Roma — Dovesse aprirsi la strada che conduce Mario Draghi alla presidenza della Commissione europea, Giorgia Meloni farà l’unica cosa possibile: lo sosterrà. Non potrebbe fare diversamente, non le converrebbe mettersi di traverso. E poi, con l’ex banchiere centrale continua a mantenere un rapporto solido. Ma esiste anche un piano B, che si valuta in questi giorni a Palazzo Chigi. È l’opzione di lanciare Antonio Tajani alla guida delle istituzioni europee. Uno scenario che presenta una serie di incognite. Ma che in queste ore viene comunque confermato da fonti vicinissime alla premier, perché presenta un vantaggio di non poco conto: tiene assieme il centrodestra in Italia. Corrode i margini di interdizione di Matteo Salvini. E questo, indipendentemente dalle reali chance di riuscita dell’operazione.
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Per arrivare all’idea di Tajani, bisogna partire da lontano. Dall’investimento politico di Meloni sul bis di Ursula von der L…
Roma — Dovesse aprirsi la strada che conduce Mario Draghi alla presidenza della Commissione europea, Giorgia Meloni farà l’unica cosa possibile: lo sosterrà. Non potrebbe fare diversamente, non le converrebbe mettersi di traverso. E poi, con l’ex banchiere centrale continua a mantenere un rapporto solido. Ma esiste anche un piano B, che si valuta in questi giorni a Palazzo Chigi. È l’opzione di lanciare Antonio Tajani alla guida delle istituzioni europee. Uno scenario che presenta una serie di incognite. Ma che in queste ore viene comunque confermato da fonti vicinissime alla premier, perché presenta un vantaggio di non poco conto: tiene assieme il centrodestra in Italia. Corrode i margini di interdizione di Matteo Salvini. E questo, indipendentemente dalle reali chance di riuscita dell’operazione.
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Per arrivare all’idea di Tajani, bisogna partire da lontano. Dall’investimento politico di Meloni sul bis di Ursula von der Leyen. Un’opzione che, nel corso dei mesi scorsi, è andata progressivamente indebolendosi, generando un progressivo distacco della premier dalla leader politica tedesca. Anche Tajani, che conosce ogni meandro del Ppe, ha di recente ragionato con la leader di Fratelli d’Italia delle reali possibilità di un secondo mandato per von der Leyen, concordando nella previsione: meno del 50%. Colpa delle profonde divisioni che lacerano il popolarismo europeo. E della vicenda Pfizergate, che ha zavorrato la sua corsa.
Eppure, se si parte dalla previsione che sarà comunque il Partito popolare - in testa in ogni sondaggio - a esprimere il candidato alla presidenza della Commissione, allora è necessario sfogliare la rosa dei nomi alternativi, pesandone le probabilità di vittoria. Si tratta di profili deboli, a dire il vero. Il meno debole tra loro è comunque quello del premier greco Kyriakos Mitsotakis, se non altro per incarico ricoperto e peso all’interno del partito. È però complesso immaginare che la Germania, per ragioni di storia recente, dia il via libera a un candidato greco. Anche le opzioni alternative non sembrano in grado di raccogliere il consenso necessario. Gira molto il nome di Roberta Metsola, presidente dell’Europarlamento, e quello del premier croato Andrej Plenkovic. In entrambi i casi, però, l’identikit e il peso specifico dei Paesi di provenienza non sembrano in grado di reggere di fronte alla necessità di individuare un candidato capace di gestire tempi di guerra e, forse, un rapporto con Donald Trump.
È proprio da questo stallo che nasce l’idea di Tajani. Per Meloni, questa scelta presenterebbe diversi vantaggi e alcuni problemi. I vantaggi sono riconducibili al rapporto stretto con il suo vicepremier e al fatto che Salvini non avrebbe alternative: dovrebbe sostenere un alleato con cui governa a Roma. Tra gli svantaggi, invece, l’effetto destabilizzante su Forza Italia, già in crisi di leadership dopo la morte di Silvio Berlusconi: complesso rinunciare all’unico volto riconoscibile tra gli azzurri senza rischiare contraccolpi sull’esecutivo.
In ogni caso, l’ambizione di Meloni sembra scontrarsi con una realtà continentale ostile al suo piano B. Non per la figura di Tajani - che è già stato commissario europeo, presidente dell’Europarlamento ed è ministro degli Esteri - ma per resistenze politiche legate direttamente all’inquilina di Palazzo Chigi. Emmanuel Macron e Olaf Scholz non sembrano intenzionati a valutare una promozione di Tajani. Intanto perché concederebbero ad un’Italia a guida Meloni la presidenza della Commissione. E poi perché la consegnerebbero ad un vice della presidente del Consiglio, considerata un’avversaria – soprattutto dal presidente francese – soprattutto dopo le sue aperture a Marine Le Pen. Piuttosto, Francia e Germania – senza le quali nessuna Commissione potrebbe nascere – sosterrebbero un bis di von der Leyen. Senza trascurare l’ostilità a Meloni della Spagna socialista di Pedro Sanchez. Sono tre Paesi chiave, perché – va ricordato – l’indicazione del presidente della Commissione arriva dal Consiglio europeo con un doppio meccanismo elettorale: serve il 55% dei Paesi, che devono però rappresentare anche il 65% della popolazione dell’Unione. Evidente il peso di Parigi, Berlino e Madrid in questo schema.
Se lo stallo dovesse diventare ostacolo a tutti i nomi proposti dal Ppe, prenderebbe ancora più slancio l’opzione Draghi. E d’altra parte l’ex presidente della Bce – sostenuto da Macron, come anticipato nei mesi scorsi da Repubblica – è stato di recente indicato anche dall’influente testata d’informazione Politico e in un’analisi dell’Atlantic Council come un jolly spendibile dopo il 9 giugno per i vertici delle istituzioni europee.