Ursula von der Leyen bis a rischio per Meloni. Il no dei Verdi, i dubbi dei liberali
dalle nostre corrispondenti Anais Ginori (Parigi) e Tonia Mastrobuoni (Berlino)Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea dal 2019
Pian piano il cordone sanitario intorno a Giorgia Meloni si rafforza. E la poltrona di Ursula von der Leyen, che continua spudoratamente a proporre un’alleanza di moderati allargata a Fratelli d’Italia e pezzi dei Conservatori europei, balla sempre di più. Dopo il «nein» di Olaf Scholz ad alleanze europee con la premier italiana, la linea rossa dei Socialisti ha assunto la forza di un imperativo. Ma anche nei Liberali i dubbi si infittiscono. E dai Verdi sono arrivati segnali del tutto inequivocabili, in direzione von der Leyen. Un’eventuale coalizione tra Popolari, Socialisti e Liberali non potrà mai essere allargata agli ambientalisti europei, se ci sarà Meloni di mezzo.
Finora Emmanuel Macron si è rifiutato di dire se la Francia sosterrà un nuovo mandato per la presidente della Commissione europea. «Vedremo» è la sua laconica risposta ogni volta che viene interrogato. «Alla fine delle elezioni, alla luce dei risultati, avremo delle scelte istituzionali da fare» ha spiegato, ribaden…
Pian piano il cordone sanitario intorno a Giorgia Meloni si rafforza. E la poltrona di Ursula von der Leyen, che continua spudoratamente a proporre un’alleanza di moderati allargata a Fratelli d’Italia e pezzi dei Conservatori europei, balla sempre di più. Dopo il «nein» di Olaf Scholz ad alleanze europee con la premier italiana, la linea rossa dei Socialisti ha assunto la forza di un imperativo. Ma anche nei Liberali i dubbi si infittiscono. E dai Verdi sono arrivati segnali del tutto inequivocabili, in direzione von der Leyen. Un’eventuale coalizione tra Popolari, Socialisti e Liberali non potrà mai essere allargata agli ambientalisti europei, se ci sarà Meloni di mezzo.
Finora Emmanuel Macron si è rifiutato di dire se la Francia sosterrà un nuovo mandato per la presidente della Commissione europea. «Vedremo» è la sua laconica risposta ogni volta che viene interrogato. «Alla fine delle elezioni, alla luce dei risultati, avremo delle scelte istituzionali da fare» ha spiegato, ribadendo la sua opposizione al sistema degli spitzenkandidat. È un fatto che Renew, come nel 2019, non ha presentato una candidatura per la guida della Commissione, preferendo mettere in campo per la campagna elettorale un «team» di tre portavoce.
Macron vuole lasciarsi le mani libere e ambisce a essere il kingmaker, come cinque anni fa, quando fu proprio lui a proporre a sorpresa il nome dell’ex ministra della Difesa tedesca. Nonostante sia stato il principale sponsor di von der Leyen, con il sostegno decisivo di Renew, lo scetticismo del leader francese emerge dall’identikit che ha tracciato per la presidenza della Commissione nella prossima legislatura, in un periodo in cui l’Europa «può morire» come ha allertato nel suo discorso programmatico alla Sorbona del 25 aprile. «Il ruolo della presidenza della Commissione è quello di difendere l’interesse generale - ha sottolineato Macron - deve essere al di sopra dei partiti e dei Paesi, quindi non deve essere eccessivamente politicizzato». Parole che sembrano una pietra tombale sulla candidata del Ppe.
Tra i macronisti le critiche sono ancora più esplicite. Il commissario francese Thierry Breton è sbottato su Twitter dopo il congresso del Ppe a Bucarest in cui von der Leyen ha incassato un risicato sostegno. «È stata messa in minoranza dal suo stesso partito» ha commentato, sottolineando che lo stesso «Ppe non sembra credere nella sua candidata».
Altri nell’entourage di Macron dicono senza mezzi termini che la corsa per un bis della politica tedesca è «al capolinea». In Francia von der Leyen non può neppure contare sul sostegno della sua famiglia politica. Il partito dei Républicains ha deciso infatti di scaricarla al congresso del Ppe, non votandola. Macron non ha ancora deciso di svelare il suo gioco per i top jobs, anche se il nome di Mario Draghi è una delle carte che potrebbe giocare. I conti con il voto del 9 giugno dovrà farli anche il leader francese. La sua lista Besoin d’Europe rischia di mandare a Strasburgo meno deputati di cinque anni fa (14 contro 23, secondo gli ultimi sondaggi) e il suo gruppo Renew potrebbe perdere complessivamente 17 rappresentanti, scendendo da 102 a 85 eurodeputati.
Nel frattempo, tra i Verdi più potenti in Europa, quelli tedeschi, l’umore è altrettanto pessimo intorno a von der Leyen. La leader dei Gruenen Ricarda Lang ha detto nei giorni scorsi di aspettarsi dalla capa dell’esecutivo brussellese «che prenda posizione prima delle elezioni e dica che non farà alleanze con l’estrema destra in Parlamento». Un vero e proprio avvertimento che fa il paio con quello della spitzenkandidatin Terry Reintke: «una cosa è certa», ha detto all’austriaco Standard, «se i Conservatori saranno invitati al negoziato, io mi alzerò dal tavolo».
Intercettata al telefono, l’europarlamentare dei Verdi tedeschi ed esperta di Italia Alexandra Geese, articola più nel dettaglio il no ad alleanze con i sovranisti: «In nessuna circostanza ci alleeremo con Meloni. Perché se accetteremo di formare una coalizione con il Ppe, i Socialisti e i Liberali, sarà solo se otterremo garanzie sulla continuità nel Green Deal e sulla tutela dello stato di diritto. Vorrei ricordare che le aziende che hanno investito nell’economia green hanno bisogno di certezze, anche considerando i grandi investimenti che gli Usa stanno facendo nella green economy».
Meloni, insomma, è per i Verdi «il simbolo di una svolta a destra che condanniamo», prosegue Geese. «Osserviamo con enorme preoccupazione ciò che sta accadendo in Rai, gli attacchi contro la stampa indipendente, l’uso intimidatorio delle querele, la riforma del premierato e la sentenza di Padova che ha strappato decine di bambini alle loro madri lesbiche. Il tema dei diritti per noi è fondamentale. E Meloni sembra avere un’idea di democrazia che somiglia a quella di Orbán: una volta eletto, puoi fare quello che vuoi». Un indizio tipico delle autocrazie.