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Europee, in Puglia arriva Sergio Di Caprio, l’ex carabiniere che arrestò Totò Riina: “Tolto il passamontagna mi sento sempre Capitano Ultimo”

Sergio Di Caprio, Capitano Ultimo

Sergio Di Caprio, Capitano Ultimo

 

Politicamente il comandante è crossover. Pronto a battaglie che sarebbero scomode anche a sinistra ma con appoggi soprattutto nel centrodestra

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ACQUAVIVA DELLE FONTI - Zoccoli di plastica scuri, pantaloni mimetici, la maglietta bianca con la scritta del suo nome di battaglia. I guanti neri senza dita. E il taglio moicano con codino, da punkabbestia. Non lo incontri tutti i giorni un candidato così. Tanto più se poi è anche un generale dei carabinieri in congedo. Ma non uno qualsiasi: Sergio De Caprio, ovvero “Capitano Ultimo”, leggenda dell’antimafia operativa, il fuoriclasse della caccia ai boss che nel 1993 catturò Totò Riina, la belva di Cosa Nostra. Ora intento a scovare possibili elettori per la sua corsa alle Europee.

Il tour pugliese

Ad Acquaviva delle Fonti, cittadina delle Murge, arriva in macchina da Roma per il suo tour pugliese. Stracco dal lungo viaggio, se ne sta accasciato sul sedile di dietro. Il primo a salutarlo, attraverso il finestrino, è il cognato di un militare in pensione che con lui ha lavorato: “Comandi!”. Tanti selfie, anche i due vigili urbani vogliono la foto con lui. È la sua prima campagna elettorale e per l’occasione si è tolto il passamontagna che ha indossato per trentun anni e che negli ultimi tempi gli davano quell’aria vaga da subcomandante Marcos, il sociologo che difendeva gli indios nel Chiapas.

“Il muro di gomma dei media”

Dice: “C’è tantissima voglia di non entrare in politica da parte della gente, c’è un muro di gomma dei media, adesso lo vedo molto bene. E un’assenza di proposte sull’Europa. Sulla lotta alla mafia il nulla assoluto. Idem sulla transizione ecologica. E così mi sono convinto che alla fine ho fatto la scelta giusta. Perché noi diciamo cose fortissime, chiarissime”.

Distruggere la capacità di attrazione e di minaccia di Cosa Nostra

Lui per esempio ha "una bomba" e la sgancia dal palchetto montato in piazza Garibaldi: “Togliamo i diritti politici e di voto ai parenti e affini di primo e secondo grado dei mafiosi che non collaborano”. La argomenta così: "Il ministro Matteo Piantedosi scioglie i Comuni perché non è capace di sciogliere le cosche. La legislazione premiale, il carcere duro, la Dna hanno consentito di spazzare via il terrorismo. Perché non ci riusciamo con le mafie? La loro forza sono i legami parentali”. E cita la sorella di Matteo Messina Denaro, il figlio di Salvatore Biondino e l'erede di Sandokan, Emanuele Libero Schiavone. “A meno che non dimostrino di non aver alcun rapporto né economico né sociale con questi mafiosi, devono essere messi in condizione di fare solo lavori di pubblica utilità per i sindaci. Solo così distruggi la capacità di attrazione e di minaccia di Cosa nostra”.

Il comandante crossover

Colonna sonora del comizio è un brano composto ad hoc da Alberto Pasciolla, in arte Prema, un rapper del posto: “Capitano, capitiamo in un momento strano/ Ma noi non ti dimentichiamo, come ha fatto lo Stato… Potete anche venire in piazza con gli antisommossa/ ma resteremo a lottare come pellerossa”. Politicamente il comandante è crossover. Pronto a battaglie che sarebbero scomode anche a sinistra – “a Roma c’è un campo Rom che va trasformato in un centro di cultura nel quale gli ospiti possano insegnare la lingua, l’artigianato, la cucina del loro popolo” – ma con appoggi soprattutto nel centrodestra: in Calabria è stato assessore regionale all’Ambiente nei tempi in cui governava, prima di morire, la forzista Jole Santelli. A San Severo, terza tappa del tour dopo Acquaviva e Giovinazzo - la notte l’ha trascorsa in un centro di accoglienza di un amico prete - ad accoglierlo è Anna Paola Giuliani, la candidata sindaca sostenuta dall’Udc e da altre civiche.

La lista di Ultimo: Libertà

La lista di Ultimo si chiama “Libertà”: raggruppa venti simboli ed è promossa dal sindaco di Taormina Cateno De Luca, leader di Sud chiama Nord. Dentro c’è di tutto: “Italexit”, gli antieuropeisti di Gianluigi Paragone. I meridionalisti e il “Popolo Veneto”. Perfino “Noi ambulanti liberi”. E “Rizzi”, il movimento di un attivista “contro le zoomafie”: “De Luca per convincermi è venuto a trovarmi a Roma nella comunità in cui faccio volontariato. Ho visto la sua passione e mi ha convinto”. Ecologismo e municipalismo: “Noi proponiamo di destinare 32 miliardi del Pnrr per dare 4 milioni di euro a ogni paese d’Italia perché possa realizzare una comunità energetica e vendere poi la sua energia, anziché sottostare ai padroni dell’Enel. La forza dell’Europa sono i Comuni, è da lì che si deve ripartire”.

La carica populista dei primi cinquestelle

La carica populista è quella dei primi cinquestelle. Come quando attacca “i partiti d’alto bordo”. “Mi denunceranno?”, si chiede poi. Due ragazzi lo ringraziano, il pubblico, non troppo numeroso, sembra sedotto. In lui vedono una specie di eroe nazionale, reduce irriducibile di una guerra passata di moda e in fondo un po’ persa, quella degli anni Novanta contro i clan, quando si sognava di debellarli per sempre. A Giovinazzo, città di mare, prima del comizio in piazza Vittorio Emanuele, vanno a salutarlo due iscritti all’associazione nazionale carabinieri: “Difendiamo la posizione”, dice il più anziano dei due. “Sempre”, risponde il candidato. “Il passato dobbiamo lasciarcelo alle spalle”, sussurra malinconico il militare in pensione. “Il passato lo dobbiamo rilanciare”, replica il Capitano.

La prima testimone di giustizia di Paolo Borsellino

A introdurlo è l’ex sindaco Tommaso De Palma, un civico con un passato a destra che si batte per la bike economy in Puglia. Da Roma è arrivata Piera Aiello, la prima testimone di giustizia che collaborò con Paolo Borsellino, poi eletta con il Movimento 5Stelle e passata nel gruppo Misto. È candidata anche lei: “Ci hanno abbandonati. Io alle commemorazioni ormai non ci vado più”. Lui al comizio rincara: “Ora si preparano altri fiori da portare sul cadavere di Borsellino. Per parlare del niente”. Eventi vuoti e ipocriti, dice lui, il cui nome di battaglia risale a quando fu arruolato dal generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Rievoca: “Si raccomandava: dovete volere bene ai vostri carabinieri, ai vostri comandanti di stazione. Non li dovete gestire, governare, controllare, come hanno fatto con me fino all’ultimo giorno i gerarchi”. Di sé invece dice: “Sono un irrequieto”. E il pubblico, dopo le sue anarcoidi filippiche da deluso servitore dello Stato, ogni volta lui lo saluta così: “Vi voglio bene”.

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