L’incubo del 26%, Meloni evoca la ritirata se sfuma il premierato: “O la va o la spacca”
di Tommaso Ciriaco (Roma), dal nostro inviato a Trento Lorenzo De CiccoLa premier Giorgia Meloni a Trento
A volte, un indizio apre un precipizio. «Il premierato è una riforma necessaria in Italia. O la va, o la spacca: ma nessuno mi chieda di scaldare la sedia o stare qui a sopravvivere». È al Festival dell’economia di Trento. E per la prima volta, Giorgia Meloni mette se stessa sulla bilancia del referendum: se fallisco, è il senso, potrei lasciare. Ma c’è molto di più, in quelle due righe. C’è la spiegazione di pancia — di fronte a una platea ci si muove senza rete, quella che di solito la sorregge — di questa voglia di fuga. Che nelle ultime settimane è fuga dalla stampa, fuga dagli eventi pubblici, fuga dai mille viaggi del primo anno di potere, addirittura fuga dalla campagna elettorale.
Riavvolgiamo il nastro, poi torneremo a Trento. Tre mesi fa, la presidente del Consiglio è convinta di superare il 30% alle Europee. «Certo che me volete proprio male!», scherza con i suoi che la spingono a candidarsi all’Europarlamento. È carica, pensa di chiudere i conti con gli avversari inte…
A volte, un indizio apre un precipizio. «Il premierato è una riforma necessaria in Italia. O la va, o la spacca: ma nessuno mi chieda di scaldare la sedia o stare qui a sopravvivere». È al Festival dell’economia di Trento. E per la prima volta, Giorgia Meloni mette se stessa sulla bilancia del referendum: se fallisco, è il senso, potrei lasciare. Ma c’è molto di più, in quelle due righe. C’è la spiegazione di pancia — di fronte a una platea ci si muove senza rete, quella che di solito la sorregge — di questa voglia di fuga. Che nelle ultime settimane è fuga dalla stampa, fuga dagli eventi pubblici, fuga dai mille viaggi del primo anno di potere, addirittura fuga dalla campagna elettorale.
Riavvolgiamo il nastro, poi torneremo a Trento. Tre mesi fa, la presidente del Consiglio è convinta di superare il 30% alle Europee. «Certo che me volete proprio male!», scherza con i suoi che la spingono a candidarsi all’Europarlamento. È carica, pensa di chiudere i conti con gli avversari interni ed esterni dal 10 giugno. Ha già deciso di candidarsi ovunque capolista. Poi, improvvisamente, qualcosa si inceppa. Meloni inizia a ridurre drasticamente la presenza sulle scene. Dicono: è stanca, rifiata un attimo. I viaggi si diradano. Le conferenze stampa — non i “mucchioni” un po’ caotici, gli unici che resistono — diventano trapassato remoto: proprio oggi sono 140 giorni senza concederne una (l’ultima il 4 gennaio scorso, quella tradizionale con la stampa parlamentare). E togliendo dal computo questo appuntamento obbligato, mercoledì si taglierà il traguardo poco occidentale di una sola conferenza in 200 giorni. Meloni parla sui social, con video senza domande.
Si mostra meno, è più blindata e meno visibile. Anche il suo staff, quasi per osmosi, si muove in modo più discreto, un po’ silente, quasi a protezione del profilo basso della leader. Chi segue la Presidenza annota un vuoto. Nel frattempo tornano anche i fastidiosi otoliti. Nascondimento progressivo, quasi anestesia collettiva. Come se Palazzo Chigi volesse sfilarsi, non si sa bene perché, dalla prima linea.
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E questo nonostante il fatto che i sondaggi inizino a rosicchiare certezze. L’asticella si abbassa: vittoria diventa un voto in più del 26% delle Politiche. Dal territorio arrivano segnali contraddittori: qualche ras dubita che FdI stia sfondando. Eppure, Meloni non cambia strategia: qualche appuntamento istituzionale (floscio, va detto, rispetto all’energia del passato), come nell’agenda della prossima settimana. Un solo comizio in tutta la campagna elettorale: a Roma, il primo giugno. Iniziano anche le contestazioni, l’ultima ieri al festival, anche se limitata. Iniziano, soprattutto, gli errori. Il più grave, finora, è il redditometro: incidente capitale, retromarcia obbligata. Ieri la premier l’ha portato a cattivo esempio di una campagna elettorale, nel chiuso del consiglio dei ministri: «La gestione del problema è stata pessima, pessima — ha detto, facendo tremare Maurizio Leo e forse qualche sottosegretario alla Presidenza — Come è possibile che abbiate comunicato così una cosa del genere, a due settimane dal voto?». Errore è stato anche legare troppo il volto a Marine Le Pen, sfidando Emmanuel Macron, che non dimenticherà. E infatti ora addolcisce il concetto: «Ci sono punti di contatto — ha premesso — ma non è alle viste una unificazione dei gruppi».
Anche l’intervista a Trento, nel festival del Sole 24 Ore, segnala qualcosa. Davanti a Maria Latella, la premier pare ritrovare un po’ di baldanza solo quando tira in mezzo Schlein, cercando quel duello che in tv l’è stato negato. Frasi così: «Questo chiedetelo a Schlein». «I salari bassi? La sinistra in 10 anni ha fatto disastri». «TeleMeloni? Semmai non è più TelePd». Vittimismo e difese. Come sul redditometro congelato: «Ho sospeso la norma, la voglio vedere meglio», è il ritornello. O sulla vendita di una quota di Poste: «La valuto, ma non saranno privatizzate». Dicono sia pure stufa. Anche di trascurare il privato. Sempre a Trento, sempre senza rete: «Attualmente la mia vita si svolge così: mi alzo la mattina, cerco di risolvere problemi, vado a dormire. Rimane poco tempo per mia figlia, un’ora. Davvero qualcuno pensa che il mio obiettivo è continuare a fare questa vita?». Voglia di fuga, stanchezza, minaccia di mollare. Aveva detto: sul referendum non commetterò l’errore di Matteo Renzi. Che alla fine non si convinca che quell’azzardo è una scorciatoia liberatoria?