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Quell’eterna caccia al pm nell’Italia degli scandali

ROME, ITALY - SEPTEMBER 07: Prime Minister Giorgia Meloni and Justice Minister Carlo Nordio talk at a news conference held to explain measures adopted in the Council of Ministers on September 7, 2023 in Rome, Italy. (Photo by Simona Granati - Corbis/Corbis via Getty Images) 
Dagli anni ‘70 a tangentopoli, alle stragi di mafia, fino al trentennio berlusconiano: il racconto della guerra tra politica e giustizia. E proprio al Cavaliere si vorrebbe dedicare questa riforma “epocale” – aggettivo usato sia da Meloni che da Nordio e Casellati
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ROMA — Senza andare troppo indietro, diciamo un paio di generazioni, ci furono i grandi scandali degli anni ‘70: i petroli, i fondi neri dell’Iri, l’Italcasse, il caso Sindona, la Lockheed, «A’ Fra’ che te serve?», leggi l’affare Caltagirone. Insomma: magistrati e avvocati anche allora avevano il loro daffare.

E pure in seguito, figurarsi, con la vicenda dell’Ambrosiano, l’assassinio di Calvi, le trame di Gelli e della P2. Nel frattempo la mafia, sia pure a quei tempi relegata nella sola Sicilia, mentre a livello nazionale furoreggiavano i sequestri di persona, le rivolte nelle carceri, la guerriglia urbana, il terrorismo, le brigate rosse e le stragi nere con l’inevitabile corredo di depistaggi, deviazioni, sospetti, segreti e misteri che di solito accompagnano i rituali di passaggio stabilendo un prima, un poi e una costante emicrania cui fa riscontro un lieve senso di nausea.

ROMA — Senza andare troppo indietro, diciamo un paio di generazioni, ci furono i grandi scandali degli anni ‘70: i petroli, i fondi neri dell’Iri, l’Italcasse, il caso Sindona, la Lockheed, «A’ Fra’ che te serve?», leggi l’affare Caltagirone. Insomma: magistrati e avvocati anche allora avevano il loro daffare.

E pure in seguito, figurarsi, con la vicenda dell’Ambrosiano, l’assassinio di Calvi, le trame di Gelli e della P2. Nel frattempo la mafia, sia pure a quei tempi relegata nella sola Sicilia, mentre a livello nazionale furoreggiavano i sequestri di persona, le rivolte nelle carceri, la guerriglia urbana, il terrorismo, le brigate rosse e le stragi nere con l’inevitabile corredo di depistaggi, deviazioni, sospetti, segreti e misteri che di solito accompagnano i rituali di passaggio stabilendo un prima, un poi e una costante emicrania cui fa riscontro un lieve senso di nausea.

Venne poi il terremoto del 1980, altra indimenticabile risorsa della storia criminale di questo paese, con inchieste delle Procure e anche in Parlamento; quindi prese il via la crescita della camorra, divampò la conseguente guerra tra clan, si svilupparono la ‘ndrangheta e la Sacra Corona più o meno unita, ma certamente tale da mettere in evidenza come quasi tutto l’intero Mezzogiorno era ormai infestato e in qualche modo il potere doveva fare i conti con chi dettava legge usando la violenza.

Dispiace continuare questo triste repertorio, oltretutto nel paese senza memoria sembrano storie antichissime, ma il paese quello è e quello rimane. E siccome sembra ci sia qualcuno che pensa che l’agognata riforma della Giustizia, con la sospiratissima separazione delle carriere, possa se non risolvere, almeno alleviare gli annosi problemi del malaffare, ecco, va bene che ci sono le elezioni e quindi tutto fa brodo; va bene che i tempi di detta riforma sono lunghissimi e che a Roma vige il motto prosaico «beato chi ci ha un occhio», però, diamine, tocca qui ricordare che in coincidenza con gli scombussolamenti geopolitici determinati dalla fine della Guerra fredda, fra le sorprese di Tangentopoli e le confessioni di Mani Pulite, si scoprì che le ruberie dei politici si erano fatte sistema; in pratica non solo gli uomini dei partiti rubavano e/o si finanziavano nel peggiore dei modi, ma addirittura lo davano per scontato, come spiegò, non sai se più coraggiosamente od orgogliosamente Bettino Craxi a Montecitorio – e mal gliene incolse perché i reati sono reati.

Intanto era ripartita la mafia, stavolta con bombe a Roma, a Milano, a Firenze e forse sui treni, e due magistrati come Falcone e Borsellino che furono ammazzati, come erano stati ammazzati tanti giudici dai terroristi. Dopo di che, venuta giù la Prima Repubblica, il capo della Procura di Milano disse più o meno: attenzione, chi punta al potere nella Seconda si faccia un esame di coscienza e se ha qualche scheletro nell’armadio ci pensi due volte. Berlusconi, che qualcosina da nascondere aveva già allora, fece finta di niente.

E di nuovo si è a disagio a proseguire nell’elenco, ma siamo solo alla metà degli anni ‘90 del secolo scorso e tutto quello che si è fin qui menzionato, pure al netto di colpevoli omissioni e dimenticanze (il «ricatto» denunciato dal pm Colombo a proposito della bicamerale in una celebre intervista di Giuseppe D’Avanzo), vorrebbe tanto significare che in Italia, per forza di eventi e regolarità di orizzonti, il diritto penale altro non è che la continuazione della politica con altri mezzi. Ciò che tutti in fondo sanno benissimo, anche se con grande impegno dissimulano tale consapevolezza, in genere dividendosi fra giustizialisti pelosi e garantisti occasionali, oppure proponendo riforme, di solito pasticciate e perciò inapplicabili.

Si risparmierà il prosieguo del racconto in età berlusconiana, ovverossia la guerra dei trent’anni fra le toghe e il Cavaliere. A quest’ultimo, in prossimità dell’anniversario, si vorrebbe dedicare questa normativa tanto postuma quanto «epocale» – aggettivo usato l’altro giorno sia da Meloni che da Nordio e Casellati. L’enfasi d’altra parte spinse il presidentissimo ad accusare i giudici di follia, a cambiare le targhe “la legge è uguale per tutti” nelle aule dei tribunali e a dotarsi per due volte di uno scudo giudiziario. Ma non servì a nulla – e non sai mai bene se fu un guaio o una fortuna, forse tutte e due le cose insieme perché la vita è più complicata della politica e anche della giustizia.

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