’ora di cancellarli”
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L’inchiesta della procura di Genova sul rapporto incestuoso tra politica e affari ha un obiettivo giudiziario esposto, il governatore Giovanni Toti. Ma - dopo l’esplosione dello scandalo - è emerso anche il bersaglio politico, colui che cioè sul modello Genova aveva scommesso e ora immediatamente deve fare i conti con le macerie: il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Al leader della Lega nessuna responsabilità viene attribuita dai magistrati, nessun ruolo ha nell’indagine. Il punto non è giudiziario. L’inchiesta di Genova, qualsiasi siano le strade che prenderà e l’esito processuale che ne scaturirà, ha infatti già avuto un effetto: accendere i riflettori - anche degli alleati - sui rapporti tra il partito di Salvini e grandi imprenditori, e a cascata tra stazioni appaltanti e appaltatori, tra controllori e controllati. E lo ha fatto nel momento più caldo della storia del nostro Paese: quello, cioè, in cui sul tavolo ci sono i miliardi di euro del Pnrr che il ministero di …

L’inchiesta della procura di Genova sul rapporto incestuoso tra politica e affari ha un obiettivo giudiziario esposto, il governatore Giovanni Toti. Ma - dopo l’esplosione dello scandalo - è emerso anche il bersaglio politico, colui che cioè sul modello Genova aveva scommesso e ora immediatamente deve fare i conti con le macerie: il ministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini. Al leader della Lega nessuna responsabilità viene attribuita dai magistrati, nessun ruolo ha nell’indagine. Il punto non è giudiziario. L’inchiesta di Genova, qualsiasi siano le strade che prenderà e l’esito processuale che ne scaturirà, ha infatti già avuto un effetto: accendere i riflettori - anche degli alleati - sui rapporti tra il partito di Salvini e grandi imprenditori, e a cascata tra stazioni appaltanti e appaltatori, tra controllori e controllati. E lo ha fatto nel momento più caldo della storia del nostro Paese: quello, cioè, in cui sul tavolo ci sono i miliardi di euro del Pnrr che il ministero di Salvini per gran parte si trova a gestire.

Il “tesoro” di Porta Pia

Le Infrastrutture sono infatti di gran lunga il ramo d’amministrazione con il maggior numero di fondi assegnati: sono circa 23 dei 194 nel portafoglio del nostro Paese, assegnati direttamente al Mit o per il tramite delle sue controllate. «Siamo determinati a spendere tutto e spendere bene - aveva detto il leader della Lega - perché sono soldi degli italiani che dovremo restituire». In realtà nel monitoraggio di fine 2023 le cose non erano messe così bene: i fondi impegnati erano appena il 3 per cento, 1,3 miliardi. Non esattamente una performance incoraggiante, in particolare visti gli annunci roboanti e la necessità di chiudere entro due anni gli appalti. I ritardi arrivano principalmente per responsabilità dei principali soggetti attuatori – a leggere la relazione del governo – e cioè Anas e Rfi che hanno utilizzato pochissimo dei fondi inizialmente stanziati registrando ritardi su una serie di lavori già assegnati: dall’alta velocità Salerno-Reggio Calabria alla Palermo-Catania, passando per il collegamento Taranto-Metaponto-Potenza-Battipaglia. Certo, sull’andamento lento hanno influito una serie di questioni – prima tra tutti l’aumento dei costi delle materie prime – ma nel biennio precedente a Salvini il ministero era riuscito a spendere circa quattro volte di più. Dov’è l’inghippo? Uno dei problemi – segnalato tempo fa proprio da un esponente di governo di FdI, il ministro Guido Crosetto – potrebbe essere stato l’affidarsi a grandi players sui quali sono stati concentrati i principali lavori. «Speriamo che riescano a rispettare i tempi visti tutti gli impegni» aveva detto. Nell’appalto della diga foranea di Genova, per restare in Liguria, c’è per esempio Webuild, il colosso ex Salini Impregilo (lo stesso del Ponte sullo Stretto) che ha legato il suo boom (cinque volte quasi il fatturato) anche al Pnrr: in campo ci sono appalti, finanziati anche con fondi del Piano, per 16 miliardi. Fdi e Forza Italia diffidano da tempo. E dietro le dichiarazioni di rito, ora vogliono capirci di più sul modello Genova che è diventato modello Salvini. Il pressing dei meloniani per arrivare al voto in Liguria dopo le Europee - e interrompere l’interregno del vicepresidente leghista Alessandro Piana - è sotterraneo ma costante: «Vediamo di capire meglio ma non credo che Toti possa reggere senza dimettersi per più di un mese e mezzo», la previsione di un big di Fratelli d’Italia alla Camera. Sul tavolo anche la possibilità di uno scambio, comunque difficile: al partito di Meloni la Liguria, alla Lega l’ambito Veneto. l ministro meloniano Guido Crosetto difende a sorpresa Toti. «Ho l’impressione che ci sia in questa vicenda scarso interesse nella ricerca della verità - scrive “a titolo personale” su X - Non vorrei che prevalesse la volontà di dimostrare che alcune persone possono, in ogni momento, privare chiunque della propria libertà». E rincara: «Con la stessa logica possono arrestare la quasi totalità dei sindaci, presidenti di Regione, dirigenti pubblici e la maggior parte dei magistrati».

Boom di contributi alla Lega

Ma sono trattative che si svolgono in un clima di nervosismo, sul terreno di una partita che ora, nella maggioranza, è anche di natura economica. Riguarda le modalità di reperimento delle risorse. E il grande tema è anche quello del contributo “esterno” ai partiti. Arriva l’alt del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti: «La vicenda di Genova pone un tema significativo: se il finanziamento privato viene interpretato come vietato sui territori – afferma Foti davanti alle telecamere di Start di Skytg24 - allora meglio toglierlo definitivamente perché diventa difficile poi capire i rapporti. È una riflessione che va fatta, in relazione al limite che c’è. Su questo deve pronunciarsi il Parlamento». Dichiarazioni che, verrà spiegato poi, nascono ufficialmente dalla preoccupazione che ogni atto di un’amministrazione, se finisce per premiare un imprenditore che regolarmente ha sostenuto un partito, possa aprire un’inchiesta per corruzione.

Ma qual è il partito che, in Italia, ottiene la quantità più cospicua di finanziamenti dei privati? La Lega. Basti pensare che nel 2023 il Carroccio ha incassato 9 milioni di euro da erogazioni liberali, con un trend che non si è fermato nell’anno in corso. Da gennaio a marzo, nei primi tre mesi del 2024, la Lega ha già messo in bilancio 500 mila euro. La maggior parte dei quali provenienti dal Sud. E spulciando l’elenco delle donazioni dalle imprese, tra chi ha versato l’assegno più pesante nelle casse di via Bellerio - pari a 30mila euro - c’è la “Ricciardello Costruzioni spa”, con sede nel Messinese. Il patron della società, Giuseppe Ricciardello, che è anche il presidente dell’associazione dei costruttori nella città sullo Stretto, è un grande sponsor del Ponte sullo Stretto: «È una sfida epocale». Un caso? Chissà. Di certo, se si realizzasse la proposta di FdI, peraltro già contenuta in un progetto di legge del pd Andrea Giorgis, la Lega perderebbe una cospicua fonte di sostegno, superiore a quelle garantire dal 2 per mille e dai sussidi ai gruppi parlamentari. Un’anomalia che, in ambienti leghisti, viene spiegata con l’esigenza di far fronte al buco nei bilanci causati dalla necessità di restituire allo Stato i 49 milioni sottratti con la truffa durante la gestione Bossi.

Lo stop alle cene elettorali

Nel Carroccio, adesso, c’è paura. Dice a Repubblica un rappresentante di punta della Lega in Liguria: «Adesso il punto fondamentale è come proseguire con la realizzazione delle grandi opere, a partire dalla Diga. L’inchiesta rischia di bloccare la spesa e non sappiamo ancora se e quanti atti già deliberati potrebbero essere finiti nella lente dei magistrati e annullati». Il clima lo descrive la stessa fonte: «Alcuni di noi hanno annullato le cene di finanziamento elettorale in vista delle Europee. Il rischio - dice sconsolato - è di finire tutti indagati per corruzione».

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