Che cosa c’è di pericoloso per la democrazia italiana nelle profonde modificazioni della forma di Stato e della forma di governo che sono proposte dalla destra al potere? In fondo, il presidenzialismo, nelle sue diverse declinazioni, è associato a vivaci sistemi politici democratici, e il regionalismo di per sé non è certo un problema. Il punto è che se l’obiettivo è di rendere la democrazia più efficiente - cioè più capace di rispondere alle esigenze della società, di risolverne le contraddizioni, di incrementare la partecipazione e la lealtà dei cittadini verso le istituzioni - allora queste due riforme (uno scambio politico tra Fratelli d’Italia e Lega) sono largamente controproducenti perché invece che andare verso la soluzione dei problemi ne fanno i cardini di una nuova costituzione post-democratica.
Che cosa c’è di pericoloso per la democrazia italiana nelle profonde modificazioni della forma di Stato e della forma di governo che sono proposte dalla destra al potere? In fondo, il presidenzialismo, nelle sue diverse declinazioni, è associato a vivaci sistemi politici democratici, e il regionalismo di per sé non è certo un problema. Il punto è che se l’obiettivo è di rendere la democrazia più efficiente - cioè più capace di rispondere alle esigenze della società, di risolverne le contraddizioni, di incrementare la partecipazione e la lealtà dei cittadini verso le istituzioni - allora queste due riforme (uno scambio politico tra Fratelli d’Italia e Lega) sono largamente controproducenti perché invece che andare verso la soluzione dei problemi ne fanno i cardini di una nuova costituzione post-democratica.
Il premierato elettivo - di cui il nostro sarebbe l’unico esempio in tutto il globo - concentra il potere nel primo ministro, superiore a ogni altra istituzione, e al tempo stesso vincola il parlamento (eletto con un grande premio di maggioranza, altra eccezione alle pur numerosissime varianti mondiali delle procedure elettorali) alla fedeltà al governo, con modalità assolutamente rigide. Un ferreo legame fra esecutivo e legislativo che fornisce una stabilità soltanto apparente, dato che a fronte di crisi politiche rilevanti non permette le elasticità proprie del parlamentarismo, né lascia spazio all’intervento equilibratore del Capo dello Stato, e non consente altra opzione che il ricorso alle urne - deciso in pratica dal solo premier -.
È questi, in realtà, l’unico beneficiario della riforma, investito com’è di un potere privo di reali contrappesi, che lo rende il capo politico del Paese. Con le spalle coperte rispetto a iniziative parlamentari e presidenziali, il premier si legittima attraverso un ricorso plebiscitario al popolo, il che produce il massimo di politicizzazione durante la fase elettorale - uno scontro all’ultimo sangue che ha come posta in palio l’Italia intera - e prefigura una successiva spoliticizzazione, dato che l’essenza di questa democrazia sta appunto nell’affidare a un uomo (o a una donna), solo al comando, l’intero peso della politica nazionale.
Il populismo antipartitico e antiparlamentare, in cui la destra è da sempre a suo agio ma che è diffuso in tutto lo spettro politico, si coniuga così con un leaderismo potenzialmente autoritario e sicuramente capace di impoverire la sfera pubblica: l’Italia è avviata a essere un agglomerato di privati, intenti ai propri interessi, che delegano coscienza e sensibilità politica a un capo. Si dà così forma pressoché definitiva a processi già in atto: la ricchezza politica della vita sociale è di fatto neutralizzata, mentre la vitalità dei corpi intermedi (partiti e sindacati) e delle istituzioni di mediazione (il parlamento) è sacrificata a un conflitto nutrito di personalizzazione e di comunicazione valoriale invasiva, al di là del quale i cittadini hanno il diritto di non essere ulteriormente disturbati.
A questo presunto diritto all’egoismo fa riferimento l’autonomia differenziata, che trasforma il regionalismo solidale previsto dal Titolo V della Costituzione in uno pseudo-federalismo competitivo di realtà socialmente ed economicamente già molto differenziate come le regioni italiane, alle quali viene data la possibilità di scegliere arbitrariamente, nel menù delle materie “concorrenti”, quelle su cui esercitare la propria potestà legislativa. Una scelta che va ovviamente a beneficio delle realtà più ricche e meglio organizzate, che possono ancora meglio prendere il volo autonomamente.
Si prefigura così una sorta di Stato-Arlecchino composto - ancora una situazione unica nel mondo - di entità giuridicamente uguali ma dotate di poteri differenziati; un’architettura, per di più, costruita scavalcando il parlamento, che non ha alcuna influenza pratica nella trattativa Stato-regioni. Lo Stato come garante unitario e universale della cittadinanza uguale è lasciato alle spalle: in questo trionfo del particolarismo e della disuguaglianza (non sanata dagli ancora indeterminati LEP - Livelli Essenziali delle Prestazioni), la destra al potere si prepara a smantellare l’opera della Destra storica, che, con tutti i suoi limiti, dello Stato italiano era stata il primo artefice. In quanto allo squilibrio istituzionale del premierato aggiunge lo squilibrio sociale dei territori, anche questa riforma non fa quindi parte della soluzione ma si limita a rendere più acuti i problemi del nostro Paese.