La senatrice a vita Elena Cattaneo è intervenuta a Palazzo Madama durante la discussione sul ddl costituzionale che introduce la riforma del premierato.
Ecco il testo integrale del suo discorso.
Signor Presidente, onorevole Ministro, colleghe e colleghi, è chiara a tutti l’eccezionalità della materia che stiamo affrontando, in quanto in grado di incidere stabilmente sulle forme della nostra democrazia parlamentare. Nell’intervenire, da non esperta della materia ho cercato di fare tesoro delle considerazioni che sono state espresse durante le numerose audizioni di costituzionalisti ed esperti in Commissione, e per le quali voglio ringraziare l’intera Commissione affari costituzionali, a partire dal Presidente Balboni. Ho anche partecipato a diversi incontri, come quello che si è tenuto alla Camera dei deputati, lo scorso 8 maggio, con la Ministra Casellati e la Presidente Meloni. Ho letto articoli di stampa e documenti, tra cui il denso dossier pubblicato lo scorso dicembre dalla Fondazione ASTRID a firma di oltre 30 costituzionalisti. In tutte queste occasioni mi hanno molto colpito i commenti, in massima parte critici o comunque preoccupati, da parte di studiosi della materia anche provenienti da culture politiche molto diverse.
-- In particolare, mi colpisce un elemento centrale e allarmante di queste critiche, cioè che la riforma, nel proporsi di rafforzare la stabilità del Governo, finisca con l’alterare l’attuale equilibrio tra i poteri costituzionali, fino a pregiudicare – in assenza di profondi correttivi – la possibilità di una reale dialettica democratica.Ora, per capire se ciò sia vero, credo si debba guardare al contesto istituzionale "materiale", quotidiano, in cui la riforma si inserisce. Questo è quello che vorrei fare con voi ora.Sono in Parlamento da undici anni, ne seguo le attività e ho imparato da voi, colleghi senatori di ogni appartenenza, dai vostri interventi e dalle vostre iniziative, che nella dinamica “Parlamento–Governo” c’è un organo costituzionale che è da tempo un grande malato, un organo che non riesce ad esercitare con pienezza il dominio che gli è proprio. Questo grande malato delle istituzioni repubblicane è il Parlamento. Da voi ho appreso che la funzione legislativa che - per Costituzione - gli spetta in via esclusiva, salvo casi eccezionali, è diventata ormai, al contrario, quasi totalmente appannaggio del Governo, che ne dispone a piacimento e, se necessario, in modo tombale, con l’uso sistematico della decretazione d’urgenza, combinata ai maxi-emendamenti e al voto di fiducia. Strumenti che capisco dovrebbero essere eccezionali e che invece sono divenuti "la regola" dei nostri lavori.
-- L’ “elefante nella stanza” che oggi si finge di non vedere non è solo ciò che è contenuto nel testo in discussione ma, a mio avviso, soprattutto quello che in quel testo non c’è: vale a dire la necessità di restituire forza, dignità e autonomia a un Parlamento indebolito. E invece è proprio un Parlamento forte e “in salute” a risultare indispensabile per la tenuta dell’equilibrio del sistema democratico e di diritto, è proprio il bilanciamento tra gli organi costituzionali e i loro poteri ad assicurare libertà, uguaglianza, diritti e benessere ai cittadini.Colleghi, credo che possiate condividere la sensazione che spesso ho di vivere in un "Parlamento al contrario" (rispetto alla Costituzione scritta). Un parlamento spesso degradato a mero ratificatore di scelte maturate altrove. In questo contesto, immaginare che un domani il governo - o, più precisamente, il Presidente del Consiglio eletto - possa determinare autonomamente lo scioglimento delle Camere significherebbe decretare la fine di un organo costituzionale già “malato”. Per scongiurare questa fine, io credo che la discussione sul rafforzamento del Presidente del Consiglio non possa in alcun modo non avere come presupposto giuridico-costituzionale il rafforzamento del Parlamento.
-- Alcune previsioni di questa riforma, da quello che ho potuto capire anche da diversi interventi, non sono negative di per sé, in astratto si potrebbero ritenere anche opportune (penso alla possibilità di nomina e revoca dei ministri da parte del Presidente del Consiglio) ma diventano nel loro complesso inaccettabili se – come in questo caso – non vengono accompagnate da norme e istituti di rango costituzionale, legislativo e regolamentare volti a potenziare il Parlamento, facendo così da pesi e contrappesi del potere dell’esecutivo.Penso ad esempio al possibile inserimento in Costituzione di limiti alla decretazione di urgenza, già previsti dalla legge 400 del 1988 e oggi sistematicamente disattesi; penso all’innalzamento dei quorum di voto per l’elezione dei membri degli organi costituzionali di garanzia, in modo da impedire che la maggioranza da sola possa determinarne la nomina; o ancora: prevedere che almeno uno dei presidenti delle Camere sia espressione dell’opposizione; potenziare le attività del Parlamento in seduta comune; e tanto altro.
-- Guardate, non regge al vaglio della logica, ancora prima di quello della democrazia avanzata, pensare che il Parlamento, eletto contestualmente al Presidente del Consiglio (e quindi sostanzialmente “per trascinamento”) non abbia alcuna sostanziale forma autonoma di controllo sull’attività del governo, mentre il governo può determinarne sia l’attività legislativa sia, in ogni momento - a discrezione del Presidente del Consiglio - lo scioglimento. Non è logico.Per questi motivi, colleghi, concordo con coloro che sostengono che l’attuale proposta di modifica della Costituzione aprirebbe ad una deriva plebiscitaria che nell’investitura del Capo, di un uomo solo (o di una donna sola) al comando, tradisce la sovranità popolare dei cittadini in nome dei quali si vorrebbe realizzare questa riforma. E credo quindi che con questa riforma il Parlamento, già succube oggi del Governo, diventerebbe ostaggio di una persona sola: il premier. Questa riforma non solo non risolve, ma rafforza, a mio avviso, una patologia del sistema.Vorrei esser chiara: nessuno può imputare la debolezza del Parlamento a questo Governo, perché si tratta di una patologia nota che anche io ho visto aggravarsi negli anni; sarebbe però responsabilità unica di questo Governo e della maggioranza parlamentare che lo sostiene aggravarla ulteriormente. Vorrei chiarire anche la mia visione su un altro aspetto: io non ritengo sia un tabù voler riformare la Costituzione. Ne erano consapevoli gli stessi costituenti. Sono andata a cercare l’ordine del giorno Perassi alla Costituente del 5 settembre 1946, che ho sentito citare anche dalla Presidente Meloni in occasione dell’incontro alla Camera dei deputati, dell’8 maggio. In quell’ordine del giorno si riconosceva la necessità di introdurre forme di razionalizzazione della forma di governo parlamentare con (cito) “dispositivi idonei a tutelare le esigenze di stabilità dell’azione di governo e ad evitare le degenerazioni del parlamentarismo”. Oggi, colleghi, il rischio non è la degenerazione del parlamentarismo ma lo svuotamento della funzione parlamentare. Un rischio insito in un progetto di riforma costituzionale che introdurrebbe una forma di governo ibrida, né parlamentare, né presidenziale, “un assemblaggio di modelli diversi”, unicum mondiale delle esperienze costituzionali delle democrazie a noi vicine. Citando letteralmente il dossier ASTRID: “La ragione dell’assenza di questo modello dall’esperienza delle democrazie contemporanee discende evidentemente dal fatto che l’elezione popolare diretta del vertice dell’esecutivo senza la presenza di una netta separazione dei poteri né di adeguati contrappesi istituzionali (che sono invece presenti nelle forme classiche del governo presidenziale) esula dai canoni ordinari che il costituzionalismo contemporaneo ha individuato come essenziali per la garanzia della democraticità del sistema e dei principi dello stato di diritto”.
-- Colleghi, concludendo, confido su questa proposta possa svilupparsi un dialogo in grado diportarci a individuare un sentiero comune per tenere insieme il rafforzamento della stabilità dell’esecutivo con il rafforzamento della funzione parlamentare. Dovremmo essere tutti concordi che quest'Aula e quella di Montecitorio siano i luoghi naturali dove elaborare - nel confronto, anche duro, purché leale - le migliori politiche pubbliche per tutto il Paese. Le opzioni sul tavolo ci sono, in tanta parte anche tra gli emendamenti presentati, penso al tema – che ho sentito proporre qui - della sfiducia costruttiva sul modello tedesco. Nulla impedisce che si riesca a individuare un testo di riforma condiviso; un testo che, forte della maggioranza dei due terzi del voto dei parlamentari, segni l’inizio di una rinnovata capacità d’iniziativa del Parlamento che faccia di questo luogo il motore di una nuova stagione di riforme delle nostre istituzioni Repubblicane. Grazie