Von der Leyen ignora la destra e tenta la “tattica del sommergibile”
dal nostro corrispondente Claudio TitoBRUXELLES — «La tattica del sommergibile». Rimanere sotto il pelo dell’acqua e quindi delle polemiche. Farsi vedere e notare il meno possibile. Dopo il primo confronto a Maastricht tra i cosiddetti spitzekandidaten (i candidati alla presidenza della Commissione) Ursula von der Leyen sta cambiando strategia. Chi, soprattutto tra gli esponenti tedeschi del Ppe, frequenta il suo staff spiega che questo ultimo mese è considerato molto pericoloso. Che le aperture effettuate in quell’occasione ai Conservatori dell’Ecr, il partito guidato da Giorgia Meloni, hanno lasciato qualche ferita. Nel rapporto col suo stesso partito, con alcune fondamentali Cancellerie come quelle di Parigi e Berlino, tanto che «è indispensabile entrare nella fase del silenzio». «Perché adesso — spiegano le stesse fonti — la campagna elettorale è un rischio. Lei deve commettere meno errori possibili. Nella speranza che questi giorni scorrano via molto velocemente».
La presidente della Commissione uscente ha dunque cap…
BRUXELLES — «La tattica del sommergibile». Rimanere sotto il pelo dell’acqua e quindi delle polemiche. Farsi vedere e notare il meno possibile. Dopo il primo confronto a Maastricht tra i cosiddetti spitzekandidaten (i candidati alla presidenza della Commissione) Ursula von der Leyen sta cambiando strategia. Chi, soprattutto tra gli esponenti tedeschi del Ppe, frequenta il suo staff spiega che questo ultimo mese è considerato molto pericoloso. Che le aperture effettuate in quell’occasione ai Conservatori dell’Ecr, il partito guidato da Giorgia Meloni, hanno lasciato qualche ferita. Nel rapporto col suo stesso partito, con alcune fondamentali Cancellerie come quelle di Parigi e Berlino, tanto che «è indispensabile entrare nella fase del silenzio». «Perché adesso — spiegano le stesse fonti — la campagna elettorale è un rischio. Lei deve commettere meno errori possibili. Nella speranza che questi giorni scorrano via molto velocemente».
La presidente della Commissione uscente ha dunque capito che il rapporto con Palazzo Chigi e con la destra europea sta diventando un handicap. Non si tratta solo di aver provocato le irritazioni all’Eliseo e nel suo connazionale, il socialista Scholz, ma anche che la strategia del Pse di mettere insieme in un solo fronte Ppe e Conservatori sta riscuotendo successo. Nei sondaggi e anche nei risultati reali: basta pensare al Portogallo, alla Spagna e anche alla recentissima Catalogna. E allora deve modificare lo stile della sua “corsa”. Anche rispetto alle alleanze da costruire dentro il Consiglio europeo. In un primo momento aveva scommesso sulla maggioranza in Parlamento, ora ha bisogno di ricostruire in primo luogo una relazione con i “grandi soci” dell’Ue.
«Fino a qualche mese fa — raccontano ancora — lei si sentiva al centro di tutto. Ora non lo è più. Anzi». Non solo perché sono emerse potenti candidature alternative come quella di Mario Draghi, ma anche perché aver accettato di rappresentare il Ppe, l’ha trasformata in una concorrente di parte e non ”super partes”. Proprio per questo ha bisogno di ricostituire tra i governi dei 27 una coalizione che decida di designarla dopo le elezioni come candidata. Deve insomma convincere Francia, Germania, Spagna e Italia a sostenerla. Per questo deve far dimenticare — come ha provato a fare ieri a Roma — di essersi battuta al fianco di Meloni e di aver sempre creato una sponda con i Conservatori. E nello stesso tempo non può interrompere il dialogo con Palazzo Chigi.
Un equilibrismo davvero complicato. Basta vedere quel che è accaduto ieri nella capitale italiana. Dove Von der Leyen ha partecipato ad un evento organizzato da FI ma a porte chiuse e evitando di incontrare la presidente del consiglio. Bisogna tenere presente un elemento che sta creando molte polemiche in Germania, ossia il Paese della presidente della Commissione. Molti iniziano a chiedere semplicemente: se l’Ecr non ha uno spitzenkandidat, è dovuto al fatto che Meloni appoggia Ursula? Un quesito che crea imbarazzi all’ultimo piano di Palazzo Berlaymont.
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Si tratta, dunque, di un esercizio difficile da svolgere. Di una corsa su un crinale scivolosissimo. Non è un caso che ieri abbia accettato l’invito di Antonio Tajani, vicepremier e leader di FI. Non può farne a meno perché considera i popolari italiani indispensabili per sbarrare la strada a Draghi. E nello stesso tempo non deve esporsi troppo fino al prossimo Consiglio europeo per non indispettire Macron (liberale), Scholz (socialista) e Sanchez (socialista).
In parte ieri il gioco le è riuscito grazie alla necessità proprio di FI di non manifestare eccessivamente la sua presenza. Le parole pronunciate l’altro ieri da Licia Ronzulli che aveva definito Von der leyen un cavallo azzoppato, infatti, hanno riacutizzato lo scontro interno. Tajani lo ha considerato un modo per metterlo in difficoltà facendo immaginare che dopo Ursula possa essere lui il candidato prescelto dal Ppe. Per evitare polemiche, quindi, anche FI ha cercato di “silenziare” l’appuntamento. Ma le trappole che attendono von der Leyen sono tante. E stavolta nessuno esclude che possa accadere quel che non si è mai verificato nella storia dell’Unione: un candidato alla presidenza della Commissione designato dal Consiglio europeo e bocciato dal Parlamento. Una eventualità che scompiglierebbe tutte le carte. Aprendo le porte ad una soluzione di emergenza.