BRUXELLES – Il “Caso Italia” torna a riesplodere nell’Ue. La destra di Giorgia Meloni diventa il centro dello scontro in vista delle elezioni europee. E il discrimine per la nuova maggioranza di Bruxelles.
Il dibattito tra gli Spitzenkandidaten che si è svolto ieri proprio nell’aula dell’Europarlamento, in stile molto “americano”, ha riproposto il “cordone sanitario” intorno alla destra. Per bloccarla e non farla entrare nei gangli vitali delle istituzioni comunitarie. E la presidente del Consiglio italiana è diventata l’esempio negativo additato da tutti i candidati tranne Ursula von der Leyen, che, anzi, ha rilanciato l’idea di un’alleanza con Fratelli d’Italia.
E su questa apertura sta rischiando di giocare molte delle sue chance di conquistare il secondo mandato. «Ho lavorato molto bene con Giorgia - ha detto - lei è un’europeista ed è a favore dello Stato di diritto». Parole che in un confronto piuttosto sonnacchioso e un po’ burocratico hanno provocato una reazione di tutti gli …
BRUXELLES – Il “Caso Italia” torna a riesplodere nell’Ue. La destra di Giorgia Meloni diventa il centro dello scontro in vista delle elezioni europee. E il discrimine per la nuova maggioranza di Bruxelles.
Il dibattito tra gli Spitzenkandidaten che si è svolto ieri proprio nell’aula dell’Europarlamento, in stile molto “americano”, ha riproposto il “cordone sanitario” intorno alla destra. Per bloccarla e non farla entrare nei gangli vitali delle istituzioni comunitarie. E la presidente del Consiglio italiana è diventata l’esempio negativo additato da tutti i candidati tranne Ursula von der Leyen, che, anzi, ha rilanciato l’idea di un’alleanza con Fratelli d’Italia.
E su questa apertura sta rischiando di giocare molte delle sue chance di conquistare il secondo mandato. «Ho lavorato molto bene con Giorgia - ha detto - lei è un’europeista ed è a favore dello Stato di diritto». Parole che in un confronto piuttosto sonnacchioso e un po’ burocratico hanno provocato una reazione di tutti gli altri. Dal socialista lussemburghese Schmit al liberale italiano Gozi, dalla sinistra dell’austriaco Baier alla verde tedesca Reintke, la più dura e efficace.
Il “campione” del Pse è passato al contrattacco proprio trasformando il governo del nostro Paese nel nemico da combattere: «Ecr e Id (capitanata dal Lega salviniana) non sono forze democratiche. Avete visto cosa sta succedendo in Italia con i media e i diritti delle donne? Il Ppe esca dall’ambiguità». La Verde Reintke è andata ancora più pesante: «Io faccio politica per evitare che si ripeta quello che è successo nel mio Paese negli anni ’20 e ’30 (ossia il nazismo ndr). Se il Ppe collabora con Ecr sarà un disastro». Stessa linea del partito macroniano di Renew: «Come possono i popolari - ha chiesto Gozi - essere disponibili a collaborare con Vox, Meloni e l’Ecr? Ossia con chi vuole smantellare l’Ue?».
Di fatto la presidente uscente dell’esecutivo europeo sta perdendo sull’altare di Fratelli d’Italia l’appoggio di due alleati tradizionali, i socialisti e i liberali, e quello potenziale dei Verdi. Se nella sua maggioranza ci saranno i Conservatori e Fratelli d’Italia, loro non ci saranno. Ma von der Leyen non si è tirata indietro. «Io – ha ripetuto – offro la collaborazione a chi vuole andare avanti in Europa. Dobbiamo cercare una maggioranza in Parlamento». Incalzata dalla giornalista che intervistava i candidati, la presidente della Commissione ha mostrato stavolta più di un’incertezza. A tratti ha balbettato. Ha prima eluso i quesiti facendo riferimento solo a «Le Pen e Afd, amici di Putin». Mai poi ha dovuto confessare: «Non dico un’alleanza con Ecr, ma con i deputati. Non parlo dei gruppi». Un modo per far capire che vuole i voti di Fratelli d’Italia ma non degli altri componenti la formazione conservatrice. E non ha nascosto l’imbarazzo quando le hanno fatto notare la linea sostenuta da Meloni sulle questioni Lgbt: «La mia è una posizione molto diversa. Per questo non parlo di gruppi ma di singoli parlamentari».
Resta il fatto che dopo questo dibattito il nome di Ursula è strettamente legato a quello di Giorgia. E anche nel Ppe cominciano a serpeggiare dei malumori. Tanto che ieri nessuno dei popolari ha preso le difese della loro “Spitzen”.
Del resto anche in base ai sondaggi per chiunque sarà designato dal Consiglio europeo per il vertice della Commissione sarà difficile fare a meno dei voti di Pse e Renew. La posizione di von der Leyen appare sempre più una mano di poker con probabilità sempre più calanti.
Certo molto dipenderà dai risultati elettorali e da come si comporteranno i capi di Stato e di governo dell’Ue che devono compiere il primo passaggio formale: indicare il nome per la presidenza dell’esecutivo europeo. Ma se anche gli undici premier popolari insisteranno sulla “carta Ursula”, poi si porrà il problema della maggioranza in Parlamento. Anche perché il Pse non accetterà mai di ingoiare la candidata Ppe senza ottenere in cambio la presidenza del Consiglio europeo. E Giorgia Meloni può accettare di dare il suo assenso un esponente socialista per questa carica? Difficile.
Lo stallo non è più dunque una eventualità remota. E nessuno può escludere che in presenza di una “geografia” parlamentare complicata e un dibattito controverso in Consiglio europeo, si arrivi al voto a Strasburgo senza certezze. E magari con l’obiettivo di silurare la candidatura von der Leyen con un voto esplicito. Sarebbe la prima volta. Con un caos politico senza precedenti e con conseguenze che nessuno ora può prevedere. La partita sarà ancora lunga.