Ministri anti-toghe, Meloni frena i fedelissimi: “Non andate dietro Salvini”. Dubbi sui tempi della riforma Nordio
di Tommaso CiriacoNon sarà Giorgia Meloni a inseguire Matteo Salvini nello scontro totale con i magistrati. E anzi, la premier ha chiesto agli uomini a lei più vicini di limitare al massimo le uscite inconsulte: parlano infatti i ministri considerati “autonomi”, non i pretoriani della leader. Nessuno deve inseguire Carlo Nordio, ma soprattutto: nessun fedelissimo deve emulare Matteo Salvini.
Salvini, ecco il vero snodo di questa storia: ogni faglia, ogni problema del governo ruota attorno al ministro delle Infrastrutture. La novità degli ultimi giorni è che a Palazzo Chigi iniziano a temere che possa realmente diventare una mina vagante. Disposto a tutto pur di sopravvivere politicamente, anche capace di far saltare tutto dopo le Europee. Gli uomini di Meloni raccolgono le dichiarazioni del leghista, le segnalano al capo e si preoccupano. Parole strabordanti — «Macron va curato», «se ci fossero microspie negli uffici di qualche magistrato, per quanto tempo continuerebbe a fare il sul lavoro?» — che dim…
Non sarà Giorgia Meloni a inseguire Matteo Salvini nello scontro totale con i magistrati. E anzi, la premier ha chiesto agli uomini a lei più vicini di limitare al massimo le uscite inconsulte: parlano infatti i ministri considerati “autonomi”, non i pretoriani della leader. Nessuno deve inseguire Carlo Nordio, ma soprattutto: nessun fedelissimo deve emulare Matteo Salvini.
Salvini, ecco il vero snodo di questa storia: ogni faglia, ogni problema del governo ruota attorno al ministro delle Infrastrutture. La novità degli ultimi giorni è che a Palazzo Chigi iniziano a temere che possa realmente diventare una mina vagante. Disposto a tutto pur di sopravvivere politicamente, anche capace di far saltare tutto dopo le Europee. Gli uomini di Meloni raccolgono le dichiarazioni del leghista, le segnalano al capo e si preoccupano. Parole strabordanti — «Macron va curato», «se ci fossero microspie negli uffici di qualche magistrato, per quanto tempo continuerebbe a fare il sul lavoro?» — che dimostrano una difficoltà politica. Se poi davvero dovesse entrare in crisi la gestione dei miliardi del Pnrr, che dipende per lo più dal ministero delle Infrastrutture, questa crisi potrebbe diventare emergenza. E dunque, la premier inizia a rivedere i propri calcoli. Immaginava un risultato elettorale talmente sfavorevole alla Lega da costringere Salvini al commissariamento, ma comunque senza troppi scossoni per l’esecutivo. Adesso il timore è che le ombre sul futuro, mescolate allo scontro interno emerso attorno al generale Vannacci, spingano il vicepremier a gesti di rottura dopo le elezioni.
La giustizia, è evidente, è il principale terreno di scontro, la variabile che ridisegna equilibri. Lo si è visto ieri, con chiarezza. I ministri che attaccano la magistratura sono i meno vicini a Meloni. Non a caso, il capofila è Salvini. E anche quelli di FdI che si mostrano ostili alle toghe, scelgono di farlo in autonomia: Guido Crosetto non è nuovo a queste posizioni, Daniela Santanché neppure, Adolfo Urso e Nello Musumeci non sono diretta espressione della Presidente.
Ma non basta. I meloniani sono cauti e silenti. Non si esprimono i capigruppo di FdI, tacciono i sottosegretari a Palazzo Chigi, né si espone il capo del partito Giovanni Donzelli. All’unico fedelissimo che aveva difeso Toti, Francesco Lollobrigida, è stata chiesta maggiore prudenza. E d’altra parte, Meloni continua a considerare preferibile un passo indietro del governatore ligure e pensa che in caso di conferma dei domiciliari da parte del tribunale del riesame — o di fronte a nuove rivelazioni nell’inchiesta di Genova che rafforzino la pista dei rapporti con la criminalità organizzata da parte di alcuni indagati — le dimissioni diventerebbero politicamente inevitabili. Ultimo indizio, infine: su tutti i dossier — e in particolare su quello della giustizia — l’interlocutore unico di Palazzo Chigi con il Quirinale è Alfredo Mantovano, un magistrato, chiamato a rimpiazzare del tutto Giovanbattista Fazzolari, considerato il capo dei falchi del cerchio magico.
Insomma, non manca la voglia di distinguersi da Salvini (mentre l’altro vicepremier, Antonio Tajani, gode della totale fiducia della premier), che si muove invece per scardinare quello che è possibile scardinare, per complicare le alleanze europee di Meloni e alzare il livello dello scontro con le toghe. Una radicalizzazione che ha spinto Meloni a cercare una soluzione di fronte a un quesito fino a poco tempo fa inimmaginabile: e se Salvini decidesse di rompere tutto dopo il 9 giugno? Non è un’opzione considerata ancora probabile, ma a questo punto nulla può essere escluso. Per provare ad abbozzare una risposta, la leader ha intensificato nelle ultime settimane il rapporto con i governatori del Carroccio — e in particolare con Max Fedriga — in grado di tenere in piedi il governo anche di fronte a uno strappo salviniano.
Infine: in queste ore a Palazzo Chigi qualcuno ha sollevato un dubbio. Suona così: conviene davvero procedere con la separazione delle carriere prima delle Europee? Non sarebbe letta come una ritorsione contro le toghe, nei giorni caldi dell’inchiesta di Genova? Mancano due soli consigli dei ministri prima del 9 giugno. E il dilemma, si apprende, non è ancora stato sciolto.