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Melillo: “Mafia e terrorismo, gli intrecci dal Sudamerica sulle rotte del narcotraffico”

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Intervista al procuratore nazionale antimafia: “I sequestri di droga non bastano, serve cooperazione internazionale per ottenere un cambio di passo nelle indagini”
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Procuratore Giovanni Melillo, le organizzazioni criminali sono in continua evoluzione e il narcotraffico è il business principale, come si sta contrastando questa realtà che supera i confini nazionali?

“Noi lavoriamo innanzitutto per aprire ed estendere sempre più le strade della cooperazione internazionale. Occorre proiettare sistematicamente le nostre indagini all’estero, condividere progetti investigativi ambiziosi e moltiplicare le squadre investigative comuni, soprattutto per ricostruire i flussi finanziari a monte e a valle dei traffici. Abbiamo bisogno di sviluppare le nostre conoscenze delle organizzazioni criminali che governano le strategie del narcotraffico e di cogliere i loro legami profondi con i fenomeni di corruzione e di finanziamento del terrorismo che si registrano su scala globale. Serve insomma un deciso cambio di passo, abbandonando le asfittiche logiche di indagini volte al mero sequestro di carichi di droga, la perdita dei quali spesso rappresenta per i narcos …

Procuratore Giovanni Melillo, le organizzazioni criminali sono in continua evoluzione e il narcotraffico è il business principale, come si sta contrastando questa realtà che supera i confini nazionali?

“Noi lavoriamo innanzitutto per aprire ed estendere sempre più le strade della cooperazione internazionale. Occorre proiettare sistematicamente le nostre indagini all’estero, condividere progetti investigativi ambiziosi e moltiplicare le squadre investigative comuni, soprattutto per ricostruire i flussi finanziari a monte e a valle dei traffici. Abbiamo bisogno di sviluppare le nostre conoscenze delle organizzazioni criminali che governano le strategie del narcotraffico e di cogliere i loro legami profondi con i fenomeni di corruzione e di finanziamento del terrorismo che si registrano su scala globale. Serve insomma un deciso cambio di passo, abbandonando le asfittiche logiche di indagini volte al mero sequestro di carichi di droga, la perdita dei quali spesso rappresenta per i narcos un costo già preventivato e talvolta persino sotterraneamente negoziato. In definitiva, servono strategie ampie e di lungo respiro”.

Punta dunque a rafforzare la cooperazione internazionale l’incontro di studio e coordinamento sul narcotraffico in onore di Giovanni Falcone che si svolge a Palermo, voluto dalla Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo?

“La realtà delle indagini sui fenomeni criminali transnazionali ci pone ogni giorno dinanzi all’esigenza di scambiare esperienze e conoscenze con i magistrati di altri Stati e di lavorare in modo coordinato con loro. Gli incontri di studio e di coordinamento di Palermo servono a questo, ma anche a ricordare che per i magistrati il modo migliore per ricordare e onorare Giovanni Falcone e Paolo Borsellino è quello di lavorare, approfondendo la conoscenza dei fenomeni criminali più gravi e complessi”.

Quali sono le vie dei grandi traffici di droga che arrivano nel nostro Paese?

“Se parliamo di cocaina, la merce illegale più venduta nel mondo, le rotte fondamentali verso l’Europa partono soprattutto da Brasile, Paraguay e Ecuador, dove intere infrastrutture portuali sono nelle mani dei narcos, per giungere nei porti del Nord Europa e del Mediterraneo, usando le tecniche di occultamento più diverse. Ma importante è anche la rotta che dal Golfo di Guinea risale verso l’Europa, attraverso l’Africa Occidentale e il Sahel, lungo tale asse finanziando l’espansione delle reti jihadiste e i processi di destabilizzazione politica e sociale di quelle regioni”.

Il presidente dell’Ecuador, Daniel Noboa Azin, in visita la scorsa settimana in Italia, è venuto a incontrarla negli uffici della Procura nazionale, e poi ha comunicato che avete parlato di strategie nella lotta contro il crimine organizzato. Cosa lega il nostro paese all’Ecuador?

“La visita del Presidente dell’Ecuador simbolicamente dimostra quanto sia alto l’allarme delle istituzioni democratiche di Paesi che rischiano di essere travolti dalla violenza e dalla potenza corruttiva dei narcos. Non dimentichiamo che uno dei candidati alle recenti elezioni presidenziali e coraggioso giornalista, Fernando Villaviciencio, è stato assassinato dai narcos. Così come il collega ecuadoriano Cesar Suarez, che, come il collega paraguaiano Marcelo Pecci, ucciso appena due anni fa in Colombia, li ricorderemo nella Palermo che non dimentica il sacrificio di Giovanni Falcone”.

La violenza del crimine organizzato legato alla droga in America Latina non conosce limiti, c’è una connessione o contatti con i clan italiani?

“Violenza e corruzione sono le armi delle gigantesche reti criminali brasiliane, venezuelane, messicane e colombiane che controllando non solo i traffici di droga, ma anche quelli di migranti, armi e metalli rari, sono potenti fattori di destabilizzazione di intere regioni dell’America centrale e meridionale, oltre che naturali alleati dei gruppi mafiosi calabresi e albanesi che hanno da tempo in quei paesi stabili ramificazioni, anche a fini di riciclaggio. Non sono certo un caso gli arresti di importanti uomini di ‘ndrangheta avvenuti recentemente in Brasile e Perù. Così come appare radicata quanto trascurata la presenza in America latina di autentiche colonie mafiose albanesi”.

Gli albanesi hanno un ruolo importante nel narcotraffico, ma in Italia con chi sono alleati?

“Vi è tuttora un grave ritardo nel cogliere la pericolosità delle reti mafiose albanesi. Sappiamo ancora poco della loro struttura, delle loro dinamiche interne e della potente rete corruttiva che le circonda nella regione balcanica. È come se nei confronti di queste organizzazioni le indagini avessero a lungo dimenticato la lezione più profonda di Giovanni Falcone, sulla decisiva importanza dello sforzo paziente e necessario per mettere in relazione vicende, persone e relazioni apparentemente non collegate fra loro, ma in realtà espressione delle medesime strategie criminali. Eppure, tutto dimostra come quelle organizzazioni che hanno da tempo conquistato una stabile dimensione di leadership nel mercato mondiale degli stupefacenti e del riciclaggio, le rende, anche in Italia, tutt’altro che subalterne alle mafie tradizionali e assai lontane dal paradigma banalizzante che ancora impedisce di scorgerne la potenza finanziaria e le ramificazioni nel mondo”.

Le reti mafiose come stanno sfruttando le nuove tecnologie?

“Lo spazio virtuale e le relative tecnologie sono il fondamentale cardine organizzativo tanto delle mafie che del terrorismo. Al loro impiego a fini illeciti sono destinate grandi risorse e intere strutture di quelle reti criminali, che dispongono per tale via di sempre più efficaci servizi di intelligence e ormai selezionano le stesse figure di vertice in base alla capacità di governare le nuove tecnologie. Inutile dire che le indagini risentono grandemente del gap negativo così determinatosi rispetto alle risorse effettivamente disponibili”.

La normativa italiana permette di contrastare in modo efficace l'uso delle ultime tecnologie da parte dei criminali?

“Più che sul piano normativo, quel divario si rivela considerando la diffusa condizione di arretratezza tecnologica tanto dei servizi di polizia giudiziaria che dell’amministrazione della giustizia. Per fortuna, esistono nuclei di eccellenza dei servizi di polizia giudiziaria specializzati, per l’azione dei quali sono importanti le norme introdotte lo scorso anno in tema di operazioni sotto-copertura nei sistemi informatici usati a fini di terrorismo e di minaccia della sicurezza cibernetica. Ancor più importanti appaiono le norme del disegno di legge governativo sui cyber crimes appena approvate con spirito bipartisan dalla Camera dei Deputati e delle quali urge il varo definitivo. Ma, è inutile nascondere che le norme non bastano, perché occorre immettere nel sistema dosi massicce di competenze e moderne infrastrutture digitali”.

Il potere economico dei clan viene anche utilizzato per corrompere?

“La corruzione è forse, da sempre, lo strumento privilegiato delle organizzazioni mafiose. La violenza può abbattere un ostacolo, ma solo la corruzione sa trasformare i potenziali nemici in alleati preziosi, con l’ulteriore vantaggio di essere silenziosa. Non si tratta di ‘reati spia’ di eventuali presenze mafiose nell’economia e negli affari, ma di reati da sempre tipicamente mafiosi. Per averne conferma, basta rileggere l’articolo 416bis del Codice penale, che da oltre quaranta anni descrive le mafie come organizzazioni volte a controllare, anche ‘silenziosamente’, i mercati d’impresa, a partire da quelli che ruotano attorno a appalti, concessioni e autorizzazioni delle pubbliche amministrazioni”.

Il narcotraffico è legato al finanziamento del terrorismo?

“Si tratta di connessioni profonde e visibili su larga scala. Nell’Africa occidentale segnata da conflitti e putsch militari, come in Siria, dove impianti chimici sono diventati centri di produzione di droghe sintetiche, come nell’America latina, dove non mancano, lungo la Tripla Frontera che separa Brasile, Paraguay e Argentina, segnali della presenza di organizzazioni come Hamas e Hezbollah interessate a sfruttare quei traffici a scopi di finanziamento”.

Le mafie hanno un ruolo negli sbarchi dei migranti in Italia?

“Le organizzazioni mafiose siciliane, calabresi e pugliesi si tengono lontane dal partecipare all’organizzazione di traffici di migranti verso l’Italia. Per ragioni banali, non apparendo le difficoltà e i rischi proporzionati ai possibili vantaggi. Naturalmente, però, non disdegnano di lucrare sulla gestione opaca delle risorse pubbliche destinate in quelle medesime regioni alla gestione di una continua emergenza”.

Dal 7 ottobre, data degli attentati in Medio Oriente, tutto il sistema della sicurezza a livello nazionale è al massimo livello di mobilitazione, sia sul piano della prevenzione sia su quello del presidio degli obiettivi sensibili, c’è un pericolo terrorismo in Italia?

"Il Paese può contare su una sperimentata capacità di prevenzione e controllo del rischio terrorismo, ma, naturalmente, non esistono al mondo argini sicuri rispetto al rischio di azioni violente, che certo dopo il 7 ottobre si è grandemente acuito, anche in Italia, divenendo il conflitto in Medio Oriente un fattore di acceleratore di eterogenee dinamiche terroristiche, oltre che un propellente di pericolose campagne d’odio e di forme sempre più gravi di antisemitismo”.

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