La dem Gribaudo: “Si torni ai fondi pubblici. La politica non sia affare da ricchi”
di Lorenzo De CiccoChiara Gribaudo, vicepresidente del Pd, perché proponete di tornare al finanziamento pubblico dei partiti?
«Perché la democrazia ha un costo. E non serve fare demagogia e alimentare il populismo. C’è bisogno di più trasparenza, certo. Ma va pure ridata credibilità alla politica. Anche perché abbiamo visto tutti cosa è successo in Liguria, coi finanziamenti privati senza regole. Una promiscuità esibita tra alcuni politici e certa imprenditoria. Segnali di una degenerazione del potere che non fa bene a nessuno. Stando all’inchiesta, a Genova una cupola imprenditoriale aveva espropriato i luoghi della decisione politica».
Ma è stato il Pd ad abolire il finanziamento pubblico, nel 2013. È stato un errore?
«Le scelte vanno sempre contestualizzate. Però vorrei ricordare che io in quell’occasione non votai a favore dell’abolizione. Sono convinta che possano esserci storture, illeciti, anche nella gestione dei fondi dello Stato, ma questo attiene ai comportamenti personali, che vanno puniti. …
Chiara Gribaudo, vicepresidente del Pd, perché proponete di tornare al finanziamento pubblico dei partiti?
«Perché la democrazia ha un costo. E non serve fare demagogia e alimentare il populismo. C’è bisogno di più trasparenza, certo. Ma va pure ridata credibilità alla politica. Anche perché abbiamo visto tutti cosa è successo in Liguria, coi finanziamenti privati senza regole. Una promiscuità esibita tra alcuni politici e certa imprenditoria. Segnali di una degenerazione del potere che non fa bene a nessuno. Stando all’inchiesta, a Genova una cupola imprenditoriale aveva espropriato i luoghi della decisione politica».
Ma è stato il Pd ad abolire il finanziamento pubblico, nel 2013. È stato un errore?
«Le scelte vanno sempre contestualizzate. Però vorrei ricordare che io in quell’occasione non votai a favore dell’abolizione. Sono convinta che possano esserci storture, illeciti, anche nella gestione dei fondi dello Stato, ma questo attiene ai comportamenti personali, che vanno puniti. Il principio invece va difeso: la politica non può essere solo appannaggio dei ricchi o di chi ha interessi, seppur legittimi, da difendere. Consentire di accedere alla politica anche a chi non ha i mezzi è una battaglia che deve fare soprattutto la sinistra».
Pure da destra arrivano aperture, però. Dalla Lega a FI. Votereste con loro questa riforma?
«È importante dialogare con chiunque voglia affrontare l’argomento. Certo, sarebbe utile che la destra si fermasse a riflettere anche sulle altre riforme che riguardano l’ossatura della Repubblica, dal premierato all’autonomia. Comunque, per non divagare, sono convinta che con il finanziamento pubblico sarebbe più semplice anche riorganizzare i partiti sui territori. Il Pd in quest’ultimo anno ha fatto qualcosa. Nonostante i debiti ereditati, grazie al lavoro del tesoriere Michele Fina abbiamo redistribuito un milione ai circoli».
A proposito di territori, anche il Pd è stato toccato da inchieste pesanti, a Bari e a Torino. Schlein non ha voluto commissariare, come aveva fatto in Campania. Ha fatto abbastanza?
«Direi di sì. E almeno per quello che riguarda il Piemonte ora è fondamentale lavorare a una rigenerazione vera del partito».
Ma un commissario serve?
«Più che un commissariamento, a Torino serve un congresso. Ne discuteremo dopo le elezioni. Ma è indispensabile un filtro sulla gestione del tesseramento. Dobbiamo capire come riequilibrare un sistema costruito negli anni che corrisponde, in alcuni casi, a filiere personali».
Conte ha cavalcato le inchieste per evocare una questione morale nel Pd. E non è stato l’unico attacco. Si può costruire un’alleanza così?
«Non accettiamo lezioni di moralità da chi guida un partito che negli anni ha avuto anch’esso indagati e condannati. E continua ad averli. Il Pd, ed Elly Schlein prima di tutti, ha immediatamente affrontato la questione. Abbiamo preso decisioni con fermezza ed equilibrio, nella consapevolezza che abbiamo tutti gli anticorpi che ci servono. Siamo un partito vero, noi. Libero, democratico, nel quale i nostri iscritti esercitano una funzione di controllo diffusa. Tutti noi dobbiamo rispondere prima di tutto ai nostri militanti, sempre. Non abbiamo un capo che fa quel che vuole e che usa la questione morale a seconda del proprio tornaconto elettorale».