Piazza della Loggia: servizi, neofascisti e malavita, la firma su bombe e depistaggi
di Paolo BiondaniL'attentato in piazza Della Loggia in una foto del 28 maggio 1974
(ansa)Pubblichiamo un estratto del libro “La ragazza di Gladio e altre storie nere: la trama nascosta di tutte le stragi”, scritto da Paolo Biondani, giornalista de L’Espresso, per Fuoriscena, che racconta le verità accertate negli ultimi processi sull’eccidio del 28 maggio 1974 a Brescia.
I processi sull’attentato di Piazza della Loggia dipanano una trama nera che da Brescia porta a Venezia. Qui vive il dottor Carlo Maria Maggi, uomo dalla doppia vita, medico e super terrorista (…) Maggi ha fatto politica nel Movimento sociale italiano fin dagli anni ‘50 ed era il capo della corrente di Ordine Nuovo nel Triveneto. (...)
Carlo Digilio era un esperto di armi ed esplosivi. (…) È stato condannato insieme a Maggi per associazione terroristica e ricostituzione del partito fascista (...). Poi è diventato un collaboratore di giustizia, ma ha continuato a nascondere una parte della verità, per minimizzare le proprie responsabilità. (…)
Le motivazioni delle prime condanne definitive per la strage di…
Pubblichiamo un estratto del libro “La ragazza di Gladio e altre storie nere: la trama nascosta di tutte le stragi”, scritto da Paolo Biondani, giornalista de L’Espresso, per Fuoriscena, che racconta le verità accertate negli ultimi processi sull’eccidio del 28 maggio 1974 a Brescia.
I processi sull’attentato di Piazza della Loggia dipanano una trama nera che da Brescia porta a Venezia. Qui vive il dottor Carlo Maria Maggi, uomo dalla doppia vita, medico e super terrorista (…) Maggi ha fatto politica nel Movimento sociale italiano fin dagli anni ‘50 ed era il capo della corrente di Ordine Nuovo nel Triveneto. (...)
Carlo Digilio era un esperto di armi ed esplosivi. (…) È stato condannato insieme a Maggi per associazione terroristica e ricostituzione del partito fascista (...). Poi è diventato un collaboratore di giustizia, ma ha continuato a nascondere una parte della verità, per minimizzare le proprie responsabilità. (…)
Le motivazioni delle prime condanne definitive per la strage di Brescia riassumono anni di processi in pochi «punti fermi». (…) Punto primo. Digilio, nella primavera del 1974, ha partecipato a due riunioni con Maggi e il suo guardaspalle, il neofascista veronese Marcello Soffiati. Nella prima, Maggi e Soffiati hanno proposto una campagna di «attacchi violenti ai rossi», per «frenare l’avanzata elettorale della sinistra». Nella seconda, ristretta a «pochissimi intimi», Maggi «ha preannunciato un imminente attentato». (…) Qualche giorno dopo, Soffiati ha trasportato una valigetta di esplosivo da Venezia a Verona, per ordine di Maggi. (…) Era un ordigno composto da una quindicina di «candelotti di dinamite di tipo gelatinoso» (…). Poco prima della strage di Brescia, Soffiati è ripartito da Verona con la valigetta di esplosivo, dicendo che, sempre per ordine di Maggi, doveva portarla «a Milano a qualcuno delle Sam», il gruppo terroristico che operava anche a Brescia. (…) Questi «punti fermi» hanno trovato innumerevoli conferme e riscontri (…).
Alle riunione preparatorie della strage di Brescia era presente anche un neofascista pagato dai servizi segreti come informatore, Maurizio Tramonte. (…) In effetti, lui informava davvero gli ufficiali del Sid. Che sui progetti dei terroristi di destra ricevevano notizie in diretta , proprio da lui, ma invece di intervenire, lasciavano fare gli attentati (…).
Nel 2017 la Cassazione ha reso definitive le condanne all’ergastolo di Maggi, come organizzatore della strage, e di Tramonte, come complice degli esecutori. (…) Maggi ha evitato il carcere per problemi di salute: è morto a casa sua, agli arresti domiciliari, nel dicembre 2018. Tramonte ha tentato, senza successo, di ottenere una revisione della condanna ed è l’unico a restare in prigione. La sentenza finale conferma anche il ruolo centrale di Digilio, che fabbricò la bomba. (...).
La corte d’assise d’appello di Milano, nelle motivazioni della storica sentenza del 2015, inserisce una sorta di epigrafe finale: «Questo processo, come altri in materia di stragi, è emblematico dell’opera sotterranea portata avanti con pervicacia da quel coacervo di forze, di cui ha parlato anche l’ordinovista Vincenzo Vinciguerra, individuabili ormai con certezza in una parte non irrilevante degli apparati di sicurezza dello Stato, nelle centrali occulte di potere, che hanno, prima, incoraggiato e supportato lo sviluppo dei progetti eversivi della destra estrema, e hanno sviato, poi, l’intervento della magistratura, di fatto rendendo impossibile la ricostruzione dell’intera rete di responsabilità. Il risultato è stato devastante per la dignità stessa dello Stato e della sua irrinunciabile funzione di tutela delle istituzioni democratiche, visto che oggi sono solo un leader ultraottantenne e un non più giovane informatore dei servizi a sedere, a distanza di 41 anni dalla strage, sul banco degli imputati, mentre altri, parimenti responsabili, hanno da tempo lasciato questo mondo o anche solo questo Paese, ponendo una pietra tombale sui troppi intrecci che hanno connotato la malavita, anche istituzionale, dell’epoca delle bombe».